«La maggior parte dei piccoli imprenditori ha affrontato il periodo recente con un atteggiamento passivo» asserisce il recente studio, “Costruire il futuro. Pmi protagoniste: sfide e strategie”, elaborato da Confindustria per sondare la realtà micro e medio aziendale italiana.

I questionari che hanno indagato sulle oltre 500 attività nazionali chiamate in causa hanno messo in luce una serie di problematiche, in parte già note agli studiosi del settore, come la scelta del mantenimento di gestione e proprietà dell’azienda in ambito familiare (55% del campione), il sottoutilizzo delle risorse di rete (solo il 14% vende attraverso internet e solo il 10% compra in rete materie prime e semilavorati) e la mancante volontà di creare partnership o aggregazioni di impresa (il 56% non ne ha mai fatte).

L’importanza di questi dati e’ notevole nel contesto strutturale della piccola e media impresa (Pmi) italiana, da sempre atomizzata per ragioni storiche di evoluzione manageriale o per motivazioni odierne utilitaristiche dovute, ad esempio, alla maggiore complessità del licenziamento effettivo nelle aziende con più di 15 addetti, alla possibilità di bilanciare meglio i costi erariali avendo un portfolio di microaziende e all’aumento di obblighi che consegue alla maggiore strutturazione (obbligo di collegio sindacale, certificazioni di bilancio da società di revisione esterne).

Anche se, dunque, appare comprensibile a livello pratico la reticenza all’accrescimento aziendale, questa  situazione crea una resistenza verso il capitale esterno che si rivela strategicamente fallimentare, perché non consente l’evoluzione del settore verso la necessaria capacità competitiva con la concorrenza europea.

Passi avanti in questa direzione sono stati fatti, se non a livello verticale, a livello orizzontale, con il contratto di rete, uno strumento creato nel 2009 per stimolare la nascita di un network di imprese che, pur mantenendone le caratteristiche di individualità, favorisca il raggiungimento di un obiettivo di crescita comune irrealizzabile singolarmente.

Buoni sono anche i dati che arrivano dall’analisi della capacità tecnologica delle pmi (secondo uno studio Dynamics Markets), superiori ai concorrenti europei nella virtualizzazione delle infrastrutture tecnologiche e quasi al passo con il recentissimo sistema di cloud computing, una struttura che permette alle singole imprese di tagliare i costi di acquisto e gestione di hardware e software demandandoli a fornitori esperti che lavorano a bassi costi sfruttando le economie di scala dei grandi numeri.

Se quindi l’istinto manageriale e la capacità di adattamento alle piattaforme tecnologiche interne non mancano ai piccoli imprenditori nostrani, queste si scontrano con una tradizione familiarista che inibisce l’aumento di capitale, vero punto focale della ripresa aziendale, come afferma il presidente di Unindustria Aurelio Regina : “la ripresa delle pmi  passerà dalla loro capacità di patrimonializzarsi e dalla loro dimensione […] bisogna lavorare sul capitale delle imprese. Su questo lo sforzo di Confindustria, delle Camere di commercio, delle banche deve essere univoco ma ci deve essere anche la volontà del sistema imprenditoriale di dotarsi di strategie finanziarie adeguate”.

Gli strumenti a disposizione sono molteplici, le possibilità di innovazione anche, l’aggregazione e’ favorita per legge, la qualità dei prodotti e’ indiscussa. Con il supporto del settore bancario, affiancato da una più feroce lotta statale contro l’evasione fiscale, i cui costi pesano interamente su chi invece e’ in regola, le carte per una rinascita delle pmi ci sarebbero tutte. Sempre che ci si riesca a scrollare di dosso l’atteggiamento passivo.

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2 COMMENTI

  1. Concordo pienamente sull’intero articolo, aggiungerei se mi è concesso che probabilmente in quest’epoca questi piccoli/medio imprenditori sono senz’altro anche mediamente culturalmente più avanzati rispetto ai precedenti e questo porta giocoforza ad un elitarismo/snobismo di nicchia maggiore che poi si traduce in passività poco stimolante di tipo conformistico: in parole diverse se prima un piccolo/medio imprenditore ci metteva del proprio all’interno della stessa azienda per aumentare la visibilità e la produttività del proprio prodotto, la tendenza dello stesso mi pare sia in generale quella di presentare il proprio prodotto attraverso gli aperitivi e le slides in qualche luogo alla moda trasciando la parte più importante della propria azienda.

  2. Insomma, anche in questo caso si mette in evidenza la difficoltà tutta italiana di stare al passo coi tempi, rispetto a molte altre parti del mondo. La cosa più preoccupante è che, invece, eccelliamo nella pratica dei licenziamenti, mentre ci costa fatica imparare a usare internet.

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