Quentin Tarantino porta il razzismo nello spaghetti western. Niente ambientazione texana, quindi. Riprese in Louisiana, a partire dal prossimo autunno, per l’uscita nelle sale forse nel 2013. Titolo del film, Django Unchained (doppia valenza di Django liberato o incavolato), anche se in un primo momento l’autore di Pulp Fiction e Kill Bill aveva pensato a un qualcosa più alla Sergio Leone (un suo mito), tipo The Angel, The Bad and The Wise (L’angelo, il cattivo e il saggio).

La bozza definitiva della sceneggiatura (una storia di vendetta, revange story, per chi ama gli anglicismi) è già stata consegnata. La pellicola sarà distribuita in America dalla Weinstein Company, nel resto del mondo dalla Sony Pictures. Dopo aver trattato in modo stravagante l’antisemitismo nazista in Bastardi senza gloria (oltre 320 milioni di dollari incassati in tutto il mondo), l’anticonformista e “onnivoro” regista di Knoxville (Tennessee), stabilisce di raccontare il razzismo contro i neri, lo schiavismo nel sud degli Stati Uniti nella seconda metà del 1800, quando si girava a cavallo – con colt e winchester a portata di mano – e le controversie non le dirimeva il giudice di pace ma pallottole fumanti.

Trama piuttosto semplice. Stile “tarantiniano” al cento per cento, vale a dire violenza e umorismo (soliti dialoghi esilaranti) miscelati a dovere. Cast di vera eccellenza, per quanto tutto da confermare. Will Smith, (che merita qualche riga a parte), Django, è uno schiavo levato alle catene che, sotto la tutela di un cacciatore di taglie di origine tedesca (Christopher Waltz, premio oscar per il velenoso colonnello Hans Landa proprio in Inglourious Basterds), diventa a sua volta un bounty killer e aiuta il suo tutore e maestro a mettere il sale sulla coda dei banditi. Per essere poi sorretto nella missione di strappare la moglie dalle grinfie di un crudele proprietario terriero.

Si diceva di Will Smith, già visto indossare cappello nero a larghe falde, panciotto e cinturone, nel banalissimo Wild Wild West (1999). Il regista lo vuole a tutti i costi, ma Smith è ormai una di quelle “stelle” che vanno pagate a sacchi di monete d’oro. Tuttavia, pare che abbia letto lo script e che gli sia piaciuto alquanto. E poi, chi non vorrebbe essere il numero uno di un’opera di Tarantino? Guest star sarebbe un vero feticcio dell’autore, Samuel L. Jackson (protagonista in Pulp Fiction e Jackie Brown; impercettibile cammeo in Kill Bill – Volume I e II), nella parte dello schiavo cattivo. Poi Keith Carradine (figlio del grande David, il Bill di cui sopra) e, forse forse, il “nostro” Franco Nero, solo un’apparizione-omaggio per lui, che fu protagonista del Django (1966) dell’indimenticato Sergio Corbucci. Ma non si parli né di remake né di sequel. Non c’entra niente, malgrado la vocazione di Tarantino a procurarsi spunti dalla scuola italiana.

Insomma, i patiti dell’ex commesso di videoteca sono serviti. Senza dimenticare che da un  po’ si parla del volume III di Kill Bill.

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2 COMMENTI

  1. Tarantino si deve andare a vedere. Punto. Però forse il meglio è alle spalle: il suo devastante talento di dialoghista gli farà dirigere ancora film godibilissimi, ma ho la netta impressione che sia a corto di soggetti davvero forti. Vedremo.

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