Sarebbe una lettura riduttiva ed in gran parte falsa interpretare il recente voto amministrativo come un trionfo dell’antipolitica. Sul nostro Paese soffia impetuoso un vento di pessimismo, che ha ulteriormente rafforzato il partito di maggioranza relativa, quasi assoluta, dell’astensione, ma non prevale ancora la rassegnazione ola disperazione. Iltentativo di moltiplicare  la presenza di liste civiche per neutralizzare il fenomeno della disaffezione verso i partiti, travolti dagli insuccessi politici e dallo scandalo del finanziamento pubblico, è sostanzialmente fallito.

La punizione dell’elettorato si è distribuita, proporzionalmente alle responsabilità, colpendo a morte il PDL, ma indebolendo significativamente anche la Lega e marginalmente il PD. Il terzo Polo non ha avuto la capacità di proporsi unitariamente come novità e inoltre ha pagato il calo di popolarità del Governo Monti. Al suo interno, l’UDC si è lasciata tentare dalla prospettiva di annettere il PDL per realizzare un partito dei moderati, sezione italiana del PPE, anziché puntare decisamente a costituire un soggetto liberal-democratico di Centro. Futuro e Libertà ed API, a loro volta, sono apparsi troppo deboli e comunque identitariamente incerti, per farlo da soli. Il movimento di Grillo ha interpretato meglio di ogni altro il sentimento diffuso di paura e disillusione, ma rappresenta la febbre, che segnala la malattia, nonla cura. Hauna capacità di denuncia, anche per l’efficacia comunicativa del suo fondatore, ma non propone nulla di concreto, né potrebbe farlo, privo, come è, di qualsivoglia cultura politica. Emerge complessivamente un quadro di frammentazione e sfiducia, che avvicina pericolosamente il risultato elettorale italiano a quello disastroso della Grecia, dove probabilmente si dovrà ricorrere a nuove elezioni.

Soltanto alcune personalità forti hanno mostrato capacità aggregativa, come Tosi a Verona od Orlando a Palermo. Anche questa ricerca di soggetti personalmente affidabili, conferma come l’Italia sia stanca dell’antipolitica, che ha trionfato per un ventennio ed ha portato il Paese sull’orlo del burrone. Se, come in Francia, si profilassero soluzioni credibili, fondate, anziché su un fallimentare nuovismo, sulla serietà e la capacità di coloro che sono chiamati a realizzarle, gli italiani sarebbero pronti a sostenerle. Ovviamente Bersani non è Hollande, che pure è un uomo di caratura normale. Appare quindi a tutti chiaro che, senza il ritorno ad una politica, animata da idee forti e da una grande capacità progettuale, in grado di smantellare privilegi, assistenzialismo, parassitismo e burocrazia, non sarà possibile imboccare la strada della modernizzazione e della necessaria crescita economica.

Sappiamo bene che l’unica ricetta possibile è quella liberale del merito, della concorrenza, della valorizzazione dei saperi, del predominio della legge, ma applicata con rigore e quindi col rischio di una dose di impopolarità, principalmente verso le corporazioni più forti o le aree di privilegio parassitarie.

La strada comunque non è quella di una velleitaria Costituente dei liberali, che riunirebbe pochi reduci frustrati, piuttosto quella di promuovere  un progetto fondato sulle idee liberali, intorno al quale chiamare anche forze che non hanno mai condiviso tale visione, ma che potrebbero, alla fine, convincersi che – come dimostrano le esperienze di tutto il Mondo – non vi sono altre vie per lo sviluppo in una società moderna.

I risultati modesti del Terzo Polo rivelano che manca ancora il tessuto identitario del progetto. Esso, al momento, rappresenta soltanto la somma di alcuni partiti, per proprio conto già deboli. Anche a Genova, unica grande città dove ha raggiunto il risultato del ballottaggio, non è apparso in modo nitido, piuttosto si è camuffato da coalizione civica e lo stesso candidato sindaco, forse per inseguire il voto cattolico, ha tenuto nascosta la propria appartenenza al PLI ed ha evitato una manifestazione pubblica con le insegne liberali. Sorge quindi spontanea la domanda se non sia meglio una sconfitta più cocente, ma in nome della orgogliosa rivendicazione della propria identità, anziché mimetizzarsi in una partita, sempre perdente, ma incolore. Non abbiamo voluto interferire nelle scelte di carattere locale e personale. Prendiamo tuttavia atto con rammarico che il risultato concreto è stato deludente sia per la coalizione che ha voluto sbiadire la propria identità, che per il candidato sindaco che non ha esibito la propria appartenenza ad un filone politico ed ideale di cui avrebbe dovuto recar vanto, soprattutto dopo essersi candidato appena un mese prima alla guida nazionale del Partito.

Complessivamente, l’esito delle elezioni rivela la comprensibile sfiducia da parte di un elettorato, che ha finito col registrare di trovarsi di fronte ad un sistema politico gravemente malato, attanagliato dalla paura ed incapace di riformarsi per mancanza di idee, peggio per il terrore di esser costretto a scegliere.

L’Italia è un Paese in bilico tra la dissoluzione greca e la prudente, ma chiara soluzione francese, un Paese che non sembra volersi risollevare per mancanza di fiducia in sé stesso ed attaccamento egoista ai privilegi di uno statalismo assistenziale, burocratico ed affaristico, al quale per troppo tempo è stato abituato. Il Centro esprime plasticamente tale opportunistica incertezza, diviso, come è, tra la rassicurante prospettiva neodemocristiana, conservatrice e clericale e la vertigine di una scommessa coraggiosa di stampo liberale.

© Rivoluzione Liberale

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