La Lituania ha intrapreso un percorso che dovrebbe portarla a una maggiore indipendenza energetica nei confronti del vicino ‘padre-padrone’ eurasiatico. Ad oggi, il Paese baltico primeggia nella mesta classifica dei maggiori deficit energetici fatti registrare dagli stati membri dell’UE (la Lettonia segue dappresso al terzo posto), dipendendo interamente dalla Russia per le forniture di gas. Nei piani del governo, tale emancipazione dal giogo russo dovrebbe poggiare essenzialmente su due pilastri: da un lato, la costruzione di un rigassificatore GNL, dall’altro il ritorno al nucleare dopo la chiusura della centrale di Ignalina (a seguito del diktat UE).

Nonostante gli studi per l’edificazione di una nuova centrale nucleare a Visagina (non lontano dalla precedente in via di decommissionamento) si siano trascinati per due lustri, il governo sembra aver impresso un’accelerazione al progetto. La messa in opera dell’impianto è infatti condicio sine qua non per poter sincronizzare la rete elettrica lituana con gli altri Paesi UE, essendo ad oggi i tre Paesi baltici (e la Bielorussia) integrati nel sistema russo. Pietre miliari dell’iniziativa sono state la ratifica nel 2006 di un MoU fra i vertici delle utility dei tre Stati baltici (Lietuvos Energija, Eesti Energia e Latvenergo) coinvolte nella costruzione della nuova centrale, la creazione di una società di progetto ad hoc (Visagino Atominė Elektrinė, partecipata dagli investitori istituzionali e dal governo lituano) e infine l’individuazione nel luglio 2011 dell’investitore strategico (i giapponesi di Hitachi-General Electric) e del consulente tecnico (l’americana Exelon).

Sul progetto si sono tuttavia addensate nuvole minacciose. Algirdas Butkevičius, leader del Lietuvos Socialdemokratų Partija (maggior partito di opposizione), ha recentemente notato come sia per il terminale GNL, sia per la centrale nucleare, manchino seri studi di fattibilità. Specie sulla seconda, è stata osservata la mancanza della documentazione tecnica approfondita promessa dal primo ministro Andrius Kubilius e la propensione a far firmare accordi sulla centrale a ‘seconde linee’, ergo evitando il coinvolgimento diretto del ministro dell’energia Sekmokas.

Birutė Vėsaitė, collega di Butkevičius che già si era espressa sul terminale LNG, ha fatto rilevare come la mancanza di una seria analisi costi/benefici possa inficiare la credibilità del progetto, ponendo poi l’accento su come la politica energetica lituana si stia colpevolmente concentrando su fonti ‘tradizionali’ e stia tralasciando un serio piano di sviluppo per le energie rinnovabili.

Inter alia, queste preoccupazioni sono condivise anche da Andrus Ansip, leader del Reformierakond estone e attuale primo ministro. Una previsione circostanziata sul costo della centrale (ergo dell’energia prodotta) è stata posta dal politico quale condizione per la partecipazione dell’Estonia alla costruzione dell’impianto. Anche nei giorni scorsi il premier ha ribadito come Eesti Energia non abbia assunto alcun impegno irrevocabile. Ancora, il progetto avrebbe un ritorno economico garantito solo nel caso di pieno sfruttamento dell’impianto – condizione da valutare attentamente vista l’esiguità del mercato dei Paesi baltici.

Anche il ministro dell’economia lettone Daniels Pavluts, durante un incontro tenutosi il 25 aprile scorso con i rappresentanti della Hitachi, ha legato la partecipazione di Latvenergo al progetto, a una ben definita individuazione di responsabilità e benefici attesi fra gli investitori e i partner. In un momento di crisi come quello attraversato dall’UE, calcoli politici non possono adombrare la sostenibilità tecnica dell’operazione.

Sullo sfondo, rimangono aperte numerose questioni – cui nessuno a oggi ha ancora dato una risposta concreta. Nel tempo (stimato) necessario per costruire una centrale il cui costo dovrebbe aggirarsi intorno ai 5 miliardi di euro, l’emorragia demografica della Lituania avrà ridotto gli abitanti del Paese dell’equivalente della sua seconda città (Kaunas, 378mila abitanti). L’invecchiamento della popolazione sta poi già portando a cambiamenti nella struttura dei consumi energetici, con una contrazione dell’utilizzo di acqua e gas. Nel 2021, anno in cui ipoteticamente la centrale dovrebbe essere avviata, tali trasformazioni potrebbero avere un effetto devastante sul mercato energetico.

Quindi, costi sostanzialmente incerti dovrebbero esser ripartiti fra un minor numero di contribuenti che consumeranno meno energia di oggi, e già alcuni malumori serpeggiano nei confronti della Hitachi, vista quale ‘predone’ che si assicurerà i profitti maggiori – spalmando i costi sulla cittadinanza. Inoltre, in un progetto di così lunga implementazione, macrovariabili quali costo del petrolio e delle materie prime, ripresa economica globale, tenuta della zona euro, potrebbero letteralmente segnare la differenza fra un trionfo e una catastrofe dalla quale un’economia di tre milioni di cittadini difficilmente riuscirebbe a risollevarsi, considerando oltretutto l’impatto enorme che tale operazione avrebbe sul debito pubblico. Il rischio concreto è proprio che la tanto ventilata indipendenza energetica dalla Russia si trasformi in una schiavitù permanente nei confronti degli investitori esteri che avranno scommesso sulla centrale.

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