La crisi congiunta della democrazia, del costituzionalismo e del liberalismo, espone la società e la politica di fronte a dei rischi concreti di perdita della libertà connessi all’esaurimento del progetto liberale-moderno il quale deve, necessariamente, adeguarsi allo spirito contemporaneo che esige i valori di una ‘società aperta’, così come viene formulata dal pensiero di autori, seppure diversi, quali Popper e Berlin.

La teoria democratica avrà un futuro se saprà coniugare la libertà della persona con l’esistenza di comunità culturali, sociali ed etniche diverse tra loro, creando degli spazi ragionevolmente aperti al dialogo e al confronto e incoraggiando la convivenza della libertà dei popoli con la libertà dei singoli. La democrazia pensata acriticamente, con secondi fini e staccata dalla realtà, rappresenta, di certo, un rischio per la libertà; è quindi necessario favorire lo sviluppo di una democrazia il cui centro sia la libertà e che attraverso la fecondazione e la contaminazione reciproca di idee, anche contrapposte, si dimostri capace di difendere e ampliare gli spazi di libertà degli individui.

Di fronte al processo d’integrazione europea, a esempio, è ormai evidente l’inadeguatezza degli Stati nazionali quali elementi interlocutori del processo d’integrazione, anche perché storicamente lo Stato nazionale è stato fattore di uguaglianza mentre la convivenza di più comunità nazionali o subnazionali richiede il riconoscimento delle differenze, anche se nei limiti imposti dal rispetto dei diritti di tutti e quindi dell’eguaglianza fondamentale. Occorre, in pratica, dare importanza a quelle differenze dal carattere essenzialmente collettivo che non possono essere tutelate, in maniera compiuta, esclusivamente attraverso il sistema della libertà individuale.

Una nuova democrazia e un liberalismo contemporaneo – ciò che si riassume in una democrazia liberale adatta alle esigenze di una ‘società aperta’ – devono mirare, insieme, a estendere la libertà (politica) dei cittadini intesa essenzialmente come ‘libertà da’ ossia ‘assenza di impedimenti esterni’: “Liberty is absence of impediments of motion” (Hobbes, De Cive); “ [Liberty is] the absence of external impediments” (Hobbes, Leviathan). Occorre, nel contempo, diffidare dell’estensione eccessiva della ‘sfera dei diritti’ che, richiedendo oneri eccessivi alla collettività, rischia di indebolire la triade giusnaturalistica ‘vita, libertà, proprietà’ sulla quale John Locke fonda la ‘libertà dei moderni’.

La fede nella libertà dell’individuo, qualora non venga garantita da istituzioni che ne permettano l’effettivo esercizio, si trasforma in una ‘predica inutile’ – come affermava Luigi Einaudi – e contrapporre liberalismo e democrazia (come hanno fatto diversi avversari, difensori del metodo democratico) oggi non ha più senso. Il pensiero politico contemporaneo deve saper andare oltre il concetto della rappresentanza, ma anche oltre quello dell’identità democratica di tipo ‘schimittiano’. Propria della democrazia è, infatti, prima di ogni cosa, l’omogeneità e secondariamente l’eliminazione delle differenze, l’annientamento dell’eterogeneo, ossia di ciò che, in quanto estraneo e diseguale, minaccia l’omogeneità (l’uguaglianza, l’identità). A partire dal XIX secolo, a esempio, la democrazia consiste innanzitutto nell’appartenenza a una determinata nazione, nell’omogeneità nazionale.

Di fronte alla coesistenza di comunità e Stati eterogenei la suddetta concezione dell’uguaglianza (o identità) democratica deve essere necessariamente rivista e riformata alla luce di nuove forme di convivenza politica e sociale. L’uguaglianza, inoltre, ha un valore fintantoché sussiste almeno la possibilità e il rischio di una disuguaglianza: soltanto le democrazie primitive o gli Stati coloniali costituiscono esempi in cui ‘una’ comunità basta a se stessa e in cui ciascuno dei suoi componenti è così simile a ciascun altro fisicamente, psichicamente, moralmente ed economicamente al punto che c’è omogeneità senza eterogeneità.

“L’eguaglianza – afferma Norberto Bobbio – non è di per se stessa un valore ma è tale soltanto in quanto sia una condizione necessaria, se pur non sufficiente, di quell’armonia del tutto, di quell’ordine delle parti, di quell’equilibrio interno di un sistema, che merita il nome di ‘giusto’”. L’odierna democrazia deve quindi aspirare a realizzare un costituzionalismo democratico diverso dal passato, deve saper mettere in discussione idee tramandate eppure sconvolte e travolte dalla storia e dagli stessi eventi del presente.

Di certo la teoria democratica non può rinunciare a un’idea di eguaglianza che è alla base della storia della civiltà occidentale, l’idea di eguaglianza in senso morale, quale rispetto dell’eguale dignità e dell’eguale rispetto che è dovuto a ogni singolo individuo. Questa eguaglianza morale deve però essere distinta dall’eguaglianza sociale, la quale può persino (come di fatto è accaduto nella storia recente) trasformarsi in diseguaglianza morale, cioè nell’effettiva cancellazione della dignità della persona umana. L’idea di uguaglianza quale è contemplata dall’art. 3 c. II della nostra Costituzione repubblicana, in una nuova visione della democrazia, dovrebbe quindi prendere in considerazione sia il primato della eguaglianza morale dei singoli sia la dignità dei gruppi. La libertà, inoltre, racchiude in sé una dimensione critica della democrazia borghese-rappresentativa che è necessario saper cogliere: essa travalica l’opposizione politico-impolitico ed esprime una prospettiva che non asseconda il chiasso e le mode ma affonda le sue radici nella storia.

Pensare una democrazia che ponga al proprio centro la libertà non è un obiettivo facile da raggiungere e ciò è tanto più difficile perché la democrazia si rivela, sempre più, il problema del pensiero politico e giuridico del nuovo secolo e perché la libertà si impoverisce quanto più se ne discute astrattamente. Nella misura in cui questa nuova e possibile democrazia si deve fondare sulla partecipazione, sull’eguaglianza morale che è riconoscimento delle differenze, sul federalismo regionale e municipale quale contrappeso dell’autorità centrale, va ripensato anche il concetto di libertà, che deve, necessariamente, essere coniugato al plurale: non più libertà astratta e formale, del cittadino dello Stato nazione ottocentesco, bensì libertà concrete, al plurale, dei tanti cittadini (anche europei) radicati nelle loro culture particolari. Si tratta, in pratica, di garantire la tutela dei diritti dei singoli nelle culture differenziate e nelle formazioni socio-culturali che fondano questi diritti. In un saggio del 1927, La concezione liberale come concezione della vita – pubblicato nella raccolta Etica e politica (1931) – Benedetto Croce descrive la “disposizione pratica liberale” come “di fiducia e favore verso la varietà delle tendenze, alle quali si vuole piuttosto offrire un campo aperto perché gareggino e si provino tra loro e cooperino in concorde discordia, che non porre limiti e freni, e sottoporle a restringimenti e compressioni” perché “la libertà al singolare esiste soltanto nelle libertà al plurale”.

La nuova democrazia e il liberalismo contemporaneo si rivelano l’una intrinsecamente legata all’altro, dato che il liberalismo ha bisogno della democrazia per ampliare la sfera dei diritti civili, politici e sociali degli individui e la democrazia ha bisogno del liberalismo per disegnare i confini in grado di legittimarla.

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