Un insieme di Nazioni chiamato Europa, che, seppur fin dall’inizio viaggiasse a velocità diverse, ognuno con la propria storia economica e politica alle spalle, condivideva un progetto di sviluppo comune, in cui i canuti pilastri avrebbero sostenuto le giovani economie di mercato dell’Est, da cui a loro volta avrebbero tratto la spinta verso la crescita, alla ricerca di un trend favorevole collettivo, per garantirsi come un unicum, solido e influente, un posto tra i vertici delle economie mondiali. E invece, disparità, disomogeneità, squilibri. Sono questi gli aggettivi predominanti che trasudano dalle stime della Commissione Europea e nei dati Eurostat relativi all’andamento del Pil europeo per il primo trimestre 2012.

Un’Europa che non solo non riesce, mediamente, a crescere (0,0% rispetto al primo trimestre 2011 per l’Eu a 17, +0,1% per l’Eu a 27), ma che vede aumentare, implacabile, il divario tra chi ancora avanza, chi rimane fermo e chi procede a passo di gambero. È il ritratto di un’Unione divisa al suo interno, non solo politicamente sulle opinioni tra austerity, crescita e modalità di crescita, ma tra coloro che potrebbero resistere sulle proprie gambe – dovessero un domani farlo – e chi senza sostegno collasserebbe velocemente al suolo.

Tra i risultati di questo primo trimestre, sono purtroppo pochi i Paesi dell’Eurozona a mostrare una buona performance (Estonia, Slovacchia, Lussemburgo e Malta, tutti sopra al punto percentuale) e si tratta di economie piccole e marginali, mentre le vere eccellenze spettano ai Paesi euro-free come Finlandia, Lettonia, Lituania e Polonia (con una crescita del 2,7%, un debito in calo al 55% e un deficit immobile al 3%, è forse la Nazione più solida in Europa), di cui quest’ultima – è emblematico della situazione – ha dichiarato esplicitamente di voler rallentare il processo di integrazione nell’Eurozona.

Tra i risultati peggiori, in palese recessione, non ci stupiamo di trovare l’Italia, con un calo dello 0,8% nel primo trimestre (dati Istat) e una stima (della Commissione Europea) di calo dell’1,4% per il resto del 2012, con deficit al 2% per il 2012 e ben oltre l’1,1% per il 2013, risultato che farebbe mancare al Governo l’obiettivo del pareggio di bilancio. Accanto a noi, o peggio di noi, Spagna, Portogallo (già sotto tutela del Fmi) e ovviamente Grecia, in crollo verticale verso il default, che segna una contrazione del 6,2% del Pil solo nel primo trimestre 2012.

Ma impressiona soprattutto l’immobilismo degli storici ‘motori’ dell’Ue, come Germania, che recupera la perdita del trimestre precedente, ma si ferma ad un +0,5%, la Francia a +0,3% , l’Inghilterra a -0,2% e perfino l’Olanda, tra i principali sostenitori dell’austerity (almeno fino al recente crollo del Governo proprio su questa materia) che perde lo 0,2%. Non si tratta più di rigore nei conti e trasparenza nei risultati, ma della perdita di credibilità in un’istituzione ed in una moneta unica, che fa fuggire i tanti operatori stranieri avversi al rischio e che porta per la prima volta a domandarsi quanta strada possa ancora fare questo carro con 27 ruote diverse, prima di finire nel fossato.

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