Gli strumenti proposti per portare le economie mondiali fuori dalla crisi sono essenzialmente riconducibili al tentativo di migliorare (ovvero ridurre) un solo indicatore, il rapporto fra debito e PIL. In matematica ci sono due modi alternativi per ottenere questo risultato: ridurre il numeratore (tagliare il debito) oppure aumentare il denominatore (attraverso la crescita del PIL). Questo è quanto abbiamo imparato dai libri di scuola, il problema è che nel mondo reale quell’indicatore non rappresenta il semplice rapporto fra due numeri, ma descrive la relazione fra due driver del sistema economico non indipendenti fra loro. In altre parole, è difficile modificare uno dei due valori mantenendo invariato il secondo.

La teoria dell’austerity guarda al numeratore del rapporto prescrivendo tagli alla spesa pubblica e aumento dell’imposizione fiscale per un controllo rigoroso dei bilanci nazionali e la consistente riduzione del debito. I critici di questa impostazione sostengono che la politica del rigore produca effetti recessivi controproducenti: il denominatore si riduce in maniera più che proporzionale rispetto al debito e il risultato è peggiore del rapporto iniziale.

All’opposto si annoverano le teorie della crescita declinate secondo l’impostazione ‘keynesiana’ dell’interventismo pubblico o secondo il laissez-faire della tradizione liberista. La proposta interventista, sostenuta oggi da economisti del calibro di Paul Krugman e Joseph Stigliz, suggerisce il ricorso alla spesa pubblica e agli investimenti statali in infrastrutture per creare occupazione e sviluppo. Secondo i fautori del rigorismo, però, questa impostazione comporterebbe la crescita esponenziale del debito e un suo aumento maggiore in termini proporzionali rispetto al PIL senza ottenere il risultato sperato.

La seconda visione, di cui Milton Friedman è stato il più autorevole sostenitore, si fonda sul rifiuto verso qualsiasi intervento dello Stato nell’economia e sul supporto convinto a favore del libero mercato, basati sull’idea che l’azione del singolo, nella ricerca del proprio benessere, sarebbe sufficiente a garantire la prosperità economica della società. L’eccessiva deregolamentazione dei mercati e la conseguente deriva speculativa costituiscono il ‘peccato originale’ di questa teoria alla quale i critici ascrivono le cause della crisi finanziaria poi trasformatasi in crisi economica e monetaria.

Esiste però un sistema in cui rigore di bilancio e crescita non sono strategie alternative, bensì complementari: il modello tedesco dell’economia sociale di mercato, la ‘terza via’ tra liberalismo e collettivismo. Dal dopoguerra a oggi, la Germania ha infatti saputo mantenere ordine nei conti pubblici e allo stesso tempo ha registrato una crescita costante, un ruolo di punta nel commercio internazionale e un tenore di vita tra i più alti del mondo.

Guardando all’Italia è chiaro che occorre ripristinare una crescita stabile e duratura, ma è altrettanto evidente, data la gigantesca mole del nostro debito pubblico, che rilassare le politiche di bilancio sarebbe quantomeno imprudente. Abbandonare la strada del rigore comporterebbe un sicuro aumento dello spread e quindi della spesa per interessi, vanificando gli sforzi di risanamento realizzati. Per questo, il Governo Monti sta tentando di impostare misure a favore della crescita che abbiano impatto neutro sui conti pubblici e carattere strutturale: liberalizzazione del mercato del lavoro e dei servizi, semplificazione amministrativa, riduzione del ruolo e del peso dello Stato nell’economia (dismissioni e privatizzazioni).

La Germania rappresenta un esempio significativo ed è paradossale che si critichi il rigorismo teutonico salvo poi elogiare le conquiste economiche, sindacali e sociali del modello economico tedesco. I primi della classe difficilmente stanno simpatici a tutti, però si sa che quando si è impreparati bisogna copiare da loro per superare gli esami!

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. Completamente d’accordo, soprattutto nell’identificare nel modello tedesco, visti i risultati costanti, come il migliore e nell’indicare l’assurditá di criticarne il rigore proprio mentre se ne esaltano e invidiano i successi.

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