Poche volte nel tempo si è avuto cosí netta e forte l’impressione di essere a un bivio: bivio per l’Italia, per l’Europa, per il mondo.

Per l’Italia, innanzitutto: Governo,  Parlamento e forze politiche responsabili, e beninteso i Sindacati, sono di fronte a scelte assai chiare: il Governo ha la scelta tra il viaggiare tra due acque o dedicare tutte le sue energie e capacità, che sono moltissime, a una drastica riduzione della spesa pubblica, tagliando senza compromessi o remore di alcun tipo politico là dov’è necessario e possibile: costi della politica, enti inutili, costi della Pubblica Amministrazione, sprechi, metodi di acquisizione di beni e servizi, facendo della spending review un metodo allargato a tutti i settori pubblici (e non limitato a individuare i limitati risparmi che bastino a evitare un aumento dell’IVA, il cui carattere ulteriormente depressivo è evidente).  Si tratta di un compito immane, colossale, lo sappiamo bene, e per decenni è stato di moda ironizzare, alla Andreotti, sui “pazzi” che pensano di affrontarlo, ma il Governo Monti è in condizioni uniche per riuscirci: non ha clientele politiche od economiche da soddisfare, o elezioni da affrontare, i partiti sono per il momento ridotti a una sorta di impotente apatia e l’opinione pubblica, che lo sta in parte abbandonando finché si tratta di pagare tasse, tornerebbe ad appoggiarlo coralmente se agisse efficacemente  sul versante della spesa. I settori da colpire sono noti, sono stati individuati e denunciati innanzitutto dai Liberali e in queste colonne abbiamo più volte insistito su una delle chiavi principali del risparmio: rivedere le procedure di acquisto di beni e servizi, modernizzando norme ormai obsolete (nate nell’italietta del passato e non all’altezza di una grande Paese industrializzato), eventualmente andando anche contro l’ostruzionismo della burocrazia e il complice ipergarantismo degli organi di controllo, toghe della Corte dei Conti comprese,  che predicano bene ma non alzano un dito per suggerire i rimedi utili. Se questo fará, il Governo imboccherà una strada virtuosa, che gli permetterà di destinare risorse alle spese produttive e all’alleggerimento delle tasse, mettendo in moto la ripresa che da ogni parte si invoca; altrimenti, tutti gli sforzi, pur lodevoli, fatti per riportare i conti sotto controllo, rischiano di non servire a nulla.

A loro volta, Parlamento e partiti responsabili hanno davanti a sé una chiara alternativa: dare appoggio pieno, sincero, senza giochetti o riserve mentali, allo sforzo risanatore del Governo, stimolandolo a fare di più per la riduzione della spesa, e insieme sciogliere i principali nodi che restano insoluti: statuto dei partiti, finanziamento pubblico, legge elettorale, legge anticorruzione, riforme costituzionali; o, al contrario, scegliere un’azzardata fuga in avanti verso la più pericolosa irrazionalità, cercando di scavalcare in populismo e demagogia  i Grillo e iDi Pietro, inseguendo miraggi di benefici elettorali a breve termine.

Quanto ai Sindacati, la scelta è anch’essa chiara: seguire una linea realistica, accettare sacrifici che servono al bene di tutti, e in primo luogo, anche se in termini non immediati, dei lavoratori, o lasciarsi andare alla vecchia tentazione del massimalismo, ponendo richieste e condizioni che essi per primi sanno non essere realizzabili.

Ma l’alternativa riguarda l’intero Paese,o meglio quest’opinione pubblica disorientata da tanto strillare di demagoghi: vogliamo essere governati in questa fase critica da una mano esperta  o disinteressata, o preferiamo tornare ad affidarci agli azzeccagarbugli che ci hanno portati dove siamo ora o, peggio ancora, metterci nella mani degli apprendisti stregoni che ci porterebbero ancora più in basso? Vogliamo rimanere nell’Europa e nell’euro, il che vuol dire mercati aperti, competitività, basso costo dei titoli pubblici, inflazione controllata, bilanci sorvegliati, o vogliamo tornare indietro alle lirette oggetto di tutte le speculazioni, costo senza freni dell’energia, deficit fuori controllo, inflazione a due cifre (non siamo mica tanto lontani da tutto questo: basta ricordare il 1992)?

Al bivio, s’intende, non è solo l’Italia, ma l’Europa intera, e il mondo che, dalla stabilità e dal benessere europei dipende in gran parte, come il Presidente Obama non si stanca di ricordare. Non è difficile rendersi conto che o l’Europa uscirà tutta insieme da questa crisi, rafforzata nelle istituzioni e nella solidarietà, o tutta insieme tornerà indietro, molto indietro, con la possibile eccezione della Germania e di qualche altro Paese con le finanze in ordine. La ragione fa sempre grande fatica a vincere l’irrazionalità, l’emotività, i sentimenti basici, e non è detto che ci riesca stavolta, ma la scelta è chiara: da una parte vi è la via di un’azione integrata, solidaria, volta a rafforzare le istituzioni comuni e a individuare gli strumenti idonei a provocare una crescita effettiva e durevole senza disastrare i bilanci pubblici; dall’altra, la strada, apparentemente facile e a breve termine politicamente seducente all’interno di ciascun Paese, ma in realtá disastrosa, degli egoismi nazionali, della chiusura a riccio su sé stessi, della difesa a spada tratta dei propri interessi e delle proprie singolarità. L’elezione di Hollande in Francia può essere un segno positivo nella prima direzione e i segnali che vengono da parte tedesca, per quanto labili, non lo smentiscono, ma l’ora della verità verrà abbastanza presto, forse già al prossimo vertice informale dell’UE e allora capiremo dove stiamo andando.

Certo, su tutto pesa ora l’ombra della Grecia: un Paese che ha vissuto spensieratamente al di sopra dei suoi mezzi e ora pare rifiutarsi di pagarne il prezzo necessario. Spero che la partita non sia ancora del tutto perduta e che gli elettori greci ci ripensino prima di tornare a creare la stessa ingovernabilità (ma di illusioni non ne avrei molte); e penso anche che gli altri europei debbano fare quanto possono per aiutare la Grecia a salvarsi: non, però, contro la volontà dei greci. Mentre si studiano i mezzi di salvataggio, è perciò anche giusto prepararsi ad affrontare le conseguenze di un’uscita della Grecia dall’euro e di un suo inevitabile default, che certo colpirebbe gravemente le banche creditrici e, per  contraccolpo, l’intero sistema bancario europeo e mondiale, ma che possono essere, passato lo choc iniziale, convenientemente neutralizzate. Certo, sarà forse necessario, invece di aiutare la Grecia, aiutare le banche europee (la BCE ne ha i mezzi).

E qui cerchiamo di sfatare una credenza tanto diffusa quanto menzognera: è facile, ed è di moda, demonizzare le banche, che spesso sono colpevoli di leggerezza o peggio nella concessione dei  crediti, di speculazioni sbagliate e di varie nefandezze; ma le banche, che ci piaccia o no, sono la struttura portante del sistema economico e non possono essere lasciate cadere, pena il collasso di tale sistema. Ricordiamoci sempre che, se una banca fallisce, il danno non è, o non è principalmente, dei suoi azionisti, ma delle migliaia, milioni di depositanti e di  risparmiatori e sono essi, siamo tutti noi, che di fronte a una chiusura dello sportello corriamo a chiedere l’intervento dello Stato. Di fronte a un possibile collasso del sistema  e alla perdita di miliardi e miliardi a danno non dei padroni del vapore (che si salvano sempre), ma di depositanti e risparmiatori,  cosa dovrebbero fare gli Stati? Incrociare le braccia e guardare altrove? Perciò, abbiamo il coraggio di riconoscere una verità facilmente negata (basta leggere i commenti dei lettori ai nostri principali quotidiani e ascoltare le blaterazioni dei Grilli,Di Pietroe compagnia); non esistono Governi servi delle banche, o banche padrone dei governi: esistono governi che cercano  di proteggere tutti noi, piccoli, medi e grandi depositanti e risparmiatori, che alle banche affidiamo il denaro che ci serve per vivere. Perciò, chiediamo ai Governi di vigilare strettamente sulle banche, di controllarne l’esposizione, di chiamare al rendiconto i colpevoli di operazioni sbagliate ma, per favore, smettiamola di accusarli di fare gli interessi dei “poteri forti”.

E visto che siamo sul terreno delle verità scomode, sfatiamo un’altra delle controverità che sono il cavallo di battaglia dei demagoghi di vario pelo (ma riescono a convincere anche persone in perfetta buona fede); non è l’euro la causa di tutti i mali, e neppure il rigore di stampo tedesco, ma giusto il contrario: la sregolatezza finanziaria e, in particolare, il mancato rispetto delle regole che tutti i membri dell’Eurozona avevano liberamente sottoscritte a Maastricht. Vogliamo ricordarle queste regole, a beneficio dei tanti ciarlatani che ci riempiono le orecchie reclamando l’uscita dall’euro? Deficit annuale non superiore  al 3% del PIL; inflazione non superiore al 3% annuale; debito pubblico tendenziale non superiore al 65%. Vi paiono regole draconiane? Impossibili? Teutonicamente oppressive? O frutto della più semplice aritmetica finanziaria e fiscale? E dunque la colpa della crisi di chi è? Dell’euro, che ci ha permesso per 12 anni di pagare tassi di interesse minimi e di contenere la bolletta energetica, della disciplina fiscale che l’euro supponeva, o di chi di questa disciplina ha fatto allegramente carta straccia? E vogliamo davvero tornare, quando con fatica è possibile riprenderci, proprio a quella “carta straccia”?

Il bivio è davanti a noi. Speriamo che si sappia trovare la strada giusta.

© Rivoluzione Liberale

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