« La Rivoluzione Liberale, continuando e ampliando un movimento iniziato da quattro anni con la rivista Energie Nove, si propone di venire formando una classe politica che abbia chiara coscienza delle sue tradizioni storiche e delle esigenze sociali nascenti, dalla partecipazione del popolo alla vita dello Stato». Così scriveva Piero Gobetti nel suo Avviso ai lettori, presente nel primo numero della sua nuova rivista settimanale La Rivoluzione Liberale, uscito il 12 febbraio 1922. Fin da subito l’allora ventunenne torinese voleva mettere in chiaro il suo programma politico-sociale, proseguendo sulla scia dei molteplici sforzi di riorganizzazione morale avvertibili nell’Unità di Gaetano Salvemini, che aveva cessato le pubblicazioni nel dicembre del 1921, ma allo stesso tempo distaccandosi da quest’ultimo, per maturare una propria linea politica improntata all’ “operaismo liberale”. Questa linea emerse in contrapposizione alle primordiali contaminazioni di una parte della classe dirigente liberale col fascismo, notoriamente rinnegato nel 1925 da Benedetto Croce col Manifesto degli intellettuali anti-fascisti in risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile. Il richiamo ad una “nuova Rivoluzione Liberale” venne rivolto a stimolare quella borghesia appiattita nel più fulvido parassitarismo statale, dal quale difficilmente aspettarsi l’auspicato rinnovamento in chiave anti-fascista. Gobetti volle quindi cercare di risvegliare quel sacrosanto dinamismo borghese, ancorato ad un Italia nella quale lo spirito risorgimentale cavouriano si era smarrito nel corporativismo privo di competizione in danno all’autoresponsabilizzazione del singolo.

Nella sua prima rivista quindicinale Energie Nove, fortemente influenzata dall’idealismo di Benedetto Croce e Giovanni Gentile, Gobetti si era dedicato maggiormente all’ambito filosofico-letterario, dando ampio spazio alle letterature straniere, quella russa su tutte, e alla critica letteraria, ne La Rivoluzione Liberale si era deciso a voler dare ampio spazio allo studio della storia dell’Italia moderna dopo il 1870 e all’analisi della genesi delle questioni politiche del momento, come ben attestano i suoi articoli sulla storia della Rivoluzione russa, e quelli di Salvemini in merito all’evoluzione politica del Partito Popolare. Emerse in lui quindi la volontà di approfondire ed esaminare le forze politiche e partitiche italiane ed internazionali protagoniste in quegl’anni che unita alla necessità di revisionare la formazione storico-culturale del Risorgimento italiano, avevano il fine di consapevolizzare la nascente classe dirigente, come sottolineato nei sei punti del suo Manifesto. Purtroppo però l’ansia rivoluzionaria gobettiana si scontrò ben presto con la salita al potere del fascismo, visto come l’incancrenirsi dei mali tradizionali della società italiana. Fu il suo avvento a provocare la rottura del legame con Prezzolini, a fargli rinnegare il suo originario gentilismo, e soprattutto a determinare, tramite ripetuti sequestri e innumerevoli accuse, la chiusura de “La Rivoluzione Liberale”.

Quella gobettiana, rimane una rivoluzione volta alla creazione di uno Stato moderno, in cui non vi siano incarichi e parti predefinite ma piuttosto consapevole resistenza ad un sistema nel quale potere costruire una nuova scala sociale in cui ognuno sia libero d’autodeterminarsi.

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