Il tempo non è dei migliori sulla Croisette, per quest’inizio di settimana, che chiosa, a suon di tuoni e impertinenti folate di vento, la prima parentesi festivaliera. Che giunge quest’anno alla sua 65esima edizione, con la puntuale e calibrata scelta di pellicole provenienti tanto dal panorama indipendente quanto da quello commerciale, tra scoperte, presentate per lo più nelle sezioni parallele (Un certain regard et Quinzaine des réalisateurs), e ritorni (come quello di un maestro venerato quale è Alain Resnais con Vous n’avez encore rien vu), conferme autoriali e graditissime sorprese.

Per l’ouverture della selezione ufficiale l’inseparabile coppia Jacob-Frémaux, l’uno presidente, l’altro direttore artistico del Festival di Cannes, ha optato per lo stralunato nuovo film dell’eccentrico Wes Anderson, che ha posto il suo compiaciuto sguardo su una storiella d’amore in stile yé-yé tra due stravaganti scout-adolescenti, incompresi da un mondo d’adulti ricco di ipocrisie e frustrazioni. Un po’ il solito film fighetto-borghese giocato sulle variazioni cromatiche tanto care a Anderson, che non sedurrano, salvo cataclismi, Nannì & Co. Che invece terranno fortemente in considerazione, in vista di un premio, il lacerante melodramma di Jacques Audiard De rouille et d’os, con una Marion Cotillard straordinaria, e il nostro Reality di Matteo Garrone, sottile riflessione tragicomica sulle false speranze e le vane illusioni dei reality show, e le conseguenze di quest’ultime sulle sorti di una pittoresca famiglia partenopea.

Thomas Vintenberg, sempre in lizza per la Palma d’Oro, non ha invece convinto con il suo La Chasse, storia, girata in stila Dogma 95, di delazione e pedofilia nella profonda provincia nordica, con un Mads Mikkelsen (attore feticcio del danese Nicolas Winding Refn) da tenere tuttavia d’occhio per un possibile premio per la miglior interpretazione maschile.

Nel weekend, con il progressivo incupirsi delle condizioni metereologiche, sono anche giunte al Grand Palais le storie più affilate e strazianti. Una su tutte, quella di una coppia di ottuagenari, interpretati da due miti cinematografici come Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva, alle prese con la vecchiaia, la malattia e la morte, narrata con glaciale rigore dall’austriaco Michael Haneke nel suo Amour. Che non poteva non sfoggiare nel cast anche Isabelle Huppert, e che è, come lo era l’anno scorso The tree of life di Terrence Malick, la “palma d’oro annunciata”.

Ma Moretti, lo sappiamo bene, non è certo il tipo che si fa influenzare da cicalecci e pettegolumi vari su chi potrà vincere o meno il massimo premio. E ci sorprendrerà, come sempre, magari “palmando”, per la seconda volta, l’iraniano Abbas Kiarostami, in concorso con Like someone in love, delicata pellicola sul gioco delle apparenze tra un professore, una escort e il suo fidanzato, sullo sfondo del paese del sol levante. Appuntamento con la verità domenica sera.

© Rivoluzione Liberale

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