Un tipo di finanza immune all’epidemia di incertezza dei mercati internazionali, basata su beni materiali e non su giochi di interesse, strutturalmente stabile: il sogno di ogni operatore economico con un capitale da far fruttare, esiste, nel piccolo mondo della finanza araba.

Si chiamano Sukuk, sono le obbligazioni che rispettano la Sharia, legge coranica, la quale vieta le attività speculative, proibisce l’arricchimento iniquo e bandisce le attività immorali come alcool o gioco d’azzardo. Secondo la cultura islamica la moneta è un mero mezzo di scambio, non un fattore che produce ricchezza, pertanto chi presta denaro (appunto tramite l’acquisto di bond) non può incassare un tasso d’interesse in senso stretto, ma riceve una percentuale sui ricavi dell’operazione economica, che quindi non può essere un semplice “atto di carta” ma deve rimanere collegata ad un bene fisico reale.

I sukuk sono di fatto delle partecipazioni a progetti concreti e definiti, dal successo dei quali si ottiene un guadagno o meno. Ad esempio, uno Stato che debba costruire un’infrastruttura pubblica come un tratto ferroviario o autostradale emette dei bond sukuk pari all’investimento necessario per l’opera, i privati partecipano al finanziamento con una quota ed ottengono in cambio la distribuzione dei proventi di quella nuova infrastruttura.

La grande differenza con le metodologie della finanza occidentale è palesemente evidente: innanzitutto il finanziatore sa esattamente in quale progetto sta investendo, il flusso monetario è interamente trasparente e tracciabile e lo strumento finanziario, per sua stessa struttura, è fortemente legato ad un bene fisico e pertanto più stabile di fronte al rischio di insolvenza (nel qual caso viene venduto il bene e spartito il ricavato tra i sottoscrittori dell’obbligazione).

I numeri confermano la stabilità di questi bond: a fronte di un tasso di insolvenza del 3,27% delle obbligazioni aziendali Usa nel 2010, il tasso di insolvenza dei sukuk nel 2010 è stato dello 0%, e dello 0,09% nel 2009. Dal 1997 ad oggi hanno dichiarato default solo 26 emittenti di sukuk, per un totale di 32 bond su quasi 3500 esistenti (dati Deloitte).

Il mercato della finanza islamica è oggi ancora un fenomeno minoritario ma è indubbiamente in rapida espansione, essendo passata dagli 11 miliardi di dollari del 2005 ai 51 del 2010, pari a solo l’1% globale, ma con un aumento previsto nell’ordine del 30-35% annuo (dati Ernst&Young, Deutsche Bank). Inoltre, potrebbero essere il protagonista della tanto vociferata svolta green della finanza, essendo molti i progetti al vaglio per l’emissione di bond legati allo sviluppo di parchi solari od eolici, nel territorio arabo e non solo. Secondo l’International Energy Agency, quello dei “sukuk verdi” è un mercato che richiamerà più di 10 trilioni di dollari nei prossimi due decenni.

Quale che sia il futuro di questo sistema economico (per ora) di nicchia, all’osservatore attento non sfuggirà l’esigenza manifestata dalla finanza di riprendere il contatto con la realtà economica corporea, ed il mondo islamico potrebbe effettivamente offrire le linee guida per una simile trasformazione, sempre che l’occidente sia pronto al passo di umiltà necessario per farsi dare lezioni dagli “ultimi arrivati”.

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