Tutti parlano  della crisi che il Paese attraversa, ma ben pochi avanzano proposte serie per uscirne, quali  ad esempio quelle avanzate ripetuamente dai Liberali; al contrario, buona parte delle forze politiche mostra una desolante mancanza di idee, di conoscenze e di programmi e, dopo la batosta collettiva ricevuta nelle ultime elezioni amministrative, invece di dedicarsi a un’analisi seria delle ragioni della sconfitta, senza inventarsi  improbabili scappatoie, si lancia nel vecchio, trito gioco delle alleanze, dei personalismi, dei ripicchi. Vendola e Di Pietro tentano di forzare la mano a un Bersani evidentemente in difficoltà e che sa che, per vincere e sopratutto per governare, ha bisogno del consenso di una larga fetta di moderati, che dei demagoghi di turno  non vuol sentir parlare. La Leganon sembra capire che la magia è rotta e pensa persino a una specie di Aventino nuova edizione. Ma più penosi di tutti sono il PDL e del suo padre-padrone. Il  loro “grande annunzio”, la bomba che doveva rivoluzionare la politica italiana, si è dimostrato una bombetta di carta e per di più alquanto vecchia e sfiatata. Di presidenzialismo si parla in Italia, inconclusivamente, sin dagli anni cinquanta. Ne parlava già allora un uomo politico oggi dimenticato, Pacciardi, e ambizioni di presidenzialismo sul modello francese appena lanciato dal generale De Gaulle vennero attribuite  a Fanfani.  Naturalmente, non c’è niente di illegittimo né di antidemocratico nel proporre una formula che, in Francia, tutto sommato funziona, assicurando una certa stabilità dei  governi (ma non necessariamente il successo delle looro politiche).

Personalmente, tuttavia, avrei alcune obiezioni, non perentorie ma almeno da esaminare: la prima è che il sistema presidenziale “alla francese” (un “unicum” nel mondo, perché ovunque altrove i Presidenti eletti dal popolo sono i soli capi dell’esecutivo) fu un vestito tagliato sulla misura di un personaggio fuori serie come Charles De Gaulle, la cui statura e il cui posto nella storia del suo Paese erano tali da assicurare il funzionamento di un’istituzione che crea un potere bicefalo: con la particolarità che, se Presidente e Primo Ministro appartengono allo stesso partito, il potere è in realtà monolitico, mentre quando ciò non avviene (in caso di “cohabitation”) è di fatto ingestibile. Ci si può chiedere perché il Generale scelse questa formula e la risposta sta proprio nel suo carattere e nella visione che egli aveva di sé stesso e della sua statura storica, e che non lo inclinavano a occuparsi del tran-tran quotidiano dell’amministrrazione. Egli stesso, del resto, definí cosí, paradossalmente ma non troppo, i ruoli rispettivi del Presidente e del Primo Ministro: “il Presidente fa la grande politica della Francia (intendeva con questo la politica estera e quella militare), il Primo Ministro si occupa del prezzo del latte”.  La seconda obiezione è che la nostra Costituzione, nata alla luce della catastrofica esperienza del Fascismo, si preoccupò sopratutto di istituire un sistema di contrappesi e di garanzie, di cui il Presidente della Repubblica è la chiave di volta. In un Paese diviso e conflittivo come il nostro, a me pare essenziale che il Capo dello Stato ne rappresenti davvero l’unitá e non una parte, anche se maggioritaria (ma il piú delle volte per pochi punti percentuali) come forzatamente avviene con l’elezione diretta. Certo, in Italia vi è necessità di un Governo stabile e, soprattutto, capace e autorevole, dotato delle necessaria forza parlamentare: strumenti istituzionali per giungere a questo non mancano ed una opportuna riforma elettorale che favorisca la creazione di tre o quattro gruppi politici in Parlamento, non di più, oltre a un aumento delle prerogative del Premier e alla c.d. sfiducia costruttiva, sarebbero senz’altro utili. Il modello esiste, ed è quello della Germania, dopotutto il Paese, tra i grandi europei, che dal dopoguerra ad oggi ha conosciuto più stabilità, crescita economica, proiezione internazionale, realizzando tra l’altro l’impresa titanica della riunificazione.

Ma al di là del merito – che si può discutere – l’obiezione principale alla proposta berlusconiana riguarda la tempistica. Non mi pare serio presentare una proposta di modifica cosí sostanziale del nostro assetto istituzionale  a pochi mesi dalle elezioni  (ma Berlusconi non ha governato complessivamente per 8 anni nel secondo millennio? Perché non ci ha pensato prima?), affidandola a un Parlamento sovraccarico di compiti e in  parte delegittimato (ricordiamo, di passata, che lo stesso De Gaulle la sua riforma istituzionale la sottopose a un referendum popolare); e per di più all’indomani di una sconfitta che ha portato il PDL ai minimi storici e mostrato l’immensa, la dilagante impopolarità del suo leader. E con quale maggioranza parlamentare? In queste condizioni, è forza pensare che si tratti di un ennesimo trucco, di un disperato “coniglio dal cilindro”, di un estremo tentativo di sorprendere e far dimenticare un passato gravoso e difficile da cancellare, o magari di un alibi per allontanare la riforma elettorale: che si tratti, in una parola, di una manifestazione di irresponsabilitá che sfiora il malcostume politico.  Aggiungiamo che, se veramente Berlusconi crede nella sua stessa proposta, le fa un pessimo servizio facendo capire, con finta umiltà, che è pronto a candidarsi alla Presidenza “alla francese”; basterebbe questa prospettiva per seppellire un’idea di per sé opinabile.

Abbiamo parlato di malcostume politico. Su una scala diversa, altri esempi non mancano: che dire del gruppo dirigente dell’ex Margherita, che continua a non capire (o a fingere di non capire) che le colpe di Lusi, perlomeno “in vigilando” sono di tutti loro? E come risponderanno a quanto sta venendo fuori su tutte le spese, niente affatto “politiche”, sostenute dall’ex-tesoriere a favore di tanti esponenti del Partito, spese che, se non diminuiscono in nulla le colpe attribuite al senatore, mostrano comunque quanto sia pericoloso un uso spensierato delle finanze pubbliche a fini privati, perché autorizza in qualche modo (caso Belsito insegna) i gestori di queste finanze a servirsi largamente in proprio.

È che dire del Governatore lombardo, di cui ogni giorno vengono fuori allegre e lussuosissime vacanze a spese di amici affaristi e non sente il bisogno di scusarsi e di togliere il disturbo?  Può darsi che Formigoni sia vergine di favori indebiti: puó darsi, anzi vogliamo crederlo. Ma è possibile che una persona con la sua esperienza politica e per di più un cattolico di quattro carati, non senta  l’indifendibilità della sua posizione? O davvero il costume politico che ha caratterizzato molte fasi della Storia d’Italia è definitivamente scomparso? Ve lo immaginate un De Gasperi, un Einaudi, uno Scelba, un Gonella, un Pella, un Vanoni, unLa Malfa, un Martino, un Malagodi, un Moro, un Pertini, un Cossiga, un Ciampi, un Napolitano, trascorrere gratis vacanze su barche da 50.000 euro a stagione? E ve li immaginate gli stessi dichiarare di aver pagato le spese di tasca propria e poi dire disinvoltamente di aver gettato le ricevute?

Potrei citare altri esempi di malcostume. Circola su internet un elenco, molto parziale ma significativo, di spese scandalose a carico delle finanze pubbliche: alcune erano note, altre no, e spero che qualcuno le segnali a chi è impegnato nella “spending review”: è vero che il Capo della Polizia guadagna piú di mezzo milione di euro all’anno? È vero che il Sottosegretario Moleschini ha una pensione di 700 mila euro annuali e Vittorio Sgarbi (andato in pensione a 54 anni) una pensione di 120 mila euro? È vero che Cimoli, ex Amministratore (in ambedue i casi fallimentare) delle FS e poi di Alitalia, ha ricevuto stipendi di vari milioni l’anno e liquidazioni conseguenti? C’è un solo esempio citato nella lista che è ingiusto e riguarda il c.d. stipendio dell’Ambasciatore a Berlino, di 20.000 euro mensili. Non è per spirito corporativo che lo dico, ma non si tratta di stipendio, ma di assegno di sede (non pensionabile) stabilito dalla Commissione di Finanziamento con l’occhiuta partecipazione del Tesoro, a rimborso degli oneri che pesano sull’Ambasciatore in una grande sede, a cui carico vanno gli stipendi, spese sociali e liquidazioni di cinque o sei domestici e tutte le spese di una rappresentanza che, in una sede come Berlino, sono semplicemente schiaccianti e di cui il Capo della Rappresentanza deve dare puntualmente conto agli Ispettori del Ministero. Solo per i ricevimenti della Festa Nazionale, in residenza entrano ogni anno migliaia di persone, per non parlare dell’obbligo di ricevere personalità locali della politica, dell’economia e della cultura e le innumerevoli delegazioni italiane di passaggio. Il paragone con gli emolumenti dati da altri Paesi ai propri diplomatici è fuorviante perché questi Paesi sostengono direttamente tutti gli oneri del personale domestico e rimborsano a piè di lista le spese di rappresentanza. Possiamo cambiare sistema e adottare quello sopradecritto, ma il risultato sarebbe eguale. Assolviamo dunque, per una volta tanto, un funzionario dello Stato che poi, quando torna a Roma, è pagato come ogni altro funzionario dello Stato del suo grado (cioè molto meno di un giudice o di un professore universitario e riceve una pensione che è cinque volte minore di quanto prende un qualsiasi alto funzionario della Banca d’Italia. Questo non vuol dire che la nostra diplomazia sia del tutto esente da errori di costume: certi nostri rappresentanti all’estero farebbero meglio a dedicarsi a qualche altro mestiere, perché fanno piú danno che altro all’immagine del Paese, ma questo è un problema di scelta, non sempre facile.

Ci sono anche fatti piú eclatanti: il Corriere della Sera ha riportato di recente la notizia secondo cui al Ministro Plenipotenziario Mario Vattani, ex Console Generale a Osaka e militante attivo nel neofascismo repubblichino, è stata comminata dalla Commissione di Disciplina “soltanto” una sospensione dal servizio senza stipendio per (se ho capito bene) sei mesi. Una misura di questo tipo è, a dire il vero, assai dura per gli standards della Farnesina e costituisce una palla di piombo per il resto della carriera di chi l’ha subita; in molti anni di servizio al Ministero non ricordo di averla vista applicata se non, forse, per delitti gravi come peculato o altro. Consideriamo, tra l’altro, che il TAR si era affrettato a sospendere anche il semplice provvedimento di richiamo da Osaka (poi il Consiglio di Stato ha revocato questa deicisone, rinviandola al TAR). Eppure, il Corriere non ritiene la misura  sufficiente e si chiede perché a Vattani non sia stato revocato il grado di Ministro Plenipotenziario: la risposta è che, giuridicamente, questo è quasi impossibile e aprirebbe un conflitto legale senza fine. Ma se ci si preoccupa che un funzionario diplomatico che, al di lá degli eventuali risvolti penali, che spetta ad altri giudicare, ha dimostrato ben poco equilibrio e giudizio, possa rappresentarci all’estero una volta finito il periodo di sospensione, vi è uno strumento semplice: il collocamento a disposizione senza incarichi, che è nelle facoltà del Governo e, se non revocato per un certo numero di anni, porta alla cessazione dal servizio.    

Per chiudere su note meno amare: qualcosa, in definitiva, sembra cominciare a muoversi da parte dei principali Partiti, col dimezzamento dei finanziamenti pubblici (sperando che sia una misura effettiva e non uno specchietto per le allodole) e l’avvio di una riduzione del numero dei Parlamentari. Ma la notizia davvero importante, se avrá seguito, sta nelle dichiarazioni del Ministro Giarda secondo cui sarà possibile realizzare in termini ragionevoli una prima economia di cento miliardi di euro e, a più lungo termine, di trecento miliardi. Leggendo queste dichiarazioni (che il Ministro avrebbe fatto forse bene ad affidare a un organo piú ufficiale e diffuso di Radio Vaticana) confesso di essermi pizzicato per una sorta di gioiosa incredulità. Ma Giarda è persona notoriamente seria e affidabile e appartiene a un Governo che le cose non solo le dice ma le fa, magari imperfettamente, ma le fa. Tocchiamo legno, dunque, e accendiamo tutti i ceri disponibili  perché alle parole seguano rapidamente i fatti, fatti che, come si sa, da queste colonne sono da tempo e a più voci invocati. Se così sarà, il Governo dei professori avrà conquistato un merito davvero storico e giustificato appieno il carattere straordinario della fase che stiamo vivendo.

© Rivoluzione Liberale

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