Come nella più classica sceneggiatura della commedia all’italiana, passate le elezioni amministrative, passa anche il rumore dell’inchiesta sulla Lega Nord. Benché raramente, giornali e tv ritaglino qualche breve spazio all’aggiornamento sul lavoro dei magistrati, negli uffici dei tribunali delle innumerevoli procure che hanno messo gli occhi sul partito padano si lavora alacremente per definire colpe e responsabilità.

A parte la guest star dell’inchiesta, Francesco Belsito, ex tesoriere del Carroccio, recentemente sono entrati nel registro degli indagati Bossi & figli. “Atto dovuto” – tuonano dalle segreterie di Via Bellerio – e molti dei generali sarebbero disposti a salire sul patibolo piuttosto di credere che re Umberto c’entri qualcosa.

Ma riassumiamo gli ultimi episodi della saga. Accertate le responsabilità di Belsito si cercano le altre dei vertici e intanto Giuseppe Lombardo, pubblico ministero della Direzione distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, è volato a Lugano dove ha incontrato i colleghi elvetici. Belsito avrebbe richiesto il supporto di una società fiduciaria con sede a Lugano per la predisposizione di strutture societarie attraverso le quali giustificare il trasferimento all’estero di denaro tenuto in Italia. Non solo: gli inquirenti sono anche a caccia di un conto cifrato in Svizzera che – è l’ipotesi dell’accusa – potrebbe essere stato messo a disposizione degli emissari milanesi della famiglia di ‘ndrangheta dei De Stefano per riciclare il denaro provento delle attività illecite di una delle cosche più potenti.
Nel frattempo a Milano vengono iscritti sul registro degli indagati Umberto, Renzo (il trota) e Riccardo Bossi: l’accusa è truffa ai danni dello Stato. L’informazione di garanzia è firmata dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo e dai pm titolari dell’inchiesta Roberto Pellicano e Paolo Filippini ma nei confronti del leader del Carroccio, a differenza dei suoi due figli, non c’è alcuna al momento contestazione che riguardi presunte spese personali.

Quasi 18 milioni di euro la cifra contestata, degna del capolavoro di Lusi (ex tesoriere della Margherita) e paghette per i “pargoli” da 5 mila euro al mese (oltre ai 9 mila che Renzo si prendeva come consigliere regionale).

Quindi Bossi non sapeva? Beh, peccato che la responsabile amministrativa di via Bellerio, Nadia Dagrada, affermi che i rendiconti erano firmati dal Senatur. C’è da chiedersi come sia credibile tale affermazione (del genere “a sua insaputa”) alla luce del grande potere che Bossi ha sempre avuto nel suo partito. Impensabile e stupido, credere che fosse all’oscuro di tutto. Di certo la malattia lo aveva reso più vulnerabile e maggiormente esposto agli avvoltoi che, girandogli intorno, hanno aspettato il momento giusto per sferrare l’attacco, ma anche se inerme, lui sapeva.

E così ha recitato la parte di quello senza macchia, l’unico che ancora era in grado di ridare lustro alla politica corrotta e inefficiente.

E invece si trova, per propria mano, a passare dall’altare alla polvere, senza più la possibilità di risalire in sella al suo destriero, destinato a cambiare “padrone”.

Ora bisognerà attendere lo sviluppo dell’inchiesta, ma una cosa è certa, la dinastia Bossi è giunta alla fine della sua esperienza politica e questa volta non ci sono più i margini per tornare indietro.

© Rivoluzione Liberale

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