L’accusa “riteneva” di aver trasmesso alla difesa tutti i 155.256 documenti prodotti. Tuttavia, a causa di un “errore tecnico” verificatosi diverso tempo addietro, il 3,19% di questi file non è mai entrato in possesso del collegio di difesa.

Non si tratta della solita storia di malagiustizia all’italiana, ma di quanto accaduto in uno dei processi più à la page del momento: quello intentato a Ratko Mladić, Generale nell’Armata Popolare di Jugoslavia e, durante la guerra in Bosnia, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. Accusato sin dal 1995 di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia, il Generale è stato arrestato ed estradato a L’Aia al termine di una lunga latitanza conclusasi il 26 maggio 2011.

Trascorso un intero anno durante il quale è stata celebrata un’unica udienza il 16 maggio scorso, il presidente del tribunale Alphons Orie (che non sembra rispondere al principio di terzietà del giudice, essendo Olandese come i caschi blu che rimasero inattivi a Srebrenica) ha ritenuto opportuno sospendere la presentazione delle prove, aggiornando il processo a data da definire. La pubblica accusa, da par suo, ha ammesso l’errore compiuto, sottolineandone al contempo il “limitato impatto sulla capacità della difesa di prepararsi all’apertura della fase di presentazione delle prove”. La svista ha comunque portato ad una rimodulazione nell’audizione dei testimoni, dando la priorità a quelli colpiti in minor misura dalla mancata divulgazione della documentazione di supporto. Saltata l’udienza di ieri, 29 maggio, il processo dovrebbe comunque riprendere il 25 giugno, appena prima della (più che immeritata) pausa estiva.

Tralasciando valutazioni di natura filosofico-giuridica sulla legittimità di un simile istituto, a proposito del quale molto è stato detto senza poter ricondurre all’unità le posizioni espresse da giuristi ed intellettuali, merita discendere dall’aspetto ontologico a considerazioni pratiche, osservando la gestione dei procedimenti in seno al TPI. Le traballanti fortune del processo Mladić non sono certo un unicum nel panorama del Tribunale. Sono del pari impantanati gli altri processi “di grido”; sia quello a Radovan Karadžić, Presidente della Republika Srpska (Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina), che quello a Vojislav Šešelj, Presidente del Partito Radicale Serbo (nonché mentore del neoeletto presidente di Serbia, Tomislav Nikolić). Per Slobodan Milošević, Presidente della Serbia, la morte (in cella) è giunta prima che la giustizia terrena avesse pronunciato la sua sentenza.

Una normale corte di giustizia di un Paese civile probabilmente affronterebbe delle conseguenze per tali ritardi e manchevolezze. Il processo verrebbe annullato e la corte sollevata dalle sue competenze. Tuttavia, nell’empireo delle organizzazioni sovranazionali, le pesanti lacune del Tribunale Penale – che erodono alla radice i principi stessi del giusto processo e del diritto internazionale – sembrano non intaccare la sua intangibilità. Le ferite ancora aperte nella ex-Jugoslavia non potranno certo esser rimarginate da una macchina giudiziaria cui in pochi accordano fiducia. La sclerotizzazione burocratica e il pressappochismo organizzativo stanno assestando duri colpi al TPI, più di quanto non siano riusciti a fare cavilli giuridici ed elucubrazioni filosofiche.

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