La libertà economica è tra le fondamenta di un sistema liberale che vede nella proprietà e nell’iniziativa privata, e quindi nella libera concorrenza, il motore della crescita di un Paese.

Libertà economica non vuol dire comunque assenza di regole, e quindi anarchia del libero mercato o liberismo selvaggio; la libertà economica è, al contrario, la risultante di un equilibrio del mercato in cui siano rispettati i confini della libertà economica dei singoli produttori.

Per quanto riguarda gli indicatori, la Heritage Foundationpubblica ormai da 18 anni un rapporto, l’Index of economic freedom, che misura le libertà economiche e di intrapresa in 184 paesi in tutto il mondo, analizzando i seguenti parametri: la tutela dei diritti di proprietà, la libertà dalla corruzione, la spesa pubblica, il regime fiscale, la libertà e il business, il mercato del lavoro, la libertà monetaria, la libertà del commercio, la libertà degli investimenti, la libertà finanziaria. All’interno dell’ultimo rapporto (2012) dell’Heritage Foundation il nostro Paese occupa il 92esimo posto.

Il concetto di libertà economica è associato a quello di ‘liberismo’ ma occorre sottolineare che la distinzione fra liberalismo e liberismo è tipicamente italiana e non ha riscontro in altre culture mondiali, anche se le idee e i concetti sui quali si fonda tale distinzione sono comuni a molte culture politiche del mondo occidentale. Nel nostro Paese è nota la polemica novecentesca, costruttiva e intellettualmente vivace, tra Benedetto Croce e Luigi Einaudi, dalla quale ha avuto origine la distinzione fra liberalismo e liberismo; fin dalle origini del pensiero liberale, però, il liberalismo è connesso al liberismo come dottrina economica fondata sulla libertà economica – ossia la libertà di mercato, della concorrenza fra industrie, aziende e singoli lavoratori – in ogni condizione storica, geografica e sociale.

Il liberalismo economico ha avuto origine dalla prima rivoluzione industriale inglese (1642-1660) e, in particolare, dalla rivoluzione concettuale esposta da Adam Smith in La ricchezza delle nazioni (1776), per poi svilupparsi nell’opera di tutti coloro che fra Settecento e Ottocento hanno propugnato la libera iniziativa economica contro i privilegi della nobiltà, dell’alto clero e dell’antico regime. Nel Novecento, invece, il liberismo lotta contro l’invadenza dell’iniziativa statale nel libero mercato, contro la forza e la coercizione dello Stato nei confronti della libera impresa. Una copiosa produzione di questo pensiero appartiene all’illustre economista Friedrich von Hayek per il quale liberalismo politico e liberismo economico sono inscindibili, in quanto uniti strutturalmente, e ogni distinzione fra i due concetti deve essere decisamente respinta.

In principio il ‘liberismo’ si identificava essenzialmente in un movimento rivoluzionario che intendeva battersi affinché si realizzasse, contro vincoli di diversa provenienza e di varia natura, una libertà fondamentale dell’uomo: la libertà dell’iniziativa economica che già Locke intendeva difendere inserendo il ‘diritto di proprietà’ fra i diritti naturali e inalienabili. In questo contesto, nei confronti di uno Stato non compiutamente liberale e molto spesso ‘oppressore’, anche il liberismo contemporaneo agisce in maniera rivoluzionaria affinché sia garantita la libera iniziativa economica di gruppi o individui, oltremodo minacciata dalla crisi economica attuale.

Per la dottrina liberale la libertà economica è la premessa indispensabile per ogni altra forma di libertà: l’individuo è libero se è proprietario e la stessa libertà politica è possibile soltanto in presenza della libertà economica; in pratica la libertà in economia non è uno dei tanti aspetti con i quali si è presentata nella storia la lotta per la libertà ma è l’origine di ogni libertà. Come affermano Croce e Popper, non è però possibile legare (o determinare meccanicamente) tutte le libertà, etiche, politiche, culturali alla pura libertà economica, né il liberalismo deve appiattirsi sul liberismo.

In questa prospettiva, di fronte ad un capitalismo sfrenato la dottrina liberale risponde con un ‘liberismo delle regole’, perché libertà economica non vuol dire anarchia o potere assoluto del capitale: il liberalismo combatte ogni forma di abuso del potere e quindi lotta per la limitazione del potere in tutte le sue forme. Ciò vuol dire che sul piano pratico non è ipotizzabile una società liberale nella quale non sia assicurato il massimo di libertà economica ma, come tutte le altre forme di libertà, anche per la libertà economica ci sono dei confini da rispettare affinché essa non si trasformi in un liberismo anarchico e selvaggio.

A tale proposito, da un punto di vista liberale occorrerebbe ricondurre lo sviluppo economico del capitalismo mondiale nell’alveo di un più ampio giudizio etico-politico, creando ed immaginando, attraverso la lotta politica quotidiana (costruttiva), un sistema di governo e nuove istituzioni che siano in grado di gestire i disastri e le opportunità di un’economia libera, evitando l’oppressione dei pochi sui molti.

Il punto di vista di un liberale autentico, Luigi Einaudi – che all’interno della polemica tra liberalismo e liberismo premeva sul secondo punto – non teorizzava un liberismo senza regole, bensì la reciproca immanenza tra liberismo e liberalismo, riconoscendo il primato della dignità dell’uomo sull’economia. Einaudi considera la libertà né come una mera concettualizzazione né come la risultante tra il progresso e il regresso, ma come una vocazione e un impegno teso all’individuazione dei bisogni della vita reale per commisurarli a sistemi istituzionali e criteri normativi atti ad impedire violenza, frode e tirannia.

La libertà non si dispiega quindi in un’astratta sfera universale ma nelle dimensioni sociali, politiche ed economiche, evitando comunque di essere contaminata da indisciplinate ‘ideologie’ liberiste che, paradossalmente, finiscono per soffocare la libertà dell’individuo e le sue sane aspirazioni di realizzazione, e quindi di intrapresa. In particolare Einaudi stabilisce un rapporto di mutua implicazione tra liberalismo etico-politico e liberalismo economico o liberismo, sostenendo che quest’ultima espressione non deturpa e non offende i valori e i sentimenti morali ma, al contrario, rivela esigenze e condizioni senza le quali la libertà non mette radici nella storia e non opera positivamente nella società. Scegliendo la soluzione liberista non si intende assoggettare all’economicismo il mondo culturale e spirituale ma tale scelta si dimostra più utile di altre per garantire alla libertà il completo dispiegamento delle sue potenzialità globali: “L’idea della libertà vive, sì, indipendentemente da quella norma pratica contingente che si chiamò libertà economica, ma non si attua se non quando gli uomini, per la stessa ragione per cui vollero essere moralmente liberi, siano riusciti a creare tipi di organizzazione economica adatti a quella vita libera”.

Come per altri padri nel neoliberalismo novecentesco (Friedrich von Hayek, Ludwig von Mises, Wilhelm Röpke) anche per Einaudi la libertà del pensiero, della coscienza e della scienza presuppone una buona dose di libertà economica. La dottrina liberale contrasta quindi ogni tipo di soluzione statalistica e dirigista in cui una volontà egemonica diventerebbe intollerante nei confronti delle altre volontà.

Il dirigismo economico, sostiene Einaudi, parte dal principio, non liberale, che “l’equità nella distribuzione del reddito sia più importante dell’abbondanza della produzione”. Il sistema di estrema austerità che così si determina avrebbe, oltre che scarso valore morale, anche poca utilità sociale: esso “non è sinonimo del risparmiare dopo aver prodotto”, ma può semplicemente significare non produrre. Einaudi sostiene che dove domina il dirigismo la legislazione, l’attività di governo e le forze indipendenti che sostengono una società libera sono osteggiate ed espropriate delle loro funzioni. Egli polemizza non solo contro il dirigismo socialistico ma critica animosamente anche un certo tipo di capitalismo – a suo giudizio troppo diffuso nel mondo occidentale – che “dà a un numero decrescente di capi, scelti per qualità non economiche, il privilegio esclusivo di governare gli strumenti materiali della produzione”. Tale tipologia di capitalismo, che fa apparire come libera intrapresa ciò che è invece ‘monopolio’ e rendita parassitaria, si rivela la negazione del liberalismo e ha gli stessi difetti del comunismo perché deriva da una medesima logica esclusivistica: “Comunismo e capitalismo monopolistico tendono a uniformizzare e conformizzare le azioni, le deliberazioni, il pensiero e gli uomini”. La libertà, al contrario, presuppone l’assenza di monopoli: “La lotta diuturna per la libertà contro la tirannia dei monopolisti privati e del monopolista collettivo è la premessa di una società economicamente e socialmente più equa”. Il liberalismo combatte contro ogni forma di abuso di potere e quindi anche contro la concentrazione dei capitali e dei poteri economici. A tal fine stabilisce dei limiti e dei vincoli all’operare degli uomini, chiedendo tuttavia che tali limiti e tali vincoli siano finalizzati al restringimento dei monopoli e non al restringimento della libertà.

Il liberalismo einuaudiano preme, nel contempo, sull’esigenza di creare le condizioni per rendere più reale l’uguaglianza dei punti di partenza per cui “ogni uomo deve essere posto nella medesima situazione di ogni altro uomo: sicché egli possa riuscire a conquistare quel posto morale, economico, politico che è proprio delle sue attitudini di intelletto, di carattere morale, di rigore lavorativo, di coraggio, di perseveranza”.

I due principi fondamentali di una Stato liberale e democratico sono, da un lato, la libertà della persona – libertà morale, di pensiero, di iniziativa economica – e, dall’altro, l’uguaglianza delle opportunità, evitando però che l’allargamento dell’egualitarismo minacci l’esistenza e il dispiegarsi della libertà individuale che, ovviamente, è anche libertà economica. Di certo non è semplice individuare, a priori, i punti critici oltre i quali è opportuno limitare l’estensione dei parametri di uguaglianza per evitare di penalizzare la libera realizzazione del singolo ma, sostiene Einaudi, anche se diverso da tempo a tempo, da paese a paese, questo “punto critico” esiste e una società libera è impegnata a valutarlo realisticamente e costantemente. Affermando che la verità liberale “vive solo perché può essere negata”, Luigi Einaudi spiega ciò che egli intende, in pratica, per “punto critico”: un’espressione che concepisce il liberalismo, e quindi anche il liberismo, come una ‘teoria del limite’, come la ‘capacità’ di contemperare continuamente esigenze contrapposte o semplicemente diverse e che si rispecchia nella phronesis greca (saggezza pratica) o nella prudentia latina.

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