Cronaca di una palma annunciata. Potrebbe/dovrebbe essere l’unico, esaustivo titolo dei commenti giornalistici post-Festival di Cannes 2012. Como lo poteva/doveva essere l’anno scorso dopo la vittoria del soporifico The tree of life del maestro venerato, (dai critici amanti della noia d’origine antononiana/bergmaniana), Terrence Malick.

Ha vinto Amour del cineasta-entomologo Michael Haneke, spietato osservatore dei dolori e delle angosce umane, che sulla Croisette ha presentato il dramma di due ottuagenari, incarnati da Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva, colti tra le mura altoborghesi del loro appartamento parigino in un estenuante percorso d’afflizione e di morte.

Ha vinto il cinema d’autore, vero, anzi verissimo, ma l’Haneke visto quest’anno

ha ottenuto il massimo premio a causa della scarsa qualità dei film in competizione, che, fatta eccezione per Reality del nostro Matteo Garrone (meritatissimo Gran Prix du Jury, alla faccia della critica internazionale che non lo ha capito, fischiandolo vergognosamente al momento della premiazione), La chasse di Thomas Vintenberg, con uno strepitoso Madds Mikkelsen (premiato per l’interpretazione), e Au-délà des collines del rumeno Christian Mungiu, premiato per la sceneggiatura e per la performance delle due eccezionali lesbosuore-protagoniste, hanno decisamente deluso le aspettative.

E ancora di più i francesi che se ne tornano a casa a testa bassa e a mani vuote, speranzosi fino all’ultimo di vedere l’arzillo Resnais o il penetrante Audiard, e invece beffati da Moretti e giuria, gridando allo scandalo per il riconoscimento conferito all’autore di Gomorra.

Le selezioni parallele, Un certain regardQuinzaine des réalisateurs et Semaine de la critique hanno invece offerto, come di consueto, una quantità enorme di titoli meritevoli di uscire dalle frontiere astratte dei rispettivi paesi di provenienza. Come Sofia’s last ambulance, intensa narrazione delle difficoltà quotidiane incontrate da un corpo di pronto soccorso nella capitale bulgara, dove solo 13 ambulanze sono a servizio di una città popolata da più di 5 milioni di persone.

Ma la vera rivelazione del festival, senza dubbio la migliore opera vista quest’anno a Cannes, è stata Despues de Lucìa, seconda fatica del messicano Michel Franco, penetrante storia di violenza calata nel fragile mondo adolescenziale, incentrata sulle tematiche della colpa e della vendetta con protagonista una graziosa sedicenne, vittima delle gelosie e delle invide delle sue compagne di classe. Un capolavoro di regia e di tensione drammatica, che presto o tardi ci auguriamo di vedere anche negli schermi italiani.

© Rivoluzione Liberale

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