Il generale rallentamento dell’economia mondiale nel 2001 colpì molto duramente l’Argentina, nel giro di pochi mesi la disoccupazione segnò un picco verso l’alto, un eco di protesta, dapprima pacifica, crebbe e si diffuse per le strade e per le piazze, finché il 19 settembre si concretizzò in un’esplosione di attacchi violenti ai supermercati ed alle banche.

Il governo La Rúa rispose chiudendo le banche e congelando i conti correnti, sintomo finale di un’economia al collasso. Con il default, il più grande nella storia economica mondiale (95 mld. di dollari di debito) la moneta, fino ad allora equiparata al dollaro, perse velocemente l’80% del valore, di pari passo al potere d’acquisto dei salari. Il credito ai privati si dimezzò ed il sistema produttivo rimase pressoché immobile i due anni successivi.

A distanza di oltre dieci anni i dati ufficiali indicano che il sistema economico argentino sia in forte recupero: il tasso di disoccupazione è passato dal 25% del 2002 all’attuale 7%, dal 2008 il Pil cresce dell’8% annuo circa, ed il reddito medio è triplicato dal 2001 ad oggi (da 2670 dollari a 7400).

è stato spesso affermato che l’Argentina sia un caso esemplare di recupero in seguito a collasso da default, tanto che viene presa come termine di paragone per una possibile uscita della Grecia dall’Euro.

Ma la similitudine è troppo miope, per due validi motivi: il primo, la diversità strutturale delle due Nazioni esclude ipso facto una comparazione, perché mentre a spingere il Pil dell’Argentina c’è una capacità produttiva ed esportativa fortissima dei settori agricolo ed estrattivo, che oltretutto le hanno finora permesso una sorta di sopravvivenza autocratica, sappiamo bene che la Grecia manca delle risorse naturali che potrebbero risollevare la bilancia commerciale e, in scenario default, dovrebbe piuttosto contare sull’incentivazione all’ingresso dei capitali finanziari, diventando un ‘paradiso fiscale’ alle porte dell’Europa.

Il secondo motivo poi, risiede negli stessi numeri che fornisce l’Argentina per testimoniare il suo successo, che sembrano essere clamorosamente truccati. Non è una novità che l’Indec (l’equivalente argentino dell’Istat) sia controllato direttamente dal Governo, e risale al giugno 2011 la decisione dell’Economist di non utilizzare i dati governativi per le proprie analisi della situazione-paese, ma recentemente anche il Fondo Monetario Internazionale, supportato da molti blog di economisti indipendenti argentini che forniscono dati microeconomici in completa controtendenza rispetto a quelli macro ufficiali, ha richiesto un severo controllo sui dati pubblicati.

Secondo il Foco económico l’inflazione, ad esempio, sarebbe al 25%, anziché al 9,7% stimato dall’Indec, sia in base ai dati regionali, più indipendenti di quelli forniti in sede centrali, sia per le richieste dei sindacati argentini che negoziano incrementi del salario a colpi del 20-25% per volta.

Così anche lo stesso Pil sarebbe sovrastimato del 10%, inficiando in tal modo i risultati di successo dei governi Kirchner che hanno elevato il caso argentino a modello per i futuri default.

Accade purtroppo facilmente che si prendono per verità assolute dei dati che poi si rivelano unicamente di facciata, come avvenne per la Grecia al suo ingresso nell’euro, e troppo spesso queste verità fallate vengono prese a modello ipotetico per situazioni intrinsecamente diverse, portando a risultati diametralmente opposti a quelli reali, che si traducono in politiche economiche sbagliate. Gli effetti, li stiamo provando oggi sulla nostra pelle.

© Rivoluzione Liberale

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3 COMMENTI

  1. Essendo stato Ambasciatore in Argentina al tempo del collasso e vivendo da allora in questo Paese, condivido tanto l’analisi che le conclusioni, con alcune precisazioni: la crisi del 2001 fu provocata in Argentina dall’accumularsi di un debito giunto all’insostenibilità e dalla decisione dei mercati e del FMI, tra luglio e agosto di quell’anno, di chiudere i rubinetti del credito. Ciò impose al Governo misure di riduzione tanto drastica della spesa pubblica (taglio del 17% di stipendi e pensioni) da rendere drammatica la recessione in corso. Il blocco dei conti bancari (il c.d.”corralito”) fu deciso per arginare la corsa a ritirare i capitali dalle banche, che stava mettendo in ginocchio il sistema. L’insieme di questi fattori provocò i moti di piazza e le dimissioni del Presidente De la Rua. Due suoi successori eletti dal Parlamento, decretarono il default e l’uscita dalla convertibilitá. Il PIL cadde del 14%, ma la ripresa iniziò già a metá di quell’anno, grazie a tre fattori: il venir meno dell’onere del pagamento del debito; il forte impulso alle esportazioni dovuto alla svalutazione; il crollo delle importazioni e il ritorno sul mercato dell’industria locale (la c.d. politica di “sostituzione delle esportazioni”). Il Presidente Kirchner, eletto nel 2003, ereditò una situazione in netta ripresa, favorita dall’aumento dei prezzi internazionali delle commodities, e l’accentuò negoziando un’uscita dal default che costò ai creditori il 70% dei loro crediti, e stimolando una politica di alti consumi e di sussidi ai servizi pubblici essenziali, che tenne artificialmente basse le tariffe dell’energia, e un cambio artificialmente alto dollaro-peso. Per qualche anno questa politica ha generato consistente crescita del PIL, saldi attivi della bilancia commerciale, e superavit di bilancio. Quali erano i limiti di questa politica? L’isolamento del Paese dai mercati finanziari internazionali, la pratica assenza di investimenti dall’estero, non compensati da quelli interni (i capitali argentini in gran parte si rifugiano fuori del Paese) e l’aumento costante della spesa pubblica dovuta ai sussidi alle imprese e a una generalizzata spesa sociale volta alla ricerca del consenso. Le prime crepe sono apparse nel 2008, quando, per “far cassa” il Governo ha tentato di aumentare le tasse sulle esportazioni agricole e poi ha dovuto espropriare le casse di tutti gli organismi privati di assicurazione sociale ed emettere sempre piú moneta, generando un’inflazione reale del 20-25% annuo. Passo successivo, appropriarsi delle riserve della Banca Centrale, non solo per pagare i debiti con l’estero, ma per finanziare la spesa corrente. Tra la fine del 2011 e i primi mesi di quest’anno, la situazione è bruscamente peggiorata e la sensazione di molti economisti è che la politica economica kirchnerista stia arrivando al capolinea. Per arginare la fuoruscita di dollari, il Governo ha dovuto imporre forti restrizioni alle importazioni, che tra l’altro hanno messo in difficoltá le industrie che lavorano con componenti straniere, e hanno provocato il ricorso di USA, UE e altri all’OMC, e imporre un controllo poliziesco dei cambi, che ha portato a una differenza del 30% tra dollaro ufficiale e dollaro parallelo. L’espropriazione della compagnia petrolifera nazionale, l’YPF, comprata nel 1999 dalla spagnola Repsol, ha accentuato l’isolamento del Paese e l’atmosfera di sfiducia internazionale nei suoi confronti, che si va estendendo anche ai suoi tradizionali partners del Mercosur. La Presidentessa si trova evidentemente ora davanti a un bivio: o ritornare a una politica di controllo della spesa pubblica e di liberalizzazione dei prezzi e delle tariffe, con ovvio costo politico, o continuare a emettere moneta moltiplicando l’inflazione e intanto accentuare i controlli e compiere una fuga in avanti verso un’economia statalizzata, sul modello Chavez, verso il quale la spingono alcuni suoi consiglieri. Mi auguro che la signora Kirchner, che é dotata di grande fiuto politico, scelga la strada corretta.
    Conclusione: Zennaro Follini ha perfettamente ragione a ricordare che la Grecia non é l’Argentina, non possedendo né le dimensioni di questa economia, né la sua capacitá di produzione ed esportazione di prodotti agricoli e neppure il petrolio e il gas di cui é ricco questo Paese, e infine nemmeno quella rete di industrie medie e piccole che l’Argentina tutto sommato ha potuto sviluppare. Ma aggiungo che anche in Argentina il “modello argentino” alla lunga non potrá funzionare, perché è basato su una sistematica evasione dei propri impegni internazionali e anche della realtá economica.
    Chi invita la Grecia a imitarlo, rinnegando i propri debiti e finanziando una politica di consumi generalizzati, fa dunque a quel Paese, e all’Europa intera (e quindi all’Italia) un pessimo servizio.

    • Mi permetta di ringraziarla per l’interessantissimo approfondimento, un’analisi chiara e brillante della situazione da un punto di vista interno come il suo offre un’enorme valore aggiunto all’articolo, che, per chiare esigenze redazionali, ho purtroppo dovuto mantenere in forma piuttosto sintetica.
      Ovviamente condivido a mia volta la speranza che il governo Kirchner sappia indirizzarsi verso la politica economica di cui l’Argentina ha bisogno per uno sviluppo degno di tale nome, stimolando la domanda interna per limitare la dipendenza dalle esportazioni, cercando di frenare l’inflazione e riconsiderando il dilagante statalismo ed i pesanti sussidi sociali, finche’ ha i mezzi per farlo.

  2. Grazie per l’apprezzamento, che é reciproco. Piú che stimolare i consumi interni, giá troppo “dopati”,il Governo dovrebbe prendere atto della realtá e rinunciare alla politica di sussidi delle tariffe e ad altre spese demagogiche (i sussidi sociali, in sé sacrosanti, stanno avendo il risultato di scoraggiare la gente dal lavorare). Se spenderá meno, lo Stato potrá alleviare la pesante tassazione che grava sulle esportazioni agricole e finisce col frenarle, danneggiando gravemente la parte veramente sana e “portante” dell’economia argentina, e ridurre l’emissione di moneta che genera inflazione crescente (Lei ha perfettamente ragioni a ricordare nel suo articolo che le statistiche dell’INDEC non riflettono né i dati sull’inflazione reale, né quelli sul PIL). Ma il costo politico a breve termine sarebbe altissimo sopratutto presso le categorie abituate a dipendere dal sussidio pubblico e non so se il Governo vorrá affrontarlo. Comunque, il “modello argentino” deve insegnare a tutti, dai greci a noi, che non ci sono vie semplici e indolori per uscire dalle crisi e imboccare la via virtuosa di un vero sviluppo economico.

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