“AlèMagno era davanti alla finestra e guardava i Fori Romani sotto di lui. Aveva le mani sui fianchi, il mento alzato. Entrò un centurione, o meglio uno dei suoi assistenti vestiti da Massimo Decimo Meridio: ave o Duce, disse con la mano alzata. Lui, si voltò. A’mbecille, ma che dici! Mi puoi chiamare Duce solo a casa; qui me devi da chiamà Cesare. Cretino. Guarda che te manno affà il guardiano dei cessi a Caracalla. Il centurione chinò il capino affranto.

Che sei venuto a dirmi? Duce, no Cesare, no, insomma a Già, guarda che il bolscevico ha deciso che la parata si farà. Ambasciator non porta pene! AlèMagno guardò il cielo. Si recò vicino alla statua di Augusto imperatore e fissando gli occhi vuoti disse: Ma li mortacci sua! Sto comunistaccio. E io, ora che faccio? Ciò la sagra del carciofo fritto, ho detto che andrò. Son tutti ex picchiatori amici miei. Va bene, ho deciso: mi dissocio, ora và di moda.

Augustarellooooooo, chiamò affacciandosi sul corridoio. Agustarello, fedele autista, figlio di tale Impero Fracassi, nato a Predappio, si precipitò correndo. Ave, cosa comanda sua Immensità? Agustarè, sai scrive? Ecco, dobbiamo fare un comunicato stampa. Dì che io non andrò alla parata perché trovo che sia, come se dice, aiutame, ah già: non andrò alla parata perché lo ritengo sfregiante, no, sfregnante, no aspè, dispiacente nei confronti dei terremotati. Ma che c’entreno i terremotati? Disse il centurione. Alè Magno lo guardò fisso; staccò uno dei fasci littori che aveva fatto riprodurre e appendere sopra la sua scrivania e glielo ruppe in testa.

All’improvviso entrò lei, Isabella. Aveva lo sguardo furente: lampi di Fiamma tricolore dagli occhi. Idiota! Non sei ancora pronto! Stai giocando con questi ritardati! abbiamo un incontro, lo sai. Lui la guardò terrorizzato! No amore, sono pronto, stavo dettando un comunicato stampa.

A chi? Che devi dì? Perché ora sai anche scrivere? Fammi leggere. Mi dissocio dalla parata militare. Lei per poco non svenne. Per un attimo pensò che il marito avesse avuto un’idea, un’opinione. Ma durò lo spazio di un battito di ciglia! Devo annà alla sagra del carciofo fritto. Però scrivo che mi disserto, mi seprimo mi desertifico, come si dice, insomma, non so’ d’accordo. La moglie prese il tagliacarte con la testa di Benito sull’impugnatura e glielo conficcò sul polpaccio.

Caro, ti levo d’impaccio. Sei ferito, non puoi andare. Anzi ora te corco di botte, così avrai una scusa eccellente. AlèMagno si contorceva dal dolore sdraiato sul tappeto. In quel momento il suo cellulare cominciò a suonare, una bella musichetta che sembrava la sigla di Unomattina. Isabella rapida rispose. E lì la storia ebbe il sopravvento. Era la ganza di AlèMagno! Pensando fosse lui pronunciò le parole fatali: Amore mio, mio Duce, ho voglia di te! Isabella alla parola Duce pronunciata invano, terrea, prese il secondo fascio littorio dalla parete e glielo ruppe in testa. Poi, con il tacco 12 sulla sua testa sanguinante chiamò Agustarello e disse: fate sto comunicato stampa. Dite che il sindaco si dissocia. Poi porta ‘sto relitto a casa e lascialo lì. Agustarello e il centurione rimasero senza parole di fronte alla furia della Rauti. Poi, mesti, colpiti nell’onore, raccolsero il loro comandante e, cantando una nenia struggente che ricordava l’Abissinia, uscirono dalla stanza.”

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