Vi sono momenti storici, situazioni politiche e sociali, in cui la prima ed assoluta esigenza è il riconoscimento del valore dello Stato da parte di tutti i cittadini. Le crescenti tensioni civili, politiche e sociali, di cui il nostro Paese è vittima ormai da diversi anni, deturpano quasi tutti gli ambiti relazionali ed istituzionali, pongono l’Italia di fronte a preoccupanti interrogativi sul degrado del discorso pubblico, sul senso dello Stato e delle Istituzioni. Per memoria ed esperienza storica il valore dello Stato nasce dalla storia di un Paese e dal sentimento di appartenenza dei suoi cittadini al bene comune, senza il quale tutti i valori conclamati si rivelano mere ‘astrazioni’: le ricostruzioni costituzionali risultano fragili, le espressioni simboliche si svuotano di contenuti e si corre il rischio di vanificare il ricco patrimonio morale e culturale del Paese.

Nel contesto di una società che si percepisce come profondamente destrutturata occorrerebbe ripensare e rigenerare un sano senso dello Stato rivalutando i valori, gli interessi, le idee della collettività civile e non quelli di parte, costruendo un’immunità politica e sociale in grado di difendere il Paese dagli antigeni che rischiano di sovvertire la democrazia e la stessa libertà.

“Unità e solidarietà: questo ci occorre per superare le emergenze e le prove – ha ammonito il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, in occasione delle celebrazioni del 2 giugno – come ci dicono i nostri 150 anni di storia. Libero confronto tra diverse opinioni e proposte, non vecchie contrapposizioni ideologiche. Senso dell’interesse generale, senso dello Stato, volontà di cambiamento – nel grande scenario dell’Europa unita – per far crescere l’economia, dare futuro ai giovani e rendere più giusta una società troppo squilibrata e iniqua. Volontà di riforme e di partecipazione per rinnovare la politica e rafforzare la democrazia”.

Trarre forza dalla Repubblica e dalla Costituzione: è questo il mònito del Capo dello Stato “per costruire un’Italia migliore”. Nelle parole del nostro Presidente – il quale ha ricordato anche quando giovane deputato, eletto nel 1953, fu invitato l’anno successivo al ricevimento con l’allora Presidente Luigi Einaudi  – sono raccolti gli elementi liberali storici (e vitali) sui quali si fonda il valore dello Stato come garanzia suprema della legalità. Le regole della società liberale sono al servizio degli interessi collettivi e non dei particolarismi.

Lottare contro le corruzioni dello statalismo, del corporativismo e del parassitismo sociale, stimolare energie umane ‘nuove’ o ridestare quelle assopite o espropriate: sono questi i principali obiettivi ‘liberali’ sui quali è nata la nostra Italia repubblicana. Non a caso, sulle orme degli insegnamenti della storia d’Italia e con il chiaro intento di costruire una democrazia liberale fondata sulla novella Costituzione della Repubblica, nel 1948, durante il suo discorso di insediamento, il neo presidente eletto Luigi Einaudi affermava: “Tra le due date, del 1848 e del 1948 […] è nato un problema nuovissimo, che nel secolo scorso grandi pensatori politici avevano dichiarato insolubile: quello di far durare sistemi democratici quando a votare ed a deliberare sono chiamate non più ristrette minoranze di privilegiati ma decine di milioni di cittadini tutti uguali dinanzi alla legge. Il suffragio universale parve ed ancora pare a molti incompatibile con la libertà e con la democrazia. La costituzione che l’Italia si è ora data è una sfida a questa visione pessimistica dell’avvenire”.

Luigi Einaudi e la classe politica italiana del 1948 sentivano la responsabilità di superare la sfida: costruire e governare una moderna democrazia liberale in un paese in cui iniziavano ad emergere le contraddizioni tipiche di una società di massa. Una situazione che permane e caratterizza il nostro Paese (e l’intero Occidente) ancora oggi.

Luigi Einaudi esprime un liberalismo consapevole della sua grande vocazione politica e culturale; un liberalismo che non abusa della ragione economica e non si affida esclusivamente agli automatismi dell’ordine spontaneo; un liberalismo che deve essere in grado di riaccreditare, costantemente, il valore delle sue funzioni pubbliche e di comprendere che il suddetto valore dipende, più che dal minimalismo degli interventi, dalla qualità delle misure protettive  e delle forme di tutela  – dirette e indirette – di cui ha un Paese moderno ha sempre bisogno.

 All’interno delle grandi connessioni della storia, il liberalismo fa valere la dignità degli individui e identifica nei loro diritti e nelle loro libertà il limite politico, giuridico e morale di ogni pubblica autorità. L’intransigente opposizione liberale contro ogni eccessiva interferenza del potere dello Stato e della massa nella vita dei singoli non si converte però, automaticamente, nell’autostabilità e nell’autosufficienza individualistica ed egoistica. Il liberalismo è consapevole del fatto che la libertà ha una struttura composita e proteiforme; in essa il non impedimento, il garantismo, le regole del gioco, la partecipazione, l’equità, la tutela, il vissuto di ogni individuo e, nel contempo, le mediazioni collettive e le forme di cooperazione deliberate, si articolano e si intrecciano in una pluralità di combinazioni.

Nel suddetto messaggio dopo il giuramento di fedeltà alla Repubblica (12 maggio 1948) Luigi Einaudi sottolineava che l’applicazione della neonata Costituzione mirava ad adempiere due doveri fondamentali: “Conservare della struttura sociale presente tutto ciò e soltanto ciò che è garanzia della libertà della persona umana contro l’onnipotenza dello Stato e la prepotenza privata; e garantire a tutti, qualunque siano i casi fortuiti della nascita, la maggiore eguaglianza possibile nei punti di partenza”.

Per costruire un Paese dove sia forte il senso dello Stato, e dove sia quindi fortemente riconosciuto il suo valore, è auspicabile un liberalismo di stampo einaudiano – animato da una nobile e pragmatica tensione ideale – che vuole prendere le distanze sia dal liberalismo padronale sia dal puro liberalismo di Stato. “La ben nota tesi secondo cui ‘i singoli uomini urtandosi l’un l’altro finiscono per fare l’interesse propria e quello generale’ – affermava Einaudi – è un’invenzione degli anti-liberisti, si chiamassero o si chiamino essi protezionisti o socialisti o pianificatori”. La realtà è un’altra sottolineava l’illustre Presidente liberale: “Liberisti sono coloro i quali, ragionando, cercando di precisare le ragioni ed i casi ed i limiti dell’intervento dello Stato e degli altri numerosi e variabilissimi enti pubblici nelle cose economiche; e pianificatori sono coloro i quali gridano: piani, piani, piani! e producono confusione, facendo un’insalata russa abominevole dei piani che sono compito dello Stato, di quelli che spettano ad altri enti pubblici e di quelli che, dacché mondo è mondo, ogni persona sensata ha sempre fatto, col nome di bilanci, preventivi, progetti, per condurre la propria impresa o la propria famiglia”.

Einaudi ritiene che sia una perniciosa mistificazione affermare che il liberalismo significhi assenza dello Stato e indifferenza per i problemi di eguaglianza. Il valore dello Stato è, al contrario, direttamente proporzionale all’eguaglianza dei suoi cittadini, in virtù della quale gli individui sviluppano un vivo sentimento di appartenenza e un devoto rispetto nei confronti di ciò che rappresenta il loro Paese.

Le forze della libertà che hanno sfidato il dispotismo tradizionale – fin dai tempi della costruzione dell’Unità d’Italia – devono quindi impegnarsi, costantemente, contro nuove e mistificatrici forme di autoritarismo accentrate, in particolar modo, nelle posizioni ostili al dinamismo politico e sociale; posizioni che molto spesso attribuiscono, con estrema facilità, allo Stato e al parastato funzioni ritardatrici; tali posizioni sono molto abili nel ricostruire protezionismi corporativi e nel diffondere privilegi.

Il primo Presidente eletto della Repubblica italiana si dimostrava per di più attento al progresso economico del proprio Paese, ciò che, con spirito cavouriano, va di pari passo con il progresso politico. A proposito della necessità di incrementare gli investimenti al fine di favorire la ripresa economica, Einaudi additava, ad esempio, i troppi ostacoli che impedivano una crescita sana dell’economia, molti dei quali dipendevano da una regolamentazione statale inefficiente: “Se non si facessero le cose che non di debbono fare, si potrebbe parlare seriamente di investire quel che prima si è risparmiato; il capitale straniero accorrerebbe più volentieri in Italia perché il progresso economico sarebbe, data la buona volontà degli italiani di lavorare, rapido e progressivo”. Einaudi sottolineava che compito dello Stato era fare in modo che non si creassero le condizioni per un aumento della disoccupazione, piuttosto che intervenire direttamente: “La premessa secondo cui lo sradicamento della disoccupazione e della miseria non può essere operato organicamente che dallo Stato e costituisce il compito nuovo ed in un certo senso fondamentale dello Stato moderno, deve essere messa in connessione con un’altra premessa […] e cioè che lo Stato moderno ha come primo compito di non creare quella disoccupazione e quella miseria”.

Einaudi aderisce, in definitiva, alle ragioni liberiste per asserire la necessità della mobilità in sede economica e sociale; egli sottolinea che il liberalismo prospera in situazioni dinamiche, dove la stabilità del lavoro e la stabilità della proprietà, rimuovendo le loro configurazioni tradizionali e abbandonando i loro status immobilistici, favoriscono l’emancipazione dei diversi raggruppamenti che si sentono così emancipati e garantiti dallo stesso movimento che assicura alla creatività individuale e collettiva di entrare e uscire liberamente dai circuiti produttivi. In questa prospettiva le classi medie non sono più assediate da illiberali limiti classisti e hanno la possibilità di ampliarsi, accogliendo dentro di sé tutti coloro che vogliono impegnarsi per promuovere un’intensa dinamicità sociale contro i fautori dell’interventismo misto a corporativismo e protezionismo.

Il senso dello Stato nasce nella società civile, risiede e si identifica in essa, ed il valore della società civile è direttamente proporzionale al valore dello Stato. Nella politica moderna – secondo il modello di origine dello Stato fornito dal giusnaturalismo e dal contrattualismo (da Hobbes a Kant) – societas civilis si contrappone a societas naturalis ed è sinonimo di società politica e quindi di Stato, un’entità politica e sociale sovraordinata agli interessi particolari di individui e gruppi, custode della legalità e garante della libertà dei suoi cittadini.

È proprio in questo contesto che occorre ricordare l’Einaudi difensore del buongoverno e nemico dell’eccessiva politicizzazione della vita pubblica, destinata a comprimere lo spazio vitale del cittadino; la sua acuta attenzione alle esigenze della società civile e il suo impegno nel focalizzare i problemi reali, anche quelli apparentemente secondari ma, in verità, di importanza vitale per la crescita della nostra democrazia e per il perfezionamento della libertà nel nostro Paese. Un’eredità, il pensiero e l’opera di Luigi Einaudi, che esprime compiutamente il valore dello Stato e che, forse, le classi dirigenti di oggi dovrebbe rivalutare.

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