Quando ho letto che il Presidente Monti si era lamentato di essere stato abbandonato dai “poteri forti”, riferendosi in particolare a Confindustria e al Corriere della Sera, mi sono chiesto perché lo avesse fatto e che portata reale avessero le sue parole. Si era forse trattato di uno sfogo estemporaneo, umanamente comprensibile per il sovraccarico di responsabilità e di incomprensioni che affligge il Premier? O di una mossa calcolata, per rispondere, non senza ironia, a quanti, sin dalla sua nomina a Palazzo Chigi, lo accusano di essere al servizio, appunto, di quei supposti poteri? Non lo so e, in fondo, non ha molta importanza. Importante é invece l’effetto che le parole di Monti hanno subito avuto.

Il Presidente di  Confindustria si é affrettato ad assicurare il Premier del sostegno degli industriali “per lo sviluppo” (tra parentesi, molti industriali sarebbero più credibili se i propri soldi li investissero in Italia e non li nascondessero in vari paradisi fiscali) e il Corriere, con un fondo affidato a uno dei suoi più autorevoli giornalisti, ha preso una posizione chiara e dura contro quanti, a sinistra o a destra, pensano a un “ribaltone”. In sostanza, il Corriere ha così implicitamente smentito le critiche che al Governo avevano mosse, sulle sue stesse colonne,  Alasina e Giavazzi, con argomenti e proposte che a me, lo confesso, erano apparsi tipici di certi economisti bravi a discettare ma staccati dalla realtà politica e spesso dalla realtà “tout court” (a proposito, si ha notizia di quali proposte abbia presentato il professor Giavazzi sui contributi alle imprese, compito molto pratico  che doveva concludere entro maggio?). In altre parole, idee giuste in teoria, ma inutili nella pratica. perché dire che una risposta alla crisi, oltre al tenere in ordine i conti pubblici, non sta in un programma accelerato di infrastrutture, ma nel sostenere il  merito e investire sull’innovazione, significa dire cose certo esatte sul medio e lungo termine, ma completamente inutili per quanta riguarda il breve  termine, quando le priorità che deve affrontare un Governo di emergenza sono, che ci piaccia o no, a termine assai breve: evitare un catastrofico default e cercare di rilanciare, in tempi non biblici, produzione e impiego. Su queste colonne, il Segretariodel PLI, on.De Luca, ha indicato con grande chiarezza  la strada maestra: diminuire le imposte per rilanciare consumi e produzione alleviando il peso che grava su famiglie e imprese.

L’altra faccia della medaglia sta in un’azione davvero forte e solidale dell’Europa, senza la quale anche i nostri più grandi sforzi sarebbero vani: per chi ha la memoria corta, per tutti gli apprendisti stregoni di destra e di sinistra, per chi non sa davvero nulla delle realtà economiche o è in malafede, ricordiamo ancora una volta che, al di fuori dell’euro e dell’eurozona, le nostre finanze non avrebbero nessuna speranza di salvarsi; una moneta nazionale a cui decidessimo di tornare (a parte le sciocchezze del solito Berlusconi quando ha parlato di stamparci da soli gli euro che ci servono) fluttuerebbe a tutti i venti di una speculazione spietata, che abbiamo già conosciuta in tempi non poi lontanissimi. Da una moneta svalutata potremmo forse avere un passeggero sollievo per le nostre esportazioni, ma presto pagheremmo una fattura altissima sia per la bolletta energetica, sia per i tassi d’interesse del nostro debito (altro che spread a 450!), perché, piaccia o no, quello che resta di fiducia verso l’Italia nei mercati é legata al nostro ancoraggio all’euro, all’eurozona e, diciamolo ancora una volta, alla forza economica e finanziaria della Germania.

Chiediamoci invece se le ricette indicate per la crisi, riduzione del carico fiscale e azione solidale europea, siano possibili e probabili. Eliminiamo subito un’illusione: una significativa riduzione delle imposte non é percorribile a breve o brevissimo termine (specie con le spese aggiuntive causate dal terremoto). Se vi ricorressimo, come misura disperata, lo spread schizzerebbe ben più in alto e il debito pubblico ci costerebbe tanto da essere ingestibile. Un serio programma di alleggerimento fiscale può e deve essere previsto ma solo combattendo l’evasione (santa battaglia che ha i suoi limiti nel chiaro rischio di trasformarci in uno Stato di polizia), ma con una parallela e radicale riduzione della spesa pubblica. Lo abbiamo detto e ridetto: non é solo la politica che costa troppo, ma anchela Pubblica Amministrazionea tutti i livelli e questi costi vanno radicalmente tagliati. Riuscirci non é impossibile, é una questione di impegno e di capacità, non solo del Governo ma del Parlamento. Il Governo, attraverso i Ministri Giarda e Grilli, ha dato varie indicazioni in questo senso. Non vogliamo e non possiamo essere impazienti, però lo attendiamo ora alla prova dei fatti concreti, senza aspettarci miracoli immediati, ma attenti a vedere se di questi annunciati risparmi vi sarà una traccia veramente incisiva quest’anno e, più ancora, nel bilancio di previsione dell’anno successivo. Si tratta, é bene ripeterlo, di un compito delicatissimo, perché ridurre le spese pubbliche significa urtarsi con interessi costituiti e fortissimi e, di passaggio, rischiare anche qua e là effetti recessivi. Ma à un compito essenziale e il Governo Monti in definitiva sarà giudicato soprattutto sulla sua serietà e capacità a realizzarlo.

Sul versante europeo, premesse positive paiono esistere, ma occorre essere prudenti. Le insistenze del Presidente degli Stati Uniti, la posizione di Draghi, le idee di Hollande e dello stesso Monti, fanno sperare che qualcosa si muova. Un fatto positivo è chela signora Merkel, a luogo di prendere le distanze da un’Europa in crisi, insiste pubblicamente sulla necessità di “più Europa”. Questo vuol dire che ha accettato, o sta per accettare, una politica di deficit? Non lo credo, e penso che sia bene che sia così, se é necessario che ci sia qualcuno che ponga un argine alle politiche catastrofiche che ci hanno portato dove siamo. Ma penso anche che la Germania comprenda sempre meglio la necessità di azioni solidali per superare una crisi economico-finanziaria che alla lunga danneggerebbe la stessa economia tedesca. “Rivoluzione Liberale”, unica testata per quello che nel  panorama abbastanza  sconfortante di una stampa attenta più alle vicende salaci di Berlusconi e alle vociferazioni di Grillo, ha dato notizia in anticipo d un ”piano rivoluzionario” allo studio a Bruxelles, e da sottoporre al vertice europeo di fine giugno. Non so se si tratti di una risposta puntuale alle richieste di Obama-Hollande-Monti-Cameron, o di qualcosa di più ampia portata, che affronti finalmente i nodi che hanno soffocato l’Europa e che consistono, come tutti comprendono, nell’assenza di una vera unità di condotta economico-politica. Staremo a vedere. SI tratta comune di problemi indilazionabili e quello che ci resta da osservare é che, quel poco o molto di influenza che l’Italia avrà in questi sviluppi europei dipende quasi del tutto dalla credibilità personaledi MarioMonti, oltre a quelladi MarioDraghi il cui ruolo é peraltro al di fuori, se non al di sopra, di quello nazionale. Ragione di più per augurarsi con tutte le forze che il Governo vada ai prossimi, cruciali appuntamenti europei con l’autorità e il credito che nascono da una posizione solida all’interno del Paese e del Parlamento (quante volte, cosa di cui sono stato professionalmente testimone per decenni, i nostri Governi si sono presentati ai grandi appuntamenti internazionali in stato di crisi attuale o virtuale e, quindi, privi di qualsiasi peso).

Che faranno, nel frattempo,  i partiti? Non parliamo, ovviamente, degli sciacalletti pronti ad approfittare di ogni difficoltà dell’esecutivo per miopissimi vantaggi elettorali, ma delle forze che sostengono Monti e che, fino a qui, hanno dato nel complesso prova di un certo senso di responsabilità. Le dichiarazioni ufficiali dei rispettivi segretari sembrano rassicuranti, altri segni lo sono meno (per esempio, la volgare campagna che conducono contro Monti i fogli della famiglia Berlusconi, per non parlare di certe mosche cocchiere della sinistra). Il Corriere ha dunque forse  ragione ad additare al sospetto i “ribaltonisti di corta memoria”. Credo tuttavia che, più ancora che il senso di responsabilità, l’istinto di sopravvivenza (unito alla necessita di mettere ordine al proprio interno) spingerà PDL e PD (sull’UDC non credo vi siano dubbi evidenti) a mantenere un minimo di coerenza. Nel frattempo, materia di azione per loro non manca, a cominciare da quella legge elettorale di cui si parla molto ma, finora, si vedono pochi segnali. E a proposto di questo: il mio vecchio amico Vanni Sartori ha, non molto tempo fa, ha insistito sui collegi uninominali a doppio turno, alla francese (decisamente, le istituzioni di Oltr’Alpe piacciono molto in Italia). Può darsi che PD e PDL, a cui il sistema conviene, trovino su di esso un accordo, a prezzo di una aspra battaglia con forze minori ma potenziali alleate. Certo è che il sistema, anche se in misura minore di quello in vigore in Inghilterra e negli Stati Uniti, presuppone una scelta  per il bipolarismo, che lascerebbe scarso spazio alle forze intermedie. Sulle virtù sovrane dell’alternanza, come panacea universale della democrazia, si é scritto e opinato molto. Io mi chiedo soltanto (e il dubbio vale anche per la proposta di Presidenza elettiva) se convenga davvero all’Italia, in questa fase della sua Storia – che non si chiude certo nella primavera del 2013 – che al Governo vada una parte (sia essa la destra o la sinistra), che avrà per forza di cose una maggioranza risicata e forse composita, e avrà contro una parte consistente del Paese.

Se veramente l’Italia, ben al di là dell’azione del Governo tecnico, ha bisogno di una lunga stagione di riforme, che abbracci almeno una legislatura, a me pare logico pensare piuttosto a una vasta aggregazione attorno al perno di un centro forte, che possa veramente interpretare e mediare interessi e punti di vista di uno spettro il più ampio possibile di quello che resta dopo tutto – nella sua unità e non nelle sue parti – il popolo sovrano.

© Rivoluzione Liberale

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