L’indipendenza della Lituania dall’URSS in via di disfacimento venne sancita a livello internazionale nel settembre 1991. L’imprimatur multilaterale, tuttavia, non fu certo sufficiente a dirimere tutte le questioni rimaste sul terreno dopo mezzo secolo di forzata “convivenza”. In Lituania continuavano infatti a stazionare importanti contingenti dell’Armata Sovietica. La loro espulsione dai confini del neonato Stato sovrano divenne prioritaria nella politica estera lituana, il cui sforzo politico-diplomatico venne coronato da successo nell’accordo dell’8 settembre 1992, che disponeva il ritiro delle truppe “straniere” entro il mese di agosto 1993.

Su questo strascico di “vassallaggio” nei riguardi dell’ex-impero si era già espressa in modo netto anche la cittadinanza in una delle prime tornate referendarie promosse nel Paese baltico. Il 14 giugno 1992, il 76% dei Lituani si recò alle urne chiedendo a grande maggioranza il ritiro immediato delle forze russe e compensazioni per i danni subiti nel periodo sovietico.

Se alla prima pretesa è stata quindi data piena soddisfazione, non altrettanto si può affermare per la richiesta di riparazioni. Un paio di settimane fa, il governo lituano è tornato all’attacco sul dossier silente, annunciando la creazione di una commissione ad hoc incaricata di quantificare l’entità dei danni inflitti al Paese baltico dal 1945 al 1991, periodo ufficialmente denominato “Occupazione sovietica”.

La reazione russa non si è fatta attendere. Il Commissario per i Diritti Umani Vladimir Lukin (politico liberale, tra i cofondatori del partito Jabloko) ha rilasciato una dichiarazione alla Interfax puntualizzando che «nessuno può impedire alla Lituania di presentare i propri ricorsi, così come nessuno può impedirci di non curarci della vicenda». Il Commissario ha poi provocatoriamente aggiunto che le rivendicazioni lituane sono ben poca cosa rispetto a quelle che potrebbero avanzare i Russi, citando come esempio il depauperamento demografico di alcune regioni dell’Unione Sovietica a causa delle migrazioni di lavoratori in cerca di migliori opportunità lavorative nelle Repubbliche Socialiste Sovietiche del Baltico. Il Primo Vicepresidente del Sovet Federacii (il Consiglio della Federazione, camera alta del parlamento), Aleksandr Toršin ha poi aggiunto che le eventuali riparazioni dovrebbero essere pagate dai Russi in rubli d’epoca sovietica.

Oltre alla boutade, Toršin ha fornito una esegesi della mossa lituana concentrandosi sulla proiezione interna, piuttosto che esterna, della richiesta di risarcimenti. Secondo il Vicepresidente, la critica situazione economico-sociale e l’approssimarsi delle elezioni parlamentari, previste in autunno, hanno spinto alcuni politici a cavalcare un’onda nazional-revanscista sempre presente in Lituania come negli altri Paesi baltici. Rileva comunque considerare come le argomentazioni usate da Toršin contro la Lituania (dipinta sostanzialmente come uno “Stato fallito”, incapace di risollevarsi dall’implosione dell’URSS e delegittimato dai suoi stessi cittadini) rientrino a pieno titolo nell’armamentario dialettico usato dalla Federazione Russa per screditare a livello internazionale l’immagine dei tre Paesi. La “macchina del fango” russa funziona a pieno regime, rispondendo a provocazione con provocazione.

Fortunatamente, la Lituania sembra voler perseguire anche rapporti di buon vicinato con il gigante eurasiatico. Il 10 giugno si è celebrata a Vilnius l’annuale ricorrenza del “Giorno della Russia”; vi hanno preso parte centinaia di esponenti della locale comunità russa, insieme al sindaco della capitale (che ha ufficialmente dato il via ai festeggiamenti) e migliaia di cittadini lituani.

La Lituania è il più monoetnico fra i Paesi baltici (i Lituani sono l’84% dei 3,5 milioni di cittadini, i Russi si fermano sotto la soglia del 5%), e si trova ciò nonostante a dover fronteggiare le stesse criticità dei suoi vicini, sospesa com’è fra una Unione Europea che sembra promettere solo “lacrime e sangue” ai membri del club ed una Federazione che ancora non vuole rinunciare alla sua tradizionale grandeur e ad una certa assertività nello spazio post-sovietico.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI