Festeggiamo il 65° anniversario della proclamazione della nostra Repubblica in ricordo di quel referendum istituzionale con il quale scegliemmo lo Stato repubblicano. Insomma, la nostra amata e da taluni vituperata Repubblica ha raggiunto il traguardo del sessantacinquesimo compleanno.

A quell’età, un lavoratore comincia ad aver diritto alla pensione di vecchiaia e c’è chi ritiene che anche la nostra Repubblica debba essere messa in quiescenza per raggiunti limiti di età. Alcuni capipopolo, alla stregua dei briganti di una volta, inneggiano alla distruzione di questo Stato per rifondarlo in uno nuovo, mentre altri stanno perseguendo identico e perverso obiettivo dall’interno stesso delle Istituzioni. Non vogliamo entrare nei dettagli, ben noti a tutti, per pudore e per una notevole dose di vergogna per questi concittadini che hanno pur sempre scritto “nazionalità italiana” sui loro documenti d’identità.

E’ vero che nell’ultimo Ventennio abbiamo assistito ad una discesa in campo fatta passare per imprenditorialità ma altro non era se non il forgiare lo Stato per il proprio tornaconto personale. E’ anche vero che così abbiamo assistito ignavi allo sgretolamento della stessa struttura portante della nostra Repubblica. E’ pure vero che abbiamo sottovalutato tutto ciò nella convinzione che questa invasione delle Istituzioni si sarebbe autoeliminata per manifesta incapacità. Tutto vero, certo, ma tutto vero nella colpevolezza di non aver compreso davvero la possibile catastrofe istituzionale che ci attendeva e senza aver reagito con gli strumenti che la Costituzione Repubblicana ci offre per contrastare questa occupazione dei gangli vitali dello Stato da parte un partito-azienda. Sta di fatto che l’unico Colle rimasto immune, perché difeso strenuamente a nostra garanzia, è l’inespugnato Quirinale.

Se la libera iniziativa imprenditoriale fa parte del nostro pensiero liberale, non siamo affatto convinti che uno Stato possa essere gestito alla stregua di un’azienda. Se l’imprenditore agisce in funzione di un profitto personale – come è giusto che sia, specie in una sana e opportuna logica di mercato – non è affatto concepibile che la gestione di uno Stato (i cui azionisti di riferimento sono i cittadini) sia ricondotta a logiche di profitto.

E allora, non siamo proprio tra quelli che ritengono sia giunta l’ora della pensione. La nostra Repubblica è tanto giovane da avere ancora molto da fare e ancor più da dare agli Italiani e al mondo. E, oltretutto, è il suo stesso passare degli anni – seppur anche attraverso momenti infelici – che le consente di acquisire valore e autorevolezza. Ha semplicemente bisogno di una “terapia antibatterica intensiva” che le consenta di riprendere il suo naturale vigore e il posto che le compete in ambito internazionale. Una terapia rappresentata dal ritorno a quegli ideali politici riconducibile alla cultura di ispirazione liberale, laica e socialista anche attraverso una riforma elettorale ormai invocata a gran voce dai cittadini.

Ma forse già stiamo per uscire dalla prognosi riservata. Buon compleanno.

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