“Dall’Europa arrivano venti contrari alla ripresa americana” ha affermato la Casa Bianca lo scorso 8 giugno, in una nota diramata alle agenzie che ha fatto velocemente il giro del mondo, cui si è aggiunta un’accusa più diretta durante il discorso di Barack Obama al Congresso, “i leader europei devono lavorare molto verso nuove riforme, perché i mercati sono indeboliti dalla situazione”.

Sorvolando sulla scarsa etica di queste affermazioni, se consideriamo che il primo tassello del domino economico cui stiamo assistendo è caduto, ormai 4 anni or sono, proprio nel sistema finanziario americano che oggi sembra non provare alcuna responsabilità sulle proprie spalle, rimane da vedere quanto riscontro ci sia nei dati reali a sostegno delle parole del Presidente Usa al netto del protezionismo ideologico in campo.

Sebbene il Pil degli Stati Uniti mantenga segno positivo (+1,9% nel primo trimestre 2012) contro la variazione nulla del Pil europeo, il debito statunitense si attesta al 102% del Pil, un macigno da 15.700 miliardi di dollari, mentre i debiti europei in somma superano di poco la metà di tale cifra, 8100 miliardi di euro, pari al 87,4% del Pil dell’Europa.

Per quanto riguarda il deficit, gli Stati Uniti segnano un 8,7%, in percentuale pari al doppio di quello europeo, che ha limitato il disavanzo al 4,1% nel 2011, ed anche per quanto concerne i l’andamento delle esportazioni, gli Usa perdono lo 0,8% contro il +1% (tra esportazioni interne in calo e quelle esterne in aumento) europeo.

Non sono quindi i “conti in ordine” che mantengono gli Stati Uniti nella loro posizione dominante, ma al contrario, è la loro posizione dominante che li mantiene in condizioni migliori di quelle europee grazie alla fiducia che essa offre ai mercati.

Ad un’analisi più attenta, tuttavia, anche questa imperitura fiducia sembra soffrire di qualche consistente crepa: l’Ipo più attesa dell’ultimo quinquennio, la quotazione in borsa di Facebook, che doveva portare una nuova spinta investitrice ed un rafforzamento della fiducia nel mercato azionario americano si è rivelata un flop quasi istantaneo, ottenendo l’effetto opposto di spingere una grande fetta di investitori fuori da Wall Street (i riscatti dai fondi azionari Usa in quella settimana hanno raggiunto i 3 miliardi di dollari ed il Dow Jones ha perso oltre il 6% nel mese di maggio).

Ma la fuga da Wall Street è in realtà iniziata già da molto tempo: dal 2006 ad oggi i fondi azionari americani hanno perso 473 miliardi di dollari, mentre quelli obbligazionari hanno incassato 1.042 miliardi netti; questi dati offrono un segnale forte e chiaro sulla mancanza di fiducia nel mercato azionario (secondo l’Indice della fiducia finanziaria elaborato dalle scuole di business Chicago Booth/Kellog solo il 15% degli americani si fida di Wall Street).

I fattori principali che concorrono alla situazione attuale sono due: da un lato quello psicologico, che ha sofferto nell’ultimo decennio dello scoppio di ben tre bolle speculative, quella dell’internet economy all’inizio degli anni 2000, quella immobiliare del 2007 e quella finanziaria del 2008.

Dall’altro, quello demografico: con l’aumento dell’età media della popolazione la propensione al rischio degli investitori diminuisce drasticamente, passando dal sistema azionario, tanto vantaggioso quanto rischioso, a quello obbligazionario, con rendimenti molto minori (in media anche insufficienti a coprire la stessa inflazione), ma più stabili.

Manca all’appello la nuova generazione di investitori, quelli della cosiddetta Net generation, nati tra gli anni ’80 e ’90, che avrebbero dovuto rinforzare il mercato azionario con i propri risparmi, ma che non possono agire perché in media di risparmi non ne hanno proprio.

E’ di loro che i leader mondiali dovrebbero parlare, anziché rinchiudersi nei dogmi di austerity (dannosa) e crescita (irreale), rinfacciandosi gli insuccessi l’un l’altro, perché, fa strano doverlo mettere nero su bianco tanto è ovvio, sono loro il futuro di questo mondo e del suo sistema economico.

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