L’effetto positivo delle elezioni in Grecia sui mercati finanziari è durato davvero un soffio; poi i mercati (questa entità impersonale e vagamente minacciosa che dovrebbe giudicarsi  infallibile e non lo è affatto, perché è una realtà fatta di uomini e donne comuni, che possono sbagliare e spesso lo fanno) sono tornati al loro nero scetticismo sul futuro dell’euro e, implicitamente, dell’intera economia europea, spaventati dai debiti dei Paesi periferici (questi comprendono anche l’Italia,in una visione  che a malapena rispetta la Germania). Eppure, riflettiamo un momento: dove saremmo oggi se gli elettori greci non avessero scelto la via razionale e sana, dimostrando di non volere andare alla deriva dell’isolazionismo e di  voler al contrario restare ancorati alla moneta comune e a quell’Europa della quale, come è stato più volte e giustamente ricordato, la Grecia è la lontana madre?  La scelta ellenica dovrebbe almeno  costituire una lezione per tutti gli apprendisti stregoni e gli sciacalletti della politica italiana, intenti solo a portare a casa qualche voto in più, che predicano per l’Italia l’uscita dall’Eurozona e il ritorno alla lira: come se questa fosse la bacchetta magica per risolvere un deficit finanziario che ci trasciniamo dietro da decenni e che ha una sola spiegazione: lo Stato italiano e gli altri enti locali hanno vissuto al di sopra dei loro mezzi, spendendo e spandendo allegramente per mille piccoli, medi e grossi rivoli improduttivi.

L’on. de Luca ha avuto perfettamente ragione a criticare su queste colonne la timidezza del Governo Monti nel varare il Decreto sullo Sviluppo, che non contempla quella massiccia dismissione di beni pubblici che i liberali giustamente reclamano. Ma riconosciamo che i nessun Governo prima dell’attuale ha avuto il coraggio di, non dico sciogliere, ma neppure affrontare seriamente questi nodi. Però ai profeti di irresponsabili avventure, agli urlatori dell’anti-Europa (non stupisce che tra di loro, accanto al capocomico Grillo e agli ominidi della Lega, riappaia puntualmente l’ineffabile Berlusconi, per fortuna smentito da alcuni rappresentanti del suo stesso partito) dobbiamo dirlo chiaramente: l’integrazione europea è la più importante, la più straordinaria avventura politica, economica e culturale della nostra Storia; per essa si sono  battuti grandi spiriti come De Gasperi, Adenauer, Schumann, Sforza e due grandi liberali, Einaudi e Martino; essa ci ha dato sessant’anni di pace e di prosperità, qualcosa che gli europei non avevano mai conosciuto dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente, e in più il senso di appartenere  a qualcosa che supera i gretti, miopi nazionalismi, tanto facili da innescare e tanto disastrosi per le loro conseguenze, come un’esperienza millenaria dovrebbe averci ampiamente insegnato.  Essa si è dimostrata inoltre un potente magnete capace di attirare a se la grande maggioranza dei Paesi europei, e di assicurare un futuro a quelli che uscivano dalla tragica esperienza comunista. Per tanti della mia generazione, l’Europa unita è stata e resta l’ideale in cui sognare e per cui lavorare. È normale che giovani e meno giovani che non hanno conosciuto la tragedia delle guerre europee fratricide e hanno ricevuto in eredità un mondo pacifico e libero,  non sia facile né naturale comprendere questo ideale, che a loro può apparire astratto.

E allora facciamoli ragionare: il mondo è ormai protagonizzato da veri e propri giganti: Stati Uniti, India, Cina, Russia. Nessun Paese europeo, a parte forse, e parzialmente, la  stessa Germania, è da solo in grado di tenervi testa: ognuno di noi sarebbe troppo piccolo e troppo debole e finirebbe travolto e presto colonizzato, se non  appartenesse a qualcosa, un’economia, una cultura, una moneta, che possano  farla da protagonisti in un mondo spietato di colossi. Come ha ricordato l’Ambasciatore di Germania a Roma in una nota pubblicata da un quotidiano romano,, tra pochi anni la Terra avrà 7 miliardi di abitanti. Di questi, il 7% appena saranno europei (meno dello 0,70% italiani). Come pensiamo di poter sopravvivere economicamente, politicamente, militarmente, se restiamo divisi? Davvero vogliamo ritornare alle piccole patrie, e magari all’assurdità della Padania?

La classe politica, assorbita in mille problemi e faide locali, forse non fa abbastanza per spiegarlo a un’opinione pubblica distratta da tanto strillare e confusa  dal sensazionalismo imperante: senza l’Europa finiremmo presto o tardi colonizzati, dagli americani, o peggio dai cinesi; senza l’euro, la nostra moneta sarebbe esposta a tutti i venti e a tutte le tempeste della speculazione, alla quale resiste con difficoltà lo stesso euro (e non ci illudiamo: grazie alla solidità dell’economia tedesca); senza l’Eurozona, saremmo costretti a ricorrere a una svalutazione dopo l’altra e i risparmi degli italiani sarebbero in pericolo grave; senza l’euro, pagheremmo il nostro debito assai più caro e la bolletta dell’energia diverrebbe  insopportabile.  Diciamolo chiaramente, gridiamolo sui tetti, noi liberali per i primi: nell’Europa è il nostro futuro, fuori dell’Europa saremmo condannati a slittare, se non nel terzo mondo, certamente in un’economia di tipo mediterraneo.  Ma sta a tutti noi dare a quest’Europa un futuro degno del nostro passato.

È  evidente che la UE come funziona ora  non può durare a lungo, né raccogliere il consenso, accendere gli entusiasmi della gente, senza cui ogni costruzione politica rischia di essere una sovrastruttura precaria. È tempo di cambiare il passo, di uscire dalle visioni grettamente nazionalistiche e ritrovare il senso di una vera e solidale unità. Non si tratta di aggiungere altre strutture a quelle già esistenti: si tratta di farle funzionare in modo solidale e avanzato, interpretando la lettera e lo spirito dei Trattati; si tratta di superare il grigiore della burocrazia bruxellese (la conosco, credetemi, ci ho lavorato per anni)  e ritrovare il contatto colla gente e le sue vere preoccupazioni. Si tratta di rendere a tutti l’orgoglio di essere europei, parti di  una  civiltà in comparabile, con uno straordinario passato, ma anche un presente fatto di prosperità, democrazia, rispetto dei diritti umani, priorità ai valori culturali, equità sociale, rispetto della legge, apertura al mondo.

È probabilmente quello che ha in mente Hollande. il fatto che gli elettori gli abbiano dato una maggioranza parlamentare autosufficiente, che non dipende dal sostegno della sinistra estrema, geneticamente antieuropea,  e che il Fronte Nazionale, ancor più eurofobica, abbia una rappresentanza davvero minuscola nell’Assemblea legislativa (neppur la sua leader, Marine Le Pen, è riuscita a entrarci), è certamente un buon segno: segno che i cittadini del  nostro grande vicino ripudiano l’antieuropeismo delle estreme, ma anche una visione reazionaria del divenire europeo.  Speriamo che questa visione non prevalga. E speriamo che l’Italia, con un Governo  che ha autorità e prestigio riconosciuti in Europa, possa davvero essere in questa fase un attore influente e magari decisivo.

Questi sono i veri, i grandi temi di queste prossime settimane e mesi, quelli che si definiranno nei prossimi incontri internazionali ed europei e definiranno davvero il nostro futuro. Di fronte ad essi, quanto appare meschino il teatrino della politica italiano, con il PDL che minaccia la sfiducia per una questione, certamente importante, ma conflittiva e difficile, come quella della responsabilità civile dei giudici (ma davvero Alfano pensa di essere “dal lato dei cittadini” e non, come sempre, servilmente, dal lato del padrone Berlusconi e delle sue vendette?); quanto minuscoli appaiono i Di Pietro, i Grillo,i Maroni, gente incapace di pensare e volare alto, gente preoccupata solo del proprio tornaconto elettorale. E allora cerchiamo di essere noi liberali a ridare alla gente la forza dell’ideale, il solo ideale per il quale vale la pena di sognare e di lavorare: un’Europa finalmente unita, un’Europa madre comune di tutti i suoi popoli.

© Rivoluzione Liberale

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