Per chi conosce un po’ il mondo arabo, gli ultimi eventi accaduti in Egitto potrebbero ricordare ciò che è avvenuto in Algeria alla fine del 1991. L’esercito aveva interrotto il processo elettorale all’indomani del primo turno delle elezioni amministrative, che avrebbero decretato la vittoria degli islamisti del FIS (Front Islamique du Salut). I militari avevano poi ottenuto le dimissioni del Capo di Stato, Chadli Bendjedid,  e messo in piedi un sistema a loro più consono. Le similitudini si fermano probabilmente e fortunatamente qui. Il colpo di Stato algerino si è trasformato in una terribile guerra civile durata otto anni. L’Egitto non sembra correre questo rischio, almeno per ora.

Da una parte l’epoca e i Paesi sono diversi. Dall’altra, il Consiglio Supremo delle Forze Armate (CSFA), che tiene le redini del potere in Egitto da quando ha cacciato Hosni Mubarak nel Febbraio 2011 in favore della Primavera Araba, ci mette meno brutalità e più sottigliezza. Da più di un anno porta avanti un braccio di ferro ovattato con i Fratelli Musulmani. I due campi della scena politica egiziana si sono giudicati, testati, accordati (tacitamente). Ora sembrerebbe che i Fratelli Musulmani siano andati troppo oltre. In queste ultime settimane, credendosi onnipotenti dopo la loro vittoria alle amministrative di Gennaio, dove avevano ottenuto 47% dei deputati (70% dei seggi sono in mano agli islamisti), i Fratelli Musulmani hanno creduto poter imporre anche la redazione della nuova Costituzione egiziana, e, perché no, vincere le presidenziali. Troppo avidi di un potere che aspettavano da più di mezzo secolo e che hanno creduto essere a portata di mano, hanno corso troppo e anno perso, almeno momentaneamente.

I militari egiziani non hanno voluto correre rischi. Nessuno di loro voleva vedere l’Egitto trasformarsi in una Repubblica Islamista, né perdere il potere economico e politico. Il 15 Giugno scorso, il Comitato militare ha dunque sciolto l’Assemblea del popolo regolarmente eletta. Un vero e proprio colpo di Stato. Per indorarlo, si è appoggiato al giudizio dell’Alta Corte Costituzionale (i cui membri sono stati eletti da Mubarak), che ha giudicato illegale la parte di legge elettorale con la quale sono state organizzate le ultime amministrative. Essendo invalidati un terzo dei deputati, l’Assemblea del popolo viene sciolta. I più pessimisti si chiederanno perché l’Alta Corte abbia aspettato la vigilia delle elezioni Presidenziali per prendere questa decisione… L’Egitto che non ha più un Parlamento, ha eletto questo fine settimana un Presidente della Repubblica del quale si ignorano i poteri, visto che il Paese non ha ancora una Costituzione. Quanto al Comitato costituzionale  incaricato di redigerla, è stato  anche lui reso inoffensivo e sciolto, visto che era composto per metà da deputati e per metà da personalità in maggioranza simpatizzanti degli islamisti che i militari non vogliono più tra i piedi.

Gli Egiziani hanno l’impressione che la “loro” Rivoluzione gli sia stata espropriata, requisita, sequestrata. Il Paese sembra che sembra essere diviso in due tra coloro che hanno votato Ahmed Shafik, il vecchio generale ex Primo Ministro di Mubarak, che ha promesso  il ritorno all’ordine e al lavoro, e quelli che hanno scelto Morsi, il Fratello Musulmano, non tanto perché è islamista, ma perché rappresenta la rottura con il vecchio Regime, si trovano oggi confrontati ad un braccio di ferro tra Fratelli Musulmani ed esercito, più aspro che mai. L’annuncio dei risultati ufficiali che doveva essere dato ieri, giovedì 21 giugno, è stato spostato sine die, anche se i due candidati continuano a rivendicare, uno dopo l’altro, la vittoria. Per ora, i grandi perdenti sono tutti quegli Egiziani che, dagli albori della Primavera Araba, sognavano  un Paese senza “barbuti”, né militari. Un anno e mezzo dopo l’inizio del movimento di protesta, e quale che sia il risultato dello scrutinio, l’avvenire del Paese preoccupa. Molte agenzie di rating hanno declassato l’Egitto. Volendo tenere il controllo sugli affari, l’esercito segna una battuta d’arresto al processo di transizione democratica iniziato con la caduta di Mubarak, rendendo più complicato anche il procedimento di transizione politica e la messa in atto di tutte quelle riforme economiche delle quali il Paese aveva bisogno per uscire dal marasma economico.

Le speranza suscitate dalla rivoluzione sembrano essere oggi molto lontane. Mubarak è stato cacciato, sta morendo, probabilmente è già in coma irreversibile,  ma nulla è cambiato. Tutto l’Egitto è tornato alla casella di partenza, malgrado le parole del generale Mohamed El Assar, membro del CSFA, che ha dichiarato alla stampa egiziana: “L’esercito rimetterà il potere al Presidente eletto durante una grande cerimonia che si terrà alla fine del mese di Giugno e della quale il Mondo intero sarà testimone. L’Egitto è un Paese democratico moderno che rispetta l’insieme dei valori democratici”. Ma ricordiamoci che senza Comitato costituzionale e senza Costituzione il Presidente eletto non ha alcun potere.

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1 COMMENTO

  1. Quanto hai ragione, e quanto era stato tristemente facile prevedere come sarebbe finita la “primavera egiziana”per un vecchio scettico che conosce un pó il mondo arabo. D’altra parte, se gli egiziani sognavano un futuro senza barbuti e senza militari, avevano la possibilitá di votare per candidati laici e del tutto appropriati, come il mio vecchio amico Amre Mussa. Si sono divisi tra barbuti e militari e ora é evidente che una delle due parti dovrá prevalere sull’altra e, personalmente, scommetterei sui militari.

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