L’azienda è un lavoro di squadra che deve premiare il merito e la capacità di creare valore dell’individuo, e quindi anche delle donne. “In cinquant’anni abbiamo fatto molta strada – afferma Franca Audisio Rangoni, presidente AIDDA (Associazione Imprenditrici e Donne Dirigenti d’Azienda)  – ma ora dobbiamo fare un salto di qualità, dobbiamo favorire le nuove generazioni che sono molto preparate, parlano diverse lingue, sono laureate ed hanno una chiara consapevolezza del loro essere”. Per superare la crisi è necessario introdurre energie nuove nell’amministrazione privata come in quella pubblica ma occorrerebbe anche alleggerire il peso della tassazione e della burocrazia: “C’è una rigidità nel mondo del lavoro che non ci permette di essere liberi”, ammoniscela presidente Rangoni. Ineffetti, come afferma Luigi Einaudi, “in un regime che tutti indirizza dall’alto, dove occorre continuamente ottenere permessi, licenze, autorizzazioni, assegnazioni di materie prime, di combustibile, di operai, di partecipazioni a vendite di questo o di quel mercato, d’importazione e d’esportazione […] nessun agricoltore, nessun industriale, nessun commerciante, può fare un passo, può lavorare, comprare o vendere senza il beneplacito, il permesso, la scartoffia riempita da qualcuno che scrive carte e mette firme in qualche ufficio governativo, corporativo, sindacale. Ma bisogna poter giungere fino al signore che mette le firme ed ha il diritto di vita e di morte sulle sostanze e sui redditi dei produttori”.

Tutto ciò non corrisponde, di certo, alla libertà di fare impresa e ai princìpi di uno Stato liberale che, combattendo ogni forma di abuso di potere alimentato da una burocrazia contorta, mira a premiare la capacità dell’individuo di creare benessere personale e, nel contempo, collettivo.

Nello scenario attuale l’imprenditoria femminile italiana rappresenta, ad esempio, un modello da premiare e da esportare, che contempera al meglio internazionalizzazione e produzione nazionale. L’AIDDA come aggregatore di imprese d’eccellenza, appartenenti a vari settori produttivi, si distingue per la sua radicazione sul territorio ed è un’associazione molto ricercata anche all’estero, dove non esistono simili network di imprenditrici. Attraverso solidi legami con le Camere di commercio e i Comitati per l’imprenditoria femminile, l’associazione sostiene per di più l’avviamento delle start up, fornendo alle donne strumenti concreti (la formazione e soprattutto il sostegno del credito) che favoriscono il dispiegamento della loro libera iniziativa di fare impresa.

Entro il 12 agosto 2012, inoltre, i Consigli di amministrazione delle società quotate dovranno essere rinnovati applicando la legge 120/2011 – giunta in porto dopo più di due anni di lotte – in virtù della quale nei Cda si dovrà riservare alle donne una quota pari ad almeno un quinto degli organi sociali e a partire dal secondo e terzo rinnovo dei Cda la quota dovrà essere pari ad almeno un terzo. Uno studio Cerved dimostra che i Consigli di amministrazione composti per un quinto da donne hanno una redditività migliore e il 37% di capitali in più su cui investire per crescere.

Studi effettuati dalla Banca d’Italia rivelano invece che se nel nostro Paese l’occupazione femminile raggiungesse il 60% (come da impegni presi a Lisbona) il PIL italiano crescerebbe del 7%. Per ogni 100 donne che lavorano si creerebbero ad esempio 15 posti di lavoro aggiuntivi nel settore dei servizi. Gli obiettivi di Lisbona  sono raggiunti in gran parte del Nord ma al Sud la disoccupazione femminile raggiunge il 16% (mentre la media italiana non supera il 10%) e il 64% delle donne non cerca lavoro. I dati Istat rilevano infatti una vasta area di ‘scoraggiate’, ossia coloro che sarebbero disponibili a lavorare ma hanno ormai smesso di cercare lavoro: sulle 893mila donne italiane in questa condizione, 575mila sono al Sud.

Un dossier Svimez (l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) – “La condizione e il ruolo delle donne per lo sviluppo del Sud” – rende ancora più chiaro il dramma del quale sono vittime le donne del Sud d’Italia, ostaggio della disoccupazione e delle paghe basse. L’indagine Svimez fotografa la situazione delle donne meridionali dal 2008 al 2011: è disoccupata una giovane su quattro, mentre oltre mezzo milione di donne non sarebbe in realtà censito dalle statistiche ufficiali sull’occupazione, innalzando il tasso reale di disoccupazione femminile fino al 30,6% nel 2010. Altro aspetto critico è quello riguardante lo stipendio: le donne meridionali infatti, a parità di mansioni, possono contare su uno stipendio inferiore di oltre il 30% rispetto a quello di un uomo che abita e lavora nell’Italia delCentro e del Nord.

Per quanto riguarda l’accesso al potere, la legge 120/2011 ha una validità temporale di soli dieci anni; entro il 2022 ci si augura infatti di aver raggiunto l’obiettivo di rimuovere, definitivamente, tutti gli ostacoli che sinora hanno limitato l’accesso delle donne a ruoli di comando, favorendo in questo modo un processo di rinnovamento culturale a supporto di una maggiore meritocrazia e di reali opportunità di crescita. In questi dieci anni le donne che siederanno nei Consigli di amministrazione avranno la responsabilità di affermare le proprie competenze e di essere in grado di contribuire alla creazione di valore: l’obiettivo è quello di non avere più bisogno di una legge e, dal 2023, di superare il tema del genere, candidando alle cariche sociali chi ha le caratteristiche più adeguate per un certo ruolo, uomo o donna che sia.

Le società si stanno comunque attrezzando per adeguarsi alle novità introdotte dalle legge 120/2011 e diverse associazioni di categoria – l’Aidda in particolare – sono impegnate nella promozione dell’imprenditoria femminile e del ruolo della donna in azienda. In vista dell’attuazione delle legge 120/2011, inoltre, l’AIDDA ritiene un obbligo morale mettere a disposizione del Paese le capacità delle proprie associate da tempo impegnate nella gestione delle aziende. A questo scopo l’associazione di imprenditrici si dedica alla formazione delle sue associate e, in sinergia con il Consiglio dei ministri e il Ministero dello Sviluppo economico, organizza dei workshop periodici – il primo dei quali si è tenuto a Roma il 18 e il 19 giugno all’interno del celebre Palazzo Altieri – per affinare le capacità delle donne in carriera.

Solidarietà, dedizione al lavoro, tenacia, trasparenza e soprattutto la volontà di premiare il merito: sono queste le caratteristiche fondamentali che la presidente Rangoni attribuisce alle sue imprenditrici AIDDA e che, in generale, contraddistinguono tutte le donne italiane impegnate in azienda. Secondo il Rapporto nazionale sull’imprenditoria femminile – realizzato da Unioncamere con la collaborazione del Ministero dello Sviluppo economico e del Dipartimento perla Pari Opportunità– nel2011 inItalia le imprese gestite da donne sono state circa un milione e quattrocento (7 mila aziende in più rispetto al 2010, pari allo 0,5%); tali aziende crescono più di quelle maschili e resistono meglio alla crisi.

Le donne hanno comunque bisogno di servizi e di un nuovo sistema di welfare per poter accedere ai ruoli di comando con più tranquillità e, di conseguenza, per poter innovare e competere. In questa prospettiva il processo di modifica degli statuti da parte delle società quotate è un fattore che non deve essere sottovalutato. Le modifiche statutarie in questione non hanno una mera valenza regolamentare ma influiranno notevolmente sulle politiche di governo aziendale, disegnando nuovi equilibri di genere all’interno degli organi sociali e all’interno delle imprese stesse. Composizioni consolidate da tempo verranno scardinate favorendo un’innovazione culturale ed economica nello stesso tempo.

La selezione delle donne da candidare a ruoli strategici – le prime delle quali dovranno essere identificate a breve, prima dell’estate – rappresenta comunque un tema cruciale ed estremamente delicato; in quest’ottica, la formazione assume un’importanza fondamentale per far sì che le imprenditrici vedano riconosciuto il loro valore: “Occorre formarsi in continuazione, altrimenti ci si sclerotizza”, afferma Carla Delfino, consigliere nazionale AIDDA.

In definitiva, la stima è che entro il 2015 dovranno sedere nei Cda delle società quotate private circa 700 donne (attualmente sono poco più di 300 accanto a oltre 4mila uomini) mentre nelle società pubbliche – mobilitate dalla legge 120/2011 al pari delle società private – nei prossimi dieci anni dovranno confluire circa diecimila donne, tra consiglieri e sindaci.

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