I progressi ottenuti in campo agricolo a partire dagli anni sessanta con la cosiddetta ‘rivoluzione verde’, ossia l’industrializzazione dei processi di irrigazione e raccolta, la diffusione di semi ibridi e l’utilizzo di fertilizzanti e pesticidi chimici, per quanto abbiano portato immensi benefici in termini di produttività con aumenti nella raccolta del 100% a parità di terreni coltivati, nell’ultimo ventennio hanno dimostrato la propria insostenibilità nei confronti dell’ambiente (contaminazione delle falde acquifere), dell’ecosistema (scomparsa delle specie predatrici degli organismi dannosi), della biodiversità (abbandono ed estinzione di molte varietà locali) e del consumatore stesso, esposto a maggiori livelli di elementi cancerogeni provenienti dai prodotti agrochimici.

La diffusione della consapevolezza di questi rischi ha reso l’opinione pubblica sempre più attenta all’origine ed alle modalità di coltivazione e distribuzione dei beni alimentari consumati, per cui si è giunti prima a forme di regolamentazione della provenienza e della qualità dei beni, quindi ad una preferenza nei consumi dei prodotti biologici, mentre parallelamente si sviluppava una forma di negazionismo consumistico dei prodotti agricoli industriali.

Ma anche questo nuovo paradigma produttivo votato al biologico e biodinamico non è compatibile con il boom della domanda agricola dell’ultimo quinquennio, che ha già portato ad aumenti esponenziali del prezzo delle commodities agricole: entro il 2050 la resa dei terreni dovrà essere nuovamente raddoppiata per soddisfare i bisogni di 9 miliardi di persone. Ed oltre all’aspetto quantitativo, sarà necessaria una riconsiderazione degli aspetti nutrizionali: ad oggi 250 milioni di bambini soffrono di mancanza di vitamina A, oltre un miliardo di persone è a rischio per carenza di ferro e ben 1,5 miliardi per deficienza di iodio.

Nonostante la resistenza da parte dell’opinione pubblica (e dei Governi che su di essa si basano per le decisioni legislative), la nuova rivoluzione verde non potrà prescindere dall’intervento dell’ingegneria genetica nei prodotti agricoli, i cosiddetti OGM, che ha già portato a sviluppi sensazionali come l’introduzione nei grani di riso, elemento alimentare base per quasi la metà della popolazione mondiale ma povero di micronutrienti, del beta-carotene, precursore della vitamina A, per fornire anche alle popolazioni più povere un nutriente altrimenti irreperibile ma essenziale per lo sviluppo e la crescita.

Certamente, la diffusione delle coltivazioni OGM deve essere controllata ed analizzata passo passo,

e questo richiede ingenti investimenti in ricerca e sviluppo. Lo sa bene la Monsanto, azienda leader del settore, i cui investimenti in R&S sono di 1,2 miliardi di euro annuali, addirittura più del totale dei fondi per la scienza dell’agricoltura del Governo Usa, che a sua volta superano abbondantemente i finanziamenti disponibili in Europa.

Qui il 95% delle risorse fornite dalla PAC (la politica agricola comune che impiega il 34% dell’intero bilancio dell’Ue) vengono destinate al mantenimento dello status quo degli agricoltori, imponendo virtualmente prezzi elevati per impedire l’accesso ai mercati dei prodotti dai paesi in via di sviluppo, e solo il 5% viene utilizzato per la ricerca.

Nell’attuale scenario di crisi, in cui si è scatenata la rincorsa alle misure di stimolo alla crescita e alla competitività, è disarmante constatare una tale miopia per il settore agricolo, che nella fattispecie italiana è alla base della filiera agro-alimentare, che costituisce la seconda voce di bilancio del Pil nazionale.

Senza una prospettiva di innovazione e sviluppo, l’Europa rischia dal punto di vista economico di rimanere indietro anche in questo fondamentale settore –mentre i fatturati delle aziende private aumentano enormemente di anno in anno – e dal punto di vista etico di consegnare nelle mani delle multinazionali la proprietà di quelle sementi agricole che saranno fondamentali per la sussistenza di una parte sempre maggiore della popolazione mondiale degli anni a venire.

© Rivoluzione Liberale

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3 COMMENTI

  1. Condivido meno un passo:
    “La diffusione della consapevolezza di questi rischi ha reso l’opinione pubblica sempre più attenta all’origine ed alle modalità di coltivazione e distribuzione dei beni alimentari consumati, per cui si è giunti prima a forme di regolamentazione della provenienza e della qualità dei beni, quindi ad una preferenza nei consumi dei prodotti biologici, mentre parallelamente si sviluppava una forma di negazionismo consumistico dei prodotti agricoli industriali.”
    Prego di non scambiare la consapevolezza con la propaganda ambientalista che fa leva sul terrorismo ambientalista.
    La consapevolezza deve essere basata sulle conoscenze scientifiche e null’altro.
    La tal cosa non si può dire di tutto il ciarlare dell’attuale verdume politico e mediatico al quale anche le gerarchie cattoliche offrono sponde sulla stampa diocesana: per quanto mi è dato leggere su quella locale.

  2. Volendo parlare strettamente di conoscenze scentifiche, faccio presente che le coltivazioni OGM, e questo è un dato scentifico, se non sono poste in serre, contaminano le coltivazioni non OGM, qualsiasi dottore in agraria potrà confermarlo,e non si tratta di terrorismo ecologista, ma di realtà scentifica, ed anche di concorrenza sleale, che avvantaggerebbe sempre le grosse aziende agricole, nei confronti di quelle medie e piccole, che non avrebbero il denaro sufficente per garantirsi le sementi selezionate e quindi più robuste; in questo trand evolutivo delle sementi, tramite il sistema dell’impollinazione selezionata, ” l’insetto preferisce sempre impollinare le piante geneticamente più forti” quelle più deboli, non OGM, soccomberebbero.
    Saluti.

  3. @Renzo Riva: come specificato gia’ dalla frase che lei cita, quello che io definisco negazionismo, e che lei definisce propaganda ambientalista che fa leva sul terrorismo ambientalista (che peraltro credo sia su un gradino ancora diverso), si e’ sviluppato parallelamente all’aumento della consapevolezza scientifica sui rischi per la salute umana di certe pratiche agricole intensive, nel senso che una parte della popolazione a cui sono arrivate determinate informazioni, per paura, ignoranza, o semplice rifiuto, e’ giunta ad un atteggiamento deviato di totale negazione. Non intendevo esprimere alcuna confusione tra i due comportamenti, quello informato e quello estremista, e le chiedo perdono se dalle mie parole si intuiva diversamente.

    @Luigi Gani: il problema della riduzione della biodiversita’ delle sementi e’ un argomento estremamente delicato, su questo non v’e’ dubbio, certo e’ che ogni semente coltivata oggi e’ il frutto di un’evoluzione guidata dall’uomo, in cui a fronte di migliaia di varianti di una specie (prendiamo ad esempio il riso) ne sono sopravvissute solo alcune centinaia, quelle con le caratteristiche piu’ adatte alla coltivazione. In questo senso l’ingegneria genetica potrebbe svolgere lo stesso ruolo dell’azione umana, ma in anni anziche’ secoli. Chiaramente, rimangono i rischi che potrebbero apportare (in termini di allergeni o cancerogenicita’ dei geni introdotti), ma proprio per tale ragione l’Ue deve muoversi a finanziare la ricerca, i cui benefici altrimenti non andranno a vantaggio ne’ del piccolo ne’ del medio agricoltore, ma solo delle poche multinazionali, come la Monsanto citata.

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