Il 21 giugno è divenuta definitiva la sentenza di condanna a carico dei poliziotti che hanno colposamente provocato la morte di Federico Aldrovandi. Spesso si dice che le sentenze non si discutono. Non sono d’accordo. Le sentenze si rispettano (e si eseguono); ma proprio il dibattito che può nascere attorno ad una decisione giudiziaria è utile dal punto di vista sociale e serve a cristallizzare dei principi che successivamente possono ispirare i giudici.

Il caso è noto. Federico Aldrovandi era un ragazzo di 18 anni che stava tornando a casa di notte e, dopo essere stato fermato dalla Polizia, è morto, con il torace schiacciato sull’asfalto dai poliziotti, riverso a terra con le mani ammanettate dietro la schiena, con trauma cranico-facciale e 54 tra lesioni ed ecchimosi. Era il 25 settembre del 2005.

Al fatto, di per sé grave, seguì un tentativo di insabbiamento che non riuscì solo per il coraggio di una madre che non si arrese dinanzi al muro di gomma che le autorità avevano innalzato. Oggi la verità processuale è definitiva. E, probabilmente, non avrebbe ispirato questo mio breve commento se uno dei condannati, su un social network, non avesse ricoperto di insulti la madre del giovane.

L’odio genera altro odio. Io rispetto profondamente la Polizia di Stato, così come le altre forze dell’ordine. E in particolare sono a fianco di quegli uomini in divisa che stanno in strada a presidio delle istituzioni democratiche, dimostrando un senso del dovere e dello Stato che molti politici non possiedono. La penso come Pasolini insomma, ”perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano”. Sono siciliano e so quanti uomini in divisa sono eroicamente caduti nella lotta alla mafia.

E però, nella lotta impari tra il cittadino indifeso e lo Stato che si fa scudo a tutela dei suoi infedeli servitori, sto tutta la vita con la madre di Federico. Pretendo di sapere con chi sta il sindacato di Polizia, pretendo di sapere con chi sta il capo della Polizia, pretendo di sapere con chi sta il Ministro degli Interni.

So già con chi sta la maggioranza dei poliziotti; so che si nutrono del ricordo e dell’esempio di Ninni Cassarà, di Boris Giuliano e di tanti altri, morti per l’alto senso di lealtà nei confronti dello Stato.

Anche per loro, lo Stato chieda scusa a Lino Aldrovandi e a Patrizia Moretti: non è possibile ridare loro il figlio, ma è doveroso restituirgli la fiducia nello Stato. Per quello che non doveva succedere, perché non succeda mai più.

© Rivoluzione Liberale

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