Non c’è alcuna certezza che la decisione di abbattere l’F-4 turco sia arrivata dai vertici dello Stato siriano. In effetti non si può escludere una iperattività dei mezzi di difesa siriani, che hanno rafforzato lo stato di allerta dopo la fuga in Giordania, a bordo di un Mig-21, di un loro pilota che ha immediatamente avuto asilo politico. E’ tuttavia probabile che sia stato ordinato di abbattere l’intruso. Si dice che i militari siriani non abbiano molto l’abitudine di prendere delle iniziative e la loro difesa antiaerea abbia sempre reagito con molta flemma, se non per niente, ogni qualvolta che il territorio siriano sia stato sorvolato  dall’aviazione israeliana. Tra il 2001 e il 2012, apparecchi dello Stato Ebraico hanno effettuato decine di missioni sopra la Siria senza alcuna conseguenza. Apparentemente la “sacralità” delle territorio, delle acque, e dello spazio aereo siriano, richiamato dal portavoce del Ministero degli Esteri siriano Jihad Maqdisi, non ha le stesse conseguenze per tutti.

Per la sua unicità, la risposta siriana appare dunque come un atto deliberato, destinato a testare la Turchia, a metterla in difficoltà e lanciarle un messaggio. Si trattava per i siriani innanzitutto di vedere fino a dove i loro “ex” amici turchi fossero pronti ad arrivare. La risposta non ha tardato, accettando le “scuse” che avrebbe presentato il Primo Ministro turco Erdogan alle autorità siriane, il Premier ha dimostrato di non aver nessuna intenzione di reagire a caldo. E gli sarà ancora più difficile esercitare qualche rappresaglia a freddo. Certamente non va sottovalutata la richiesta di Ankara di convocare una riunione d’urgenza della NATO, per la quale è stato invocato l’articolo 4 del Trattato che prevede che “ogni Paese membro può riportare all’attenzione del Consiglio una questione quando stima che l’integrità del suo territorio o la sua sicurezza siano minacciati”. E’ solo la seconda volta dalla sua creazione nel 1949 che viene invocato questo articolo, la prima richiesta risale al 2003, sempre per parte della Turchia, a proposito della guerra contro l’Irak. Tuttavia, la NATO non è arrivata ad applicare l’articolo 5. Quest’ultimo si riferisce al diritto di legittima difesa collettiva, e dispone che un attacco armato contro uno o più Paesi membri della NATO sarà considerato come un attacco diretto contro tutti i membri. E autorizza l’uso della forza in caso di aggressione. Ma, per il momento, non vi è alcuna volontà politica di intervenire unilateralmente. I membri della NATO non solo hanno problemi economici, ma devono fare i conti con le NU e con il Consiglio di Sicurezza. Le condizioni stabilite nel 2011 per l’intervento in Libia non ci sono per la Siria, quali una base legale internazionale sotto forma di una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza e la richiesta di intervento da parte dell’opposizione. Perché questa riunione allora? La Turchia ha voluto mostrare i muscoli e la NATO provare la sua solidità e la sua solidarietà ad un Paese strategicamente e politicamente importante, cerniera tra Mondo Occidentale e Medioriente.

Il gesto della Siria poi è servito a mettere i leader turchi in difficoltà all’interno del Paese, dando una nuova occasione  a certi partiti laici come il Partito Comunista Turco e il Partito del Popolo Repubblicano, per criticare la politica siriana del governo e suscitando un sentimento di solidarietà comunitaria della minoranza alauita e forse dei cristiani di origine siriana del Sangiaccato di Alessandretta (provincia Siriana passata nel 1939 sotto controllo turco e in agitazione da decenni). Si è trattato per i siriani di un messaggio di messa in guardia. Mentre Erdogan non ha più parole abbastanza dure per fustigare il comportamento del suo ex amico Bachar Al Assad al quale ha caldamente consigliato di lasciare il potere, il regime non ne può più delle facilitazioni accordate dalla Turchia a tutto ciò che riguarda i “nemici” di Damasco. Passi che Istanbul abbia accolto le riunioni dell’opposizione siriana e degli “Amici del Popolo Siriano”. Passi che la Turchia offra asilo ai rifugiati civili e ai disertori. Ma quello che non viene accettato dal regime di Assad è che la Turchia lasci campo libero agli agenti dell’intelligence americana (ed europea), che cercano così di non far cadere in mani “sbagliate” le armi destinate alla resistenza.

I Turchi hanno recepito i vari messaggi. Conoscono il modo di agire dei loro vicini. Sanno che anche se non dispongono più di un esercito potente come il loro, i siriani hanno altre “armi” che possono fare ancora più male di quelle vere. Per esempio i combattenti siriani dell’ex PKK, o le tensioni che possono far nascere con vicini “importanti” come l’Irak, la Russia, l’Iran, dei quali la Turchia ha assolutamente bisogno per la sua economia. E che si mostrano molto più risoluto nel sostegno alla Siria che l’Unione Europea e gli Sati Uniti nell’appoggio all’opposizione e alla rivoluzione siriana. Le cose rimarranno così, almeno sul piano militare. Invece di cercare di punire la Siria rendendogli pan per focaccia, la Turchia continuerà ad agire e reagire come sta facendo dalla rottura con Assad: aprendo le sue frontiere ai rifugiati, usando qualche sanzione economica, puntando qualche missile verso la Siria e rafforzando la difesa frontaliera, ma il tutto finalizzato a favorire un uscita dalla crisi, rapida e utile alle sue ambizioni economiche e strategiche. A meno che una provocazione di troppo non la “costringa” a reagire. Questa ipotesi non può essere esclusa a priori. Per mettere fine ad una contestazione che entra nel suo sedicesimo mese, il regime siriano potrebbe avere l’interesse di esportare il conflitto al di là delle sue frontiere, non solo in Libano dove già l’atmosfera è più che surriscaldata, ma in Turchia, tentando così di ricostituire, di fronte ad un nemico meglio identificato che sedicenti “terroristi”, l’ unità interna appesa ad un filo per lo stallo politico e per la ferocia della repressione.

Come ha dichiarato Erdogan alla stampa turca “non c’è guerra, ma la situazione comincia a diventare seria. La Turchia e la Siria sono Paesi ostili”. I Turchi hanno mandato il loro aereo a testare la difesa siriana che funziona. Dopo gli scontri pro e contro Assad che hanno fatto più di una decina di morti in Libano agli inizi di Giugno, è la Turchia ad essere colpita dallo sconfinamento del conflitto siriano. Incidenti che fanno temere l’accensione della regione, soprattutto in Irak che condivide con la Siria più di 600 chilometri di frontiera. Per riprendere le parole del Premier turco, la situazione è veramente seria.

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