Ieri 2,7 milioni di libici hanno partecipato a libere elezioni, per la prima volta dal 1960, per eleggerela loro Assemblea Nazionale. Il tutto però sullo sfondo di tensioni e violenze tra le tribù. 3707 candidati, individuali o appartenenti a gruppi politici, partecipano alle elezioni nelle 72 circoscrizioni del Paese.

In un momento in cui la Tunisia è vinta dal disordini e che l’Egitto vive un momento di grande difficoltà politica, dopo l’annullamento da parte della Corte suprema delle elezioni legislative del 28 Novembre 2011, la Libia sarà capace di impegnarsi finalmente in una transizione pacifica? L’organizzazione di questo scrutinio pluralistico, il primo che abbia mai conosciuto questo Paese dalla sua Indipendenza, sembrerebbe dare una risposta positiva. Poco più di due milioni e mezzo di elettori per designare i 200 deputati che siederanno all’Assemblea Costituente. Ricordiamo che queste elezioni erano previste per il 19 Giugno scorso, ma le autorità libiche hanno preferito posticiparle. Secondo Nouri al-Abbar, Presidente della Commissione elettorale, in carica dal 12 Febbraio scorso, ci sarebbero stati dei “problemi tecnici” alla base di questo posticipo. Registrazione tardiva degli elettori, esame dei ricorsi sulle candidature respinte (spesso perché di appartenenti al vecchio regime), messa in sicurezza delle seggi: Nouri al-Abbar ha lui stesso ammesso che organizzare delle elezioni solo otto mesi dopo la caduta di Gheddafi fosse una vera impresa. Presenti per sostenere il processo elettorale, alcuni esperti delle Nazioni Unite hanno approvato il rinvio.

Posticipare di tre settimane le elezioni sarà bastato? Malgrado le dichiarazioni ottimiste del membri del Consiglio Nazionale di Transizione (che si scioglierà subito dopo l’ufficializzazione del risultato elettorale), il Paese è lontano dall’essersi stabilizzato. La settimana scorsa, alcuni scontri tribali nel sud della Libia – su uno sfondo di guerra tra bande di contrabbandieri – hanno provocato la morte di una ventina di persone e decine di feriti. Nel Nord, le milizie continuano a dettar legge nelle grandi città e nessuna, fino ad ora, ha accettato di cedere le armi. Il CNT stesso ha delle difficoltà a farsi sentire e rispettare. Così, il Consiglio ha preferito non entrare nel merito dell’arresto di 4 membri della Corte Penale Internazionale tra i quali l’avvocatessa australiana Melinda Taylor venuta per incontrare Saif al-Islam, figlio di Gheddafi detenuto da una fazione libica che rifiuta di consegnarlo al CNT e tanto meno alla CPI. Secondo i media australiani, i libici esigerebbero  in cambio della liberazione, che i  4 membri della CPI rivelassero le informazioni in loro possesso su Mohammed Ismail, ex braccio destro di Saif al-Islam. Cosa mai vista dalla Corte penale dove si insiste proprio sul carattere neutrale dell’organizzazione.

Questa fragilità del nuovo potere centrale libico e il persistere della violenza ai quattro angoli del Paese, obbligano ad interrogarsi sull’opportunità di organizzare, proprio ora, delle elezioni. Certamente, l’esigenza democratica vuole che il popolo libico possa fare la sua scelta dopo decenni di una dittatura che considerava il fatto di votare come un’eresia occidentale che andava bandita. Ma, allo stesso tempo, che valore può avere una votazione in tali condizioni? Gli esempi di Tunisia ed Egitto, ma anche dell’Algeria degli anni ’90, dimostrano che l’affrettarsi nell’organizzazione di elezioni, prima ancora dell’avere pieno controllo della pratica politica da parte di tutti, è foriera di rischi. Sicuramente, il fatto che i libici designino loro stessi i loro rappresentanti è una bella vittoria in un ondo arabo del quale si conoscono le tare frutto della dittatura. Ma una vita politica con le sue regole, i suoi poteri e contro-poteri, i suoi consensi e le sue conquiste democratiche non si inventa in qualche mese. E’ qui che risiede uno dei problemi della Primavera araba. Con delle elezioni che arrivano troppo presto, c’è il rischio del caos portato dalla presenza di formazioni islamiste, soprattutto salafiste, ben decise a far morire sul nascerela democrazia. Condelle elezioni che arrivano troppo tardi è l’impazienza popolare che può condurre alla rimessa in causa del processo di transizione democratica. In effetti, Paesi come la Libia, ma anche la Tunisia e l’Egitto ci dimostrano, giorno dopo giorno quanto povera sia la riflessione in materia di transizione democratica nel contesto arabo. Per decenni, mentre i dittatori erano persuasi di vivere per sempre, ricercatori e politologi hanno più riflettuto sulla natura dei loro regimi che sul modo di gestire la loro caduta, che allora sembrava alquanto improbabile. E’ questa impreparazione che si paga oggi a caro prezzo.

Con più di 100 partiti in lizza per questa elezione definita “storica”, i pronostici sono difficili. Ma tre sono  i partiti a smarcarsi dal gruppo: gli islamisti del Partito della giustizia e della costruzione (PJC), nato dai Fratelli Musulmani e di Al-Watan, diretti dal controverso ex capo militare di Tripoli Belhaj, e i liberali riuniti in una coalizione lanciata dall’ex Primo ministro del CNT Mahmoud Jibril. Durante la campagna elettorale, islamisti e liberali hanno adottato gli stessi temi: islam, ricostruzione, modernità. Ma  in assenza di una vera tradizione democratica, saranno soprattutto le reti relazionali e tribali che faranno la differenza. Unica sicurezza è che nessun candidato ha partecipato prima ad elezioni. Si sono mossi tutti dalla stessa linea di partenza. Chi arriverà al traguardo avrà una bella sfida da portare avanti.

© Rivoluzione Liberale

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