La legge elettorale è ormai “opportuna e non rinviabile”. In una lettera inviata ai presidenti di Camera e Senato il Capo dello Stato sollecita la riforma del sistema di voto “anche rimettendo a quella che sarà la volontà maggioritaria delle Camere la decisione sui punti che non risultassero oggetto di più larga intesa preventiva”. I Presidenti dei due rami del Parlamento hanno accolto positivamente la richiesta di Napolitano; Schifani ha dichiarato di condividere l’autorevole preoccupazione del presidente della Repubblica e Fini ha sottolineato che “la questione posta giustamente dal Capo dello Stato, al di là dei profili istituzionali e regolamentari, ha una rilevanza preminentemente politica.  Al riguardo sarà mia cura – ha ribadito Fini – sin dalle prossime ore consultare il presidente Schifani e convocare la conferenza dei capigruppo”. Disponibilità al dialogo per una riforma condivisa anche dai leader di Pdl, Pd e Udc.

Napolitano chiede quindi ai partiti di trovare un’intesa anche con decisioni a maggioranza, l’importante è che si proceda: “Stanno purtroppo trascorrendo le settimane senza che si concretizzi la presentazione alle Camere, da parte dei partiti che hanno da tempo annunciato di voler raggiungere in proposito un’intesa tra loro di un progetto di legge sostitutivo di quello vigente per l’elezione della Camera dei Deputati e del Senato”. Sono infatti passate circa quattro settimane da quando Bersani e Alfano si proposero di trovare un accordo sulla nuova legge elettorale, accordo ancora lontano anche se Bersani sostiene che “ormai dovremmo esserci”, Lorenzo Cesa si dichiara “molto ottimista”e  Alfano afferma di essere pronto a mettere in conto la riforma.

I nodi da sciogliere sono tanti e il braccio di ferro sul premio di maggioranza è l’ostacolo più difficile da superare. Il Pd preferirebbe assegnarlo alla coalizione vincente mentre Pdl e Udc vorrebbero affidarlo al partito vincente. Bersani punta inoltre su un premio pari al 15% mentre Alfano e Casini spingono a tenerlo relativamente basso (10%). “Il 15% è per noi inaccettabile” dichiara il segretario del Pdl al capo dei democratici di sinistra, mentre Bersani sostiene che “abbassando la soglia si prefigura l’instabilità”. “Sarebbe meglio puntare sulle coalizioni e non sui partiti”, afferma il segretario del Pd che spinge sulla formazione dei “due campi in contesa” anche per prevenire l’inondazione del grillismo.

Dietro la discussione ‘tecnica’ del premio di maggioranza è comunque nascosta la strategia politica di ognuno. A destra, in particolare, ci pensa La Russa a puntualizzare le cose: “Nessun tipo di riforma del sistema di voto di cui stiamo discutendo presuppone di per sé la grande coalizione. Inaccettabile precostituirla. Se invece questa formula di governo venisse imposta per effetto del risultato elettorale sarebbe un’altra cosa”.

Lo stato confusionale in cui versa il confronto tra i partiti a proposito di legge elettorale è la prova più evidente di un sistema politico malato di particolarismi, in cui le regole del voto subiscono una riscrittura per la terza volta. Il Porcellum deve essere liquidato al più presto non solo perché permette alle segreterie dei partiti di scegliere i parlamentari bypassando il diritto di voto e il potere di scelta dei cittadini ma anche perché assegna il premio di maggioranza al primo arrivato, ciò che nella situazione italiana è diventato alquanto pericoloso.

Al centro della questione risiede quindi il ritorno alle preferenze. Cicchitto sostiene che “scartare a priori le preferenze equivale a dire che la sinistra vuole i collegi perché per essa sono più convenienti” e in casa Udc Casini sottolinea: “Tra noi e il Pd c’è una convergenza: bisogna subito fare la legge elettorale, e c’è una divergenza. Noi riteniamo che il modo più chiaro, trasparente e limpido per dare ai cittadini la possibilità di scegliere i parlamentari siano le preferenze”. “Il collegio uninominale prevede le primarie che però non sono regolate dalla legge in Italia” sottolinea Casini ricordando che “negli Usa c’è chi si iscrive alle liste repubblicane o democratiche, mentre qui alle primarie può capitare che uno di destra voti per un candidato di sinistra per dare fastidio ad un partito piuttosto che ad un altro”.

La riforma della legge elettorale assomiglia sempre più ad un altalena tra collegi e preferenze e un po’ tutti i partiti, più che una riforma radicale, sembrano voler favorire una mera manutenzione dell’ingrato Porcellum cancellando gli aspetti più intollerabili dell’attuale normativa e sopratutto per dare in pasto all’elettorato l’idea (almeno l’idea) che qualcosa si sia cambiato.

Al di là degli strani tecnicismi gli italiani chiedono semplicemente di andare a votare avendo la possibilità di scegliere i loro rappresentanti, tutto il resto (le prese di posizione e i calcoli dei partiti) non corrisponde alle regole di uno Stato di diritto, liberale e democratico. Ma una cosa è certa, tutti vorrebbero correggere i due principali difetti del Porcellum: le liste bloccate, che creano un Parlamento di nominati dai partiti, e l’abnorme premio di maggioranza alla coalizione, che incoraggia alleanze eterogenee incapaci poi di governare realmente il Paese. Semplificando, per uscire dalle liste bloccate ci sono tre sistemi: il tedesco, che prevede un 40 per cento di seggi assegnati in collegi uninominali; il Provincellum per cui gli eletti dei collegi sono quelli con la percentuale più alta nel partito; le preferenze. Sono questi i tre nodi fondamentali attorno ai quali le forze politiche dovranno accelerare il dibattito nei prossimi giorni, soprattutto dopo il richiamo all’ordine del Colle: “Via il Porcellum”.

Il Capo dello Stato è stato costretto ad alzare la voce chiedendo di mettersi a tavolino e non rialzarsi prima di aver trovato almeno una mediazione possibile. ‘Mediazione’ per l’appunto, una parola e un concetto di spirito ‘liberale’ che nel nostro Paese sembra non appartenere al vocabolario della Politica, la Politica con la ‘P’ maiuscola ossia quella che mettendosi al servizio dei cittadini è in grado di rappresentarli al meglio.

Il presidente della Repubblica ha manifestato la sua profonda preoccupazione per il Paese Italia e dall’alto della sua carica ha sollecitato i partiti ad assumersi le proprie responsabilità di fronte ai cittadini, ai quali occorre restituire voce in capitolo sull’elezione dei parlamentari.

Nei giorni scorsi i pidiellini hanno abbracciato il sistema delle preferenze osteggiato invece dal Pd che preferisce i collegi come strada diretta per eleggere i parlamentari; anche Casini, in precedenza favorevole alle preferenze, si è alla fine allineato alla posizione del partito democratico (il sistema dei collegi è, per di più, alla base dell’ambito sistema tedesco).

In definitiva le incertezze, le contraddizioni e quindi l’instabilità che ha caratterizzato il Pdl nelle ultime settimane sembra aver ritardato l’accordo in Parlamento a proposito di riforma elettorale ma, sulla scia del monito del Capo dello Stato, Alfano sottolinea che “il lavoro finora svolto dalle forze politiche non è stato vano perché è servito ad avvicinare le posizioni e a creare un atteggiamento consapevole e costruttivo, che è indispensabile presupposto per l’approvazione della nuova legge elettorale”.

Chiusi all’interno dei Palazzi i leader dei partiti sembrano comunque dimenticare il milione e duecentomila di cittadini che hanno chiesto un referendum per una legge elettorale ‘nuova’: firme raccolte in molte piazze italiane anche grazie all’impegno e alla mobilitazione del Partito Liberale Italiano. Il Paese “reale” ha quindi dato un’indicazione molto chiara a proposito di un nuovo sistema di voto e, in particolare, a favore dell’abolizione dell’orrido Porcellum, uno degli effetti più devastanti del degrado politico italiano degli ultimi anni. Come al solito, però, le cordate di potere cercano in tutti i modi di ottenere il massimo per loro stesse calpestando i principi di equità e di giustizia e la stessa libertà dei cittadini.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. Ad oggi, proprio perché mancano solo nove mesi al voto, ritengo che l’unica soluzione praticabile sia il “proporzionale puro”, senza nemmeno lo sbarramento del 3% – 5%. Infatti questo meccanismo è l’unico oggi (sottolineo l’aspetto temporale) a garantire la massima democrazia, senza alcuna esclusione verso i partitini e soprattutto i movimenti. Una scelta di questo genere significherebbe davvero ridare la parola e soprattutto la fiducia ai cittadini (e quindi sarebbe un “bel colpo” al paventato e probabile assenteismo alle prossime elezioni), consentendo tra l’altro al prossimo Parlamento (che sarebbe espressione di rappresentanza di tutti) di assumere impegni costituenti per una “parziale” revisione costituzionale. Per evitare la paventata ingovernabilità che si ritiene essere anche figlia del proporzionale puro, sarebbe importante che i partiti di buona volontà predisponessero prima delle elezioni un accordo di programma serio e chiaro, così da consentire agli elettori di avere un importante riferimento di giudizio e di conseguente scelta.

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