Recentemente il Mercosur (il mercato comune dei Paesi sudamericani, Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, più Venezuela, Bolivia ed Equador come associati) ha introdotto delle misure di protezione del mercato interno contro le merci a basso prezzo provenienti dall’estero: il Brasile, ad esempio, ha imposto dei diritti di dogana del 30% sulle automobili importate, mentre l’Argentina, implementando una misura simile sui Blackberry importati, ha ottenuto dalla ditta produttrice (la multinazionale RIM) la creazione di uno stabilimento in loco per la costruzione degli smartphone destinati al mercato interno.

Similmente, è dal lontano 2000 che la Cina ha imposto un dazio del 23% sull’importazione di aeroplani a medio raggio, di fatto obbligando Airbus e Boeing a fabbricare aerei in Cina, ottenendo così non solo la delocalizzazione delle strutture ma anche del know-how, ossia delle competenze tecniche ad alto valore aggiunto.

Eppure, quando nel 2009 la Francia decise di condizionare il sostegno pubblico verso l’industria automobilistica nazionale all’impegno a non delocalizzare ed a proteggere i posti di lavoro interni, dalla Commissione Europea alla Concorrenza arrivarono serie minacce di sanzione.

Certamente, il termine dazi doganali e ancor più il “protezionismo” suscitano un brivido freddo lungo la schiena di qualsiasi liberale e di chiunque possegga anche solo un’infarinatura di storia economica: il ricorso alle barriere commerciali è il pilastro su cui si è poggiato il decennale perdurare dell’ultima grande crisi dopo la bolla del ’29.

Ma a quei tempi le misure protezionistiche vennero imposte da e tra le maggiori Nazioni del mondo occidentale, quelle che muovevano la maggior parte dell’economia mondiale, mentre i Brics ed i Paesi in via di sviluppo non possedevano ancora le possibilità tecniche di essere i grandi competitori mondiali che sono oggi.

La sfrenata crescita cinese dell’ultimo ventennio è stata resa possibile dal suo ingresso incondizionato nel mercato mondiale, alle cui regole internazionali (per prime quelle dettate dal WTO), forte della sovranità nazionale, si è sistematicamente sottratta: libera fluttuazione della moneta, condizioni etiche di lavoro, adesione ai protocolli internazionali (Kyoto per tutti), assenza di dazi doganali.

L’anno era il 2007, mancavano pochi giorni al lancio del nuovo prodotto della Apple, l’Iphone, tutto era pronto per la commercializzazione quando dai vertici aziendali arrivò una brusca retromarcia sulla produzione del display, perché la plastica inizialmente utilizzata aveva il difetto di rigarsi troppo facilmente. “Un caposquadra sveglia 8 mila lavoratori che giacciono nei dormitori dell’azienda, a ciascuno di loro viene dato un tè e un biscotto, vengono avviati alle stazioni di lavoro entro mezz’ora e cominciano un turno di lavoro di 12 ore per applicare i vetri nelle cornicette smussate. Entro 96 ore, la ditta stava producendo10 mila iPhones al giorno”.

Questo spaccato di realtà produttiva made in China, raccontato da un’inchiesta di qualche mese fa del New York Times, descrive uno scenario assolutamente irrealizzabile oggi nei Paesi occidentali, ma è uno spaccato che perfettamente si adatta alle necessità di velocità e flessibilità del mercato odierno. Il costo reale dei prodotti a basso prezzo, tecnologici e non, provenienti dai Paesi asiatici, non è solo nella perdita di competenze e nella frammentazione del tessuto produttivo occidentale, ma anche nell’incoraggiamento, se così si può dire, all’applicazione di modelli lavorativi insostenibili per il nostro stile di vita; modelli che se un domani fossero quelli dominanti renderebbero insostenibile il nostro ‘placido’ stile di vita, come già in parte sta accadendo oggi.

Alla luce di queste considerazioni, e tenendo conto che in Europa già esistono dazi significativi, come quelli del settore agricolo (per cui il 95% del 30% delle risorse dell’Ue, tramite la Pac, viene utilizzato per evitare l’ingresso dei prodotti agricoli esteri), sarebbe il caso di riconsiderare l’utilizzo di forme protezionistiche, non basate su interessi di settore o di lobby come oggi, ma su criteri oggettivi ed etici come quelli definiti dalle principali organizzazioni sovranazionali.

Il tabù del protezionismo è un lusso ideologico che si sta dimostrando nella realtà dei fatti controproducente per lo stesso liberismo economico – per quanto possa sembrare un controsenso in termini – e la crisi attuale potrebbe essere un formidabile punto di partenza per lo “sdoganamento” di politiche economiche abbandonate in seguito ad esperienze negative in un passato che non ha più molto a che vedere con la realtà di oggi.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI