I risultati ufficiosi delle elezioni “storiche” del 7 Luglio in Libia vedrebbero favoriti i liberali. Se fossero confermati, renderebbero il Paese una importante eccezione in seno a quelli che hanno vissuto la Primavera araba.

Ancora prima della pubblicazione dei risultati definitivi, Mohamed Souwan, capo del Partito Giustizia e Ricostruzione affiliato ai Fratelli Musulmani, riconosceva, anche se a denti stretti, la sua probabile sconfitta. All’indomani delle elezioni, dichiarava che l’Alleanza delle Forze Nazionali (AFN), coalizione chiamata “liberale” e formata da 61 piccoli partiti diretti da Mahmoud Jibril, mostrava un netto vantaggio a Tripoli e Bengasi, le due maggiori città del Paese che da sole rappresentano più della metà del corpo elettorale libico. I risultati definitivi dell’elezione del Congresso nazionale libico, per il quale ha votato il 60% degli aventi diritto al voto, si avranno a breve. Ma, mentre vengono resi noti i risultati città per città, lo scarto aumenta tra i liberali, in testa, e gli islamisti. Domenica 8 Luglio, Jibril aveva chiesto la formazione di un Governo di unione. Ma prudente, l’AFN non canta ancora vittoria, perché questo scrutinio, molto complesso, può riservare anche molte sorprese vista la reale situazione del Paese e i risultati ottenuti fin qui non riguardano che gli 80 seggi riservati nell’Assemblea alle formazioni politiche. Nessuno sa quali ranghi andranno a raggiungere i 120 candidati indipendenti. Se l’AFN ne sostiene ufficialmente 76, i Fratelli Musulmani avrebbero coltivato, segretamente, legami con molti di loro.

Se la vittoria dei liberali viene confermata, la Libia si distinguerebbe come vera eccezione tra i vicini arabi post-rivoluzionari – la Tunisia, il Marocco e soprattutto l’Egitto – che hanno fatto uscire dalle loro urne candidati dell’Islam radicale. Contrariamente ai loro omologhi egiziani, i Fratelli Musulmani libici sono relativamente poco radicati nel Paese. Presenti dall’inizio della Rivoluzione del 17 Febbraio, non sono che qualche migliaio in Libia e non beneficiano né di una potente rete associativa, né di mezzi importanti. Rimangono quindi parzialmente sconosciuti alla popolazione, avendo Gheddafi vigorosamente combattuto l’islamismo radicale. Tutti ricordano le esecuzioni avvenute nel 1996 nella prigione di Abou Salim, a Tripoli. Ciò nonostante, il giorno delle elezioni, anche nel quartiere di Abu Salim dove ci si sarebbe potuti aspettare una forte presenza degli islamisti, è il nome di Jibril che risuonava maggiormente nelle orecchie. L’ex Primo Ministro della ribellione libica, che ha guidato la caduta di Gheddafi, beneficia di una notorietà e di “onori” che mancano agli altri candidati. Anche se il nome di Jibril è legato alla “collaborazione” (nel 2000) con Gheddafi, rimane una figura rassicurante perché, come ha detto qualche elettore: “il nome ‘Jibril’ ci dice qualcosa, e questo ci rassicura’.” Il voto liberale è soprattutto considerato, in Libia, come la scelta della Libertà. I libici hanno fatto cadere Gheddafi per la sua tirannia. Per niente al mondo rimetterebbero al potere una forza che possa privarli della libertà, neanche in nome di Dio. Ciò non toglie che molti di loro siano per un Islam moderato. Ora bisognerà vedere come riusciranno a conciliare sharia e laicità. Per ora, l’unica certezza è che la vera vincitrice delle elezioni è la Libia stessa.

In Egitto le cose sembrano andare meno bene dopo le elezioni presidenziali. La riapertura dei lavori dell’Assemblea da parte del Presidente Morsi non avrà avuto lunga vita.La Alta Corte Costituzionaleha contrattaccato sospendendo il decreto presidenziale che ordinava il ristabilimento del Parlamento, dominato dagli islamisti. Una scalata giuridica che mette fine alla luna di miele tra la presidenza e un esercito ancora molto potente. Si sta innescando una guerra fredda in un contesto politico ancora fragile. E’ chiaro che i Fratelli Musulmani non si accontenteranno di un ruolo simbolico, e i generali non daranno mai piena fiducia agli islamici. I Fratelli Musulmani e l’esercito riusciranno a questo punto a controllare i loro contenziosi 18 mesi dopo la caduta di Mubarak? Per alcuni esperti egiziani, la fine di questa intesa di facciata è una buona cosa perché apre un nuovo ciclo di lotte politiche e la conseguente formazione di un’alternativa.La Corte Costituzionalee il Consiglio supremo delle forze armate non hanno esitato ad invalidare il risultato del voto con la dissoluzione dell’Assemblea. E’ chiaro che l’esercito dispone di tutti i poteri, i Fratelli Musulmani sono lontani dal poter competere. Mentre la democrazia è minacciata, troppi pochi partiti politici si sono opposti a questa dissoluzione e alle trappole giuridiche e istituzionali della giunta. Per ritardare lo scontro finale, si arriverà sicuramente a un nuovo compromesso. Nell’attesa, il braccio di ferro tra la giunta militare preoccupata per i suoi privilegi politici ed economici e una confraternita che si batte dal 1928 per mettere in pratica il suo progetto ideologico, trascina il Paese in una crisi istituzionale grave.  Bisogna trovare una terza via pronta a difendere il rispetto dei diritti del popolo egiziano, riuscendo a mantenere una posizione indipendente nei confronti di coloro che pensano poter strumentalizzare le masse per ottenere il potere. Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha chiesto a Morsi un dialogo intenso tra tutti i protagonisti. Wasterwelle, Ministro degli Esteri tedesco ha dichiarato essere fiducioso sulle capacità dell’Egitto di superare la crisi.

Egitto e Libia: due Paesi, due storie, due strade intraprese. Un uguale obiettivo: la costruzione di un Paese migliore. Che sia su base laica o religiosa, allo Stato che ne verrà fuori è stata data una seconda possibilità. Che non venga sprecata.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. Giustissimo! Credo che quello che distingue la Libia da altri Paesi arabi del Nordafrica, e soprattutto dall’Egitto, sono due fattori: innanzitutto la ricchezza derivante dal petrolio. Nelle mie missioni in Libia negli anni Novanta (compreso durante l’embargo dell’ONU) ho constatato l’assenza di povertá e osservato che il regime, al di lá dei suoi demeriti politici, attuava una sufficiente distribuzione del reddito tra i cittadini libici (non piú di due milioni e mezzo) il che contribuisce a spiegare la lunga accettazione della dittatura gheddafiana. Il secondo fattore stá nel carattere relativamente laico della borghesia cittadina, nata all’ombra della ricchezza petrolifera e abituata a viaggiare in Occidente (specie in Inghilterra e in Italia). Molti libici sanno che un regime islamico radicale porta inevitabilmente all’isolamento e a costrizioni interne probabilmente peggiori di quelle imposte da Gheddafi, perché invasive anche della vita privata. Detto questo, il futuro a medio termmine dipende da come il Governo che uscirá dalle elezioni saprá amministrare la propria vittoria, mantenendo il benessere, non discriminando tra le regioni e le tribú, evitando le forme piú manifesta di corruzione e insomma alimentando il consenso che per ora sembra andare ai liberali (ma io meglio direi: ai laici). Perché la corsa verso l’oscuritá islamista nasce sempre da povertá e frustrazione.Su questo é impossibile fare scommesse, ma anche l’Italia avrá un suo ruolo da svolgere, specie se ci decideremo ad inviare a Tripoli i “top gun” tra i nostri diplomatici (non é sempre cosí, perché nell’ottica antiquata della Farnesina l’Ambasciata a Tripoli é molto meno importante, diciamo, di Londra o Parigi, dove in realtá la diplomazia bilaterale é ormai ridotta a un ruolo puramente decorativo) e istruirli perché conducano una linea di consiglio amichevole, aperto e franco. Il Ministro Terzi, che é uomo del mestiere, deve certamente saperlo e condividere.
    Quanto all’Egitto, l’ho detto e lo ripeto: la democrazia é bella, ma la pace nella Regione lo é ancora di piú, ed é importante che un grande Paese con antiche e illustri tradizioni culturali non sia trascinato all’indietro, nel medioevo dell’islamismo piú fanatico. Piaccia o no, i militari (come in Turchia) col loro spirito “laico”, sono una garanzia di questo. Nelle varie accezioni, ideologiche e pratiche, dell’Islam, ci sono molte variazioni possibili, che vanno dal cieco fanatismo dei talibani alla relativa tolleranza dei Paesi del Golfo e dell’Arabia Saudita, dove la Sharia é rigorosamente applicata, ma la gente é per il resto relativamente libera e non chiusa all’Occidente. Che i Fratelli Musulmani introducano elementi di religiositá nella legislazione e nella vita egiziane é inevitabile e tollerabile, ma se vorranno ciecamente imporre idee estreme, o se vorranno adottare un atteggiamento belligerante con Israele, l’esercito reagirá. Poco possiamo fare noi in questa vicenda, qualcosa possono farla gli Stati Uniti. Vedremo.

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