Femminicidio, terribile neologismo coniato nel 2009 dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani, dopo la morte di 500 donne messicane, e poi utilizzata da Rashida Manjoo, relatrice speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, riferendosi al rapporto proveniente dall’Italia che indicava appunto la violenza come maggior causa di morte delle donne italiane tra i 16 ed i 44 anni.

Femminicidio dunque indica la violenza perpetrata ai danni di una donna in quanto tale. Dall’inizio dell’anno sono 56 (almeno secondo i dati accertati) le donne italiane che hanno perso la vita per mano di un compagno, marito, fidanzato. Molte altre donne non hanno perso la vita ma – “massacrate di botte” o vittime di stalking da parte di uomini, spesso membri di famiglia – non hanno il coraggio di denunciare questi atti di violenza: non avremo quindi mai una stima precisa di quante donne, effettivamente, subiscano violenza per il solo fatto di non rappresentare quello che i loro congiunti di sesso maschile vorrebbero.

Non ne hanno il coraggio perché, una volta denunciato il loro “aguzzino”, non sono poi nei fatti tutelate. La legge è sì dalla parte delle donne ma spesso, una volta fatta la denuncia, non arrivano vive alla celebrazione del processo in tribunale; ecco perché molte preferiscono subire piuttosto che rischiare di perdere la vita.

Di questo fenomeno raramente – nei vari blog, articoli di giornale, siti web – ne scrivono uomini. Ecco, mi farebbe piacere che questa nota la scrivesse un uomo, invece che una donna. Mi farebbe piacere capire il loro punto di vista, capire cosa spinge una parte di loro a massacrare le proprie donne, solo perché non corrispondono a quello che, nell’immaginario di alcuni uomini, si aspettano da loro. Facile dire che uccidono in preda alla passione perché traditi o perché innamorati, come se non ci fossero altri mezzi per risolvere la situazione. Altrettanto facile usare come scusante lo stress, soprattutto in tempo di crisi sociale, per giustificare, almeno in parte, le loro azioni o addebitarne le cause ad una presunta “aggressività” femminile.

Non ci sono attenuanti – non vi sono mai attenuanti nell’annientamento della libertà altrui –  e non vi possono essere nemmeno in questo caso. La libertà di essere donna, con le proprie aspirazioni, sentimenti, conquiste non può essere violata in alcun modo, da nessuno. E fa ancora più male constatare che questa violazione è esercitata da padri, mariti, compagni, uomini che maggiormente dovrebbero viceversa esaltarle, coadiuvarle ed apprezzarle. E noi donne continuiamo a chiederci il “perché”.

La libertà è un valore che va condiviso, protetto e difeso, anche la libertà di essere donna in quanto tale.

© Rivoluzione Liberale

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