Torna il clima da campagna elettorale ma purtroppo il menù è sempre lo stesso. Dopo il governo tecnico di Mario Monti, che non intende andare oltre il 2013, il Paese sembra destinato a tornare al solito tam tam: sinistra, destra, con o contro il Cavaliere. Di certo, è questo uno scenario che l’Italia non merita. Monti, a sua volta, ricorda il suo incarico da senatore a vita, ma non intende contribuire alla creazione di una nuova forma di bipolarismo tra coloro che lo vogliono ancora a palazzo Chigi e chi lo considera solo una “parentesi”, chiusa la quale tornerà a regnare, imperterrita, l’alternanza tra schieramenti. “A novembre scorso si interrogavano su ciò che avrebbe fatto l’attuale governo, e a gennaio su cosa farà il prossimo”, afferma Monti di fronte alla platea di Bruxelles dove si è recato per difendere quello scudo anti-spread che con tanta fatica l’Italia è riuscita a strappare al Consiglio europeo di fine giugno. Il premier in carica sottolinea inoltre che lo spread “viene determinato anche da quelle riforme che, finita questa breve esperienza, hanno un peso maggiore rispetto a novembre quando gli occhi dei mercati erano tutti su ciò che avrebbe potuto fare questo governo”. Monti ricorda quindi alle forze politiche e ai cittadini che per limare l’incertezza dei mercati sono necessarie le riforme istituzionali. In quest’ottica la riforma elettorale, al pari della riforma del mercato del lavoro e della spending review, diventa necessaria per tranquillizzare i mercati che temono il ritorno dell’Italia a quella situazione di sostanziale paralisi che ha segnato gli ultimi quindici anni di vita politica. È proprio il continuo e perenne rinvio delle riforme che offre il nostro Paese in pasto alla speculazione.

Sono tanti gli elementi che destabilizzano l’Italia: l’incertezza della legge elettorale rinviata a settembre; le alleanze confuse tra partiti diversi e divisi dall’interno; la ricandidatura del Cavaliere a palazzo Chigi e la stessa convinzione del leader del centrosinistra che, sondaggi alla mano, sembra essere già dentro il Palazzo. Come al solito si preferisce la fantapolitica alla politica e invece di guardare al ‘Paese reale’ si pensa a disegnare un ‘Paese virtuale’ che ogni giorno viene ritoccato in funzione del vento del momento. I partiti italiani sono accomunati dalla stessa volatilità: oggi un epiteto domani un altro; oggi un annuncio sulla stampa (invece che una discussione ‘sana’ all’interno del partito) domani una smentita; oggi un alleato domani chissà.

La discussione politica è praticamente ridotta all’osso: dopo il monito del Capo dello Stato, si è mosso qualcosa di concreto solo intorno alla nuova legge elettorale, ma le decisioni importanti vengono rinviate per l’ennesima volta e la sensazione è che a settembre il presidente della Repubblica dovrà azionare un ennesimo richiamo alla responsabilità.

L’incertezza regna sovrana, ma non è l’incertezza produttiva di chi attraverso dei dubbi costruttivi mira a creare soluzioni nuove; si tratta bensì di un’incertezza triste e cupa, al di là della quale non si intravede nessuna buona pratica, nessuna marcia verso il futuro.

Al Paese reale poco importano i disegni di una grande coalizione post-voto e i passi di avvicinamento che, come una danza continua ( per certi versi fastidiosa), muovono Pd, Pdl e Udc. Il fatto concreto è che più ci si avvicina alle urne più la mancanza di certezze sul futuro condiziona l’atteggiamento dei mercati finanziari, curiosi di scoprire chi sarà il nuovo premier: gli investitori sono interessati alla stabilità e alla governabilità del Paese Italia, ciò che Monti ha rincorso per tanti mesi. Chissà se Monti non sia destinato a continuare il suo ruolo di ago della bilancia dal Quirinale (il settennato di Napolitano scadrà a maggio) dal quale potrebbe garantire ai mercati quella continuità e “collaborazione efficace” tra il governo italiano post-elettorale e l’Europa, conservando così il suo essere ‘al di sopra delle parti’ che lo caratterizza anche come presidente del Consiglio e che in Parlamento gli ha consentito di portare a termine alcune misure altrimenti irrealizzabili da una classe politica che tende a riciclarsi piuttosto che rinnovarsi.

Sulla sponda destra regna il partito padronale, diviso ma imperterrito, schiavo (o vittima) del suo padrone; sulla sponda sinistra il partito dei tanti feudi in cui il problema è sempre lo stesso: trovare una linea unica che permetta di consolidare l’alleanza tra riformisti e moderati. C’è infine una terza sponda centrale dove risiede un partito piccolo cementato però da un capo carismatico, corteggiato a destra e a sinistra.

Alleanze confuse quindi, e debole chiarezza di idee, soprattutto politiche. Nelle ultime settimane sono balzati agli occhi trii e duetti di partiti che vorrebbero stare insieme all’insegna di coalizioni più forti ma, data la loro diversa natura, c’è da chiedersi in che modo tali realtà politiche possano formare alleanze ‘vere’ e durevoli in grado di assicurare stabilità al Paese.

Il riciclaggio degli uomini e degli epiteti,  le crisi di identità, la sondaggiomania, sono gli indicatori più evidenti di una preoccupante debolezza di idee e di un deficit fondamentale: un sano ancoraggio ideale della nostra politica, ciò che i Liberali sono invece fieri di dimostrare al di là della debolezza dei numeri. In questo contesto fantapolitico i Liberali devono suonare l’allarme, denunciando i falsi profeti di una Rivoluzione Liberale strumentalizzata e smentita dai fatti (ormai storici). È necessario favorire forme di governo che, guardando all’Europa, siano in grado di garantire continuità nell’opera di risanamento del Paese assicurando ad esso le riforme necessarie alla conservazione della credibilità faticosamente riconquistata.

L’attuale sistema politico presenta dei partiti che hanno paura del ‘dissenso liberale’, che non sanno far dialogare la maggioranza con le minoranze, come se il dialogo fosse una minaccia per la propria sopravvivenza. Ciò vale sia a destra, dove regna un clima di corte, sia a sinistra dove si cerca continuamente di rimettere insieme i pezzi di un partito rissoso e problematico. Entrambi gli schieramenti sono inoltre segnati dall’incubo delle primarie, e sotto il feticcio dell’unità si nasconde una scarsa (o addirittura ‘nulla’) vocazione liberale dei partiti attuali che considerano il voto o uno strumento scomodo o uno strumento di riscatto personale (più che uno forma di partecipazione dei cittadini al governo dello Stato).

Il riconoscimento del dissenso e la sua accettazione sono propri della modernizzazione liberale del mondo occidentale ma là dove, sul piano politico, prevalgono diverse forme di assolutismo demagogico non vi è spazio alcuno per il dissenso liberale.

Il dissenso per essere riconosciuto e messo in pratica, quindi legittimato, ha bisogno almeno di due presupposti, uno culturale e uno sociale, che si sviluppano gradualmente intrecciandosi nel corso del tempo e conferendo alla dimensione politica – ossia l’idea che il governo dello Stato richieda qualche forma di partecipazione dei cittadini – e alla Politica lo spessore necessario.

Il presupposto fondamentale di questo processo, l’affermarsi del dissenso liberale, consiste nel riconoscimento pieno dell’individuo-persona e dei suoi diritti inalienabili. Il secondo presupposto, quello socio-politico, consiste invece nella consapevolezza del fatto che gli individui hanno risorse proprie e autonome rispetto all’autorità regia o signorile e sono in grado di controllare e gestire quelle risorse.

In una società statica, omogenea non si sente il bisogno del dissenso, o meglio, viene accuratamente ‘evitato’. Integrazione e conformismo sono prevalenti e la modernizzazione sociale e culturale (e quindi anche la modernizzazione politica) – che introduce la diversità, l’eterogeneità, la frammentazione culturale, la diversificazione sociale, in sostanza il pluralismo sociale, culturale e politico – viene stroncata sul nascere.

Le ideologie, il ruolo del partito unico, il grado di partecipazione organizzata e diretta dall’alto, la posizione preminente di un Capo, sono tutti aspetti che non consentono (come ci insegna la Storia) l’ammissione di alcuna forma di dissenso liberale, anche se limitata e controllata.

Il dissenso è quindi giustificato in termini di diritti e di libertà. Il dissenso e la discussione ‘liberale’ rappresentano i mezzi più efficaci per approfondire i problemi, esplorandone tutte le soluzioni alternative, pesando vantaggi e svantaggi e comprendendo, infine, gli stessi obiettivi che si vogliono raggiungere.

Nella società attuale si avverte invece il timore di una ‘mediocrità crescente’ che – come ci ricorda il grande padre liberale John Stuart Mill – azzera “la pluralità delle prospettive” e, soffocando le individualità, impone un anestetizzante “dispotismo del comportamento convenzionale”, l’unico davvero in grado di porre fine al progresso.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. D’accordissimo su tutto. Grazie per avere ripreso il mio invito a suonare l’allarme contro i falsi profeti di una liberalismo smentito dai fatti. E speriamo che la previsione accennata sul futuro di Monti sia esatta, come quella che in queste colonne avanzammo in tempi non sospetti sulla sua ascesa a Palazzo Chigi.

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