Cosa pensare del livello dei dibattiti della campagna per le presidenziali americane? Attraverso attacchi personali e argomenti semplicistici, repubblicani e democratici si stanno dando alla pazza gioia, facendo passare gli elettori per degli sciocchi ed evitando così di impegnarsi in riflessioni più ambiziose. Peccato.

Il Presidente Barack Obama non ama il suo rivale, il Repubblicano Mitt Romney, ex Governatore del Massachussetts. D’altra parte, quest’ultimo non è da meno. Ma bisogna dare atto ad entrambi che la posta in gioco è molto alta, non c’è spazio per tutti e due, e questo non sistema certamente le cose. Tutti lo hanno capito. Cosa dire di più? Apparentemente molte cose. Perché questa inimicizia ha una cattiva influenza sulla campagna presidenziale, che è sempre più sgradevole da seguire, e si occupa sempre meno di fatti concreti. L’ultimo scambio di colpi tra i due candidati hanno soltanto finito di irritare coloro che, forse con una punta di ingenuità, speravano ancora in un po’ di civiltà e ragione in questo continuo sfogo di efferatezza. Così la sua squadra di Obama moltiplica gli sforzi per dipingere Mitt Romney come una persona disonesta, distante, ipocrita e soprattutto troppo ricca per diventare Presidente. Il Repubblicano è stato persino criticato perché non sapeva cantare, a differenza del suo rivale. Anche questa è America. La canzone “America the Beautiful”, una delle preferite di Romney, è stata recentemente ripresa e parodiata da alcuni suoi critici. Le parole sono state modificate per poter includere nel pezzo tutti gli stereotipi che caratterizzano l’ex Governatore: inaccessibile all’uomo comune, desideroso di delocalizzare i posti di lavoro e capace di aver “sistemato” parte delle sue ricchezze nei paradisi fiscali. Nelle ultime apparizioni pubbliche, soprattutto in Virginia, il Presidente uscente ha cavalcato l’onda definendo Mitt Romney come un “pioniere della delocalizzazione” e quindi dei licenziamenti.

Altre accuse, diffuse dal Boston Globe, affermano che il candidato Repubblicano era ancora il Presidente di fatto di Bain Capitail, la società d’investimenti della quale è co-fondatore, quando questa ha cominciato la delocalizzazione nel 2000 (provocando molti licenziamenti). Mitt Romney aveva dichiarato (e quindi avrebbe mentito) di aver lasciato l’azienda nel 1999, per occuparsi dell’organizzazione dei Giochi Olimpici invernali di Salt Lake City. Ed Gillespie, un consigliere di Romney, ha dichiarato che queste accuse erano “senza alcun fondamento”. “Ha preso congedo e di fatto non è mai più tornato a Bain Capitail. Ha lasciato una vita che amava per andare a Salt Lake City e salvare i giochi olimpici. Tutto questo è molto patriottico”. I documenti ufficiali vedono comparire il suo nome fino al 2002. Ed è proprio tra il 1999 e il 2002 che c’è stato il picco di licenziamenti. Se Romney fosse veramente coinvolto in questa storia, perderebbe uno dei suoi argomenti chiave: l’idea che il suo successo negli affari lo predisporrebbe a diventare un buon Presidente per l’occupazione. Dalla parte dei Repubblicani, si vocifera dietro le quinte che il candidato, che aveva passato gran parte della sua vita nello Utah, era “rimasto” a Bain unicamente per soddisfare delle esigenze di residenza legate alla sua carriera politica che nasce nel Massachussetts, ma non aveva più nessun potere decisionale o manageriale. Stephanie Cutter, direttore aggiunto della campagna di Barack Obama, accusa Romney di essere un criminale, per aver mentito alla Securities Exchange Commission, organo federale incaricato di controllare i mercati finanziari, sulla data della sua partenza da Bain Capitail. Tra i Repubblicani regna la collera e lo sdegno, i Democratici da parte loro considerano questi attacchi come il colpo di grazia inferto al rivale del Presidente uscente.

Ma le accuse non sembrerebbero reggersi in piedi, il condizionale è d’obbligo. Recentemente John King della CNN ha scritto un dettagliato articolo dove spiegava che Romney molto probabilmente diceva la verità, mentre il Fact Checker del Washington Post ha cercato di dimostrare che il dossier pubblicato dal Boston Globe era stato messo su con troppa fretta ed era insufficiente per provare qualsiasi accusa. Da Bain, ma anche in molti documenti privati interni, tutto sta ad indicare che la partenza del candidato Repubblicano era reale, e anche brusca, se non addirittura improvvisa. Precisa inoltre che il nome di Mitt Romney non appariva mai nei bilanci di riunioni o altre decisioni legate al lungo e complesso processo che aveva portato alla delocalizzazione.

Non sappiamo chi abbia ragione. Assistiamo però oggi ad una campagna che è degenerata in una pletora di attacchi personali e di colpi bassi. E se la squadra di Obama ha speso più di 100 milioni di dollari per diffondere delle pubblicità negli Swing States (quegli Stati cardine essenziali in tutte le campagne presidenziali americane, il cui risultato non è mai prevedibile), diffondendo messaggi che tendono a discreditare Romney, non ci dimentichiamo che Obama, sottoposto a forti pressioni del campo Repubblicano, ha dovuto pubblicare un certificato di nascita che provava fosse nato alla Hawaii.

Ma fino a quando questo scontro può ragionevolmente durare? In effetti la campagna di Barack Obama non può svilupparsi all’infinito sul tema dei sospetti che sostiene sui conti dell’avversario Repubblicano. Probabilmente sarà l’agenda di quest’ultimo che farà smuovere le acque, perché il suo staff ha fatto capire che la scelta, molto attesa, del suo vice-Presidente (ispanico, giovane, cristiano evangelico membro di uno degli swing States, popolare, i candidati di Romney sono numerosi e tutti con potenzialità importanti per gli sviluppi della campagna), sarà resa pubblica nel giro di pochi giorni. Ora, questa scelta darà sicuramente una scossa agli eventi. Per quanto riguarda le accuse a suo carico, Romney sembrerebbe giocare la carta dello sfinimento degli elettori per fare sentire le sue di ragioni: Obama ha creato tanto rumore per coprire le cattive notizie sull’economia americana e non dover entrare nello specifico del suo bilancio.

Un sondaggio pubblicato su Politico fa riflettere e incuriosisce. L’entusiasmo dei Repubblicani nei confronti delle elezioni è salito vertiginosamente da quanto Romney si è ufficialmente presentato in Aprile (36%) ad oggi (49%). Il Presidente Obama è stato aiutato per la sua elezione nel 2008 dall’ondata di impeto degli elettori democratici. Ma quest’anno, l’entusiasmo democratico sta scemando. Oggi, il 27% dei Democratici si dichiarano più contenti di andare a votare rispetto a 4 anni fa, erano il 30% quattro mesi fa. Per quanto riguarda la direzione del Paese, gli elettori sono sempre più pessimisti. Il 64% delle persone intervistate pensano che il Paese abbia dei seri problemi, contro il 62% in Maggio. I colpi di scena non sono finiti. Speriamo siano finiti i gossip da giornaletto scandalistico: parliamo delle elezione del Presidente degli Stati Uniti dal quale dipendono (ancora) le sorti di gran parte del Mondo.

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