Ci volevano ancora una volta gli arabi a sparigliare le carte dell’industria italiana. O meglio, ci voleva la spasmodica mania del lusso di Sheika al-Missned, la prima delle mogli dell’emiro del Qatar, Hamed Bin al Thani, per far cadere un altro pezzo di Italia nella rete degli Dei del petrolio.

Già perché, con la firma dell’atto di cessione, il gruppo Valentino, da 45 anni emblema del tessile italiano e del Made in Italy di alta gamma, è finito nelle mani dei fondi mediorientali del Qatar. Le casseforti dorate riconducibili allo sceicco Al Thani. Le stesse che in cassa hanno il 20% della Borsa di Londra, gli Harrods, il Paris Saint Germain (che da poco conta Ibrahimovic e Thiago Silva) e qualcosa come la Costa Smeralda (acquistata dall’emiro Aga Khan per 650 mln di €), il 17% di Volkswagen e il 5% di Veolia e Tiffany.

Settecento milioni di euro sull’unghia. Tanto è bastato al capitano Valentino per cadere nella trama di Al Thani. Una cifra da urlo e una liquidità spaventosa – al giorno d’oggi – a cui Valentino Garavani e il suo ex socio e compagno di vita, Giancarlo Giammetti, non hanno potuto resistere.

Un’operazione, quella sul brand italiano, che ha un po’ il sapore del Milan e dell’affaire Ibrahimovic: venderlo adesso, e a cifre spaventose, piuttosto che tenerlo e rivenderlo domani rischiando minusvalenze. L’imperatore del lusso, dunque, si è piegato all’emiro e come in uno dei migliori film all’italiana, il Belpaese ha perso un altro dei suoi marchi prestigiosi.

Una lunga lista quella dei brand italiani nelle mani internazionali: si era partiti con la grande fuga pret a porter di Gucci e Bottega Veneta, ceduti al gruppo francese Ppr. Si era passati a Fendi, controllata da Arnault del gruppo Luis Vitton (ancora francesi), e a Emilio Pucci, dal 2000 controllato da Luis Vitton (ripetutamente francese).  Si è finiti con Bulgari, passata sotto l’aurea di Luis Vitton, e Gf Ferrè, ceduto a febbraio del 2011 al Paris Group, con sede a Dubai.

Una lunga sfilza che da qualche tempo conta anche la milanese Edison, ceduta ai francesi di EdF dopo un braccio di ferro durato dieci lunghi anni, e la Banca Nazionale del Lavoro (italiano) controllata dai francesi di ParisBa. Per poi finire alla Fiat, in fuga dai mercati del Vecchio Continente, a Prada e a molte altre medie realtà imprenditoriali del Made in Italy di alto livello.

Con l’affaire Valentino gli emiri chiudono dunque il cerchio del business d’alta quota ed entrano di diritto nell’oligarchia mondiale dell’industria del lusso. Già perché, a suon di petrodollari, i grand’uomini di casa Al Thani hanno messo insieme un intero corollario di marchi a cinque stelle. Il primo colpo sono stati i grandi magazzini di Harrods. Poi i palazzi sugli Champs Elysèe, l’Hotel d’Evreux a Place Vendome, mezza Rue de Tivoli, lungo la Senna, e partecipazioni importanti in Lvmh, Porsche e nei gioielli Tiffany.

E adesso eccoli in marcia sulle Alpi e in discesa verso l’Italia, pronti ad investire l’immensa liquidità che gli deriva dal dominio del petrolio mediorientale. E’ di corridoio la voce che gli emiri del Quatar stiano cercando forme e modi per investire nel nostro paese e nel lusso. E proprio per questo, come ha detto Al Thani a Mario Monti durante la sua visita ufficiale ad aprile a Roma, nel mirino ci sarebbero gli yatch (si pensa ai gruppi Riva, Perini, Azimut e Ferretti) e alle navi da crociera della Fincantieri. Oltre che a La 7 del gruppo Telecom e alla Mediaset dei Berlusconi, dove gli Al Thani vorrebbero entrare per la porta del magico mondo Pay-tv.

Se a tutto ciò aggiungiamo la vendita del 5% di Snam Rete Gas ai fondi di investimento americani (curata da Goldman Sachs) e la discesa del Cane a Sei zampe (Eni) sotto la soglia di controllo della società di distribuzione oil & gas, bhè, è facile intuire che l’Italia è ufficialmente in vendita. O meglio, è in saldo perpetuo.

Una lunga lista di pericoli si profila per l’industria italiana. Pericoli che si vestono di bianco e si celano dietro a nomi pesanti dell’investment mondiale targato Medio Oriente. Per i liberisti ortodossi, siamo certi, si tratta come sempre del mercato vero che avanza. Noi lo chiamiamo “mercato aperto” o “mercanteggio dell’industria italiana”. Un gioco pericoloso sulle spalle dei lavoratori e della storia della nostra impresa a cui è bene rispondere con anticorpi forti (se solo li avessimo). Un caloroso saluto dunque a Valentino, che con lo show all’Ara Pacis di Roma ci aveva fatto tanto sognare. Un ringraziamento speciale a lui, agli stilisti, ai sarti e ai tessili di mano italiana che per lungo tempo hanno fatto grande l’Italia nel mondo.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI