Il Kommunističeskaja Partija Rossijskoj Federacii nacque ad appena un anno dalla scomparsa del KPSS (per gli Italiani, PCUS). Al vertice del partito si trova ininterrottamente da quattro lustri Gennadij Andreevič Zjuganov, che ne è stato anche uno dei membri fondatori. La sua militanza politica comunista risale agli anni ’60, periodo in cui divenne segretario del Komsomol della città di Mymrino. Durante gli anni ’80 fu l’esponente principale di una corrente fieramente avversa alla perestrojka e alla glasnost’ avviata da Mihail Gorbačëv. Il disfacimento dell’URSS e il bando del KPSS rappresentarono una cesura sia ideologica che programmatica nella storia politica del comunismo russo, e Zjuganov ne aggiornò l’armamentario dottrinale tramite nuove idee e nuovi paradigmi ideologici e geopolitici. Nel suo pamphlet Deržava (trad. it. Stato e Potenza), Zjuganov ha assimilato l’appello “nazionaleuropeista” di Thiriart, cantore dell’impero euro-sovietico esteso da Vladivostok a Dublino. Il politico di lungo corso ha dimostrato un certo eclettismo e la capacità di innestare nel suo partito apporti di pensatori e teorici dalla multiforme appartenenza politico-ideologica, tanto da rendere sostanzialmente inapplicabili al KPRF le consuete categorizzazioni politiche destra-sinistra, assunto quest’ultimo – come visto nelle precedenti analisi dei partiti politici russi – sempre valido in Russia, ma in maniera ancor più netta nel caso dei nuovi comunisti.

Il KPRF ha certamente mutuato dal nazionalbolscevismo (corrente apparsa in URSS già durante gli anni ’60) una certa visione del mondo e dei rapporti di forza fra le grandi potenze. Al fallimento del socialismo reale ed al dissolversi del significato escatologico dell’ideologica comunista è stata contrapposta la continuità del sistema valoriale del partito comunista rispetto ai valori storici fondanti l’identità politica russa. Zjuganov, avendo visto la continuità statuale quale fonte di legittimazione del comunismo, si è disinteressato ad ogni elemento di socialismo che non ricomprendesse il concetto di stato e di potenza. In sintesi, il KPRF si è accreditato all’opinione pubblica quale partito restauratore ed alfiere della potenza dello stato (non a caso rivalutando la figura di Stalin), ma non certo quale fautore di collettivizzazioni ed espropri. In questo modo tornerebbe a rivelarsi quel “destino imperale” della Tretij Rim (Mosca, destinata a raccogliere il testimone imperiale dopo la caduta della capitale dell’Impero romano e di Costantinopoli) postulato da Filoteo nel XV secolo. L’appello di Zjuganov, nel contesto di un ipertrofismo statuale, ha inteso quindi costituire un fronte popolar-patriottico capace di conciliare le forze comuniste con i “patrioti” di ogni ideologia e – fondamentale – con la gerarchia ortodossa, di cui già Stalin aveva compreso l’irremovibile importanza per la nazione. È stato così estromesso il materialismo dialettico caratterizzante il periodo sovietico, scindendo in due parti la storia del Partito comunista di Russia: da un lato, i “bolscevichi buoni” interessati alla salvezza della patria, dall’altro i “comnunisti cattivi” allogeni e dediti a funeste sperimentazioni sociali e alla scristianizzazione della Russia (Berija e Trockij, per intendersi). Proprio da quest’ultima corrente sarebbe nata la politica el’cininana, che – secondo Zjuganov  – così tanti danni ha arrecato alla Russia.

Rileva anche osservare la rivalutazione della geopolitica operata dal leader del KPRF. Considerata “scienza nazista” in URSS, è stata ciò nonostante riportata in auge da circoli militari che durante gli anni ’70 erano favorevoli ad una politica estera in linea con il dettato di Haushofer, che quarant’anni prima era stato assertore di una alleanza eurasiatica fra Mosca e Berlino che contrapponesse il kontinentalblock alle potenze occidentali, un revival dell’eterno duello fra tellurocrazie e talassocrazie (Cartagine, Inghilterra, USA). Il blocco continentale è anche il fulcro delle teorie geopolitiche dell’eurasista Aleksandr Dugin, che individua nella Russia il sacrale centro del mondo.

L’influsso di Dugin è stato fondamentale per l’impianto del KPRF (ma in seguito la “rivoluzione conservatrice” del pensatore è giunto persino a Putin ed al suo partito-monstre). Nel suo nazionalbolscevismo le opposizioni nazionaliste avrebbero dovuto dar vita ad una rivoluzione anticapitalista, imponendo il trionfo finale della spiritualità sul materialismo;  Zjuganov ne da una interpretazione riveduta e corretta, in cui al blocco eurosovietico è stato sostituito un rapporto privilegiato fra Mosca, Pechino e Nuova Delhi (nel frattempo divenuti tre dei Paesi BRIC).

In definitiva è una versione imperial-nazionale del comunismo quella propugnata da Zjuganov, irriducibile ad una collocazione politologica definita – tanto da esser da più parti tacciata di fascismo sotto mentite spoglie. In realtà il progetto del KPRF, pur affondando le radici nel pan-russismo ottocentesco, è una evoluzione logica dello statalismo dell’epoca di Stalin e del nazionalbolscevismo degli anni ’60. La sua cifra moralista, razzista, ultranazionalista ed antisemita gli ha tuttavia alienato consensi cruciali proprio fra quei cittadini Russi abitanti in aree periferiche della Federazione, che il KPRF intenderebbe “salvare” da contaminazioni occidentaliste e mondialiste. Vedremo poi quali iniziative concrete siano discese dalle enunciazioni teoriche del KPRF.

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