Nei cruciali processi di transizione socio-politica ed economica che caratterizzano l’età contemporanea le donne rappresentano una forza inestimabile non ancora pienamente valorizzata. Ostacoli culturali e sociali, condizionamenti del passato, limitano lo svilupparsi di tante energie costruttive – anche in quei Paesi dove i diritti e le libertà delle donne sono costituzionalmente garantiti – determinando in questo modo un notevole danno all’intera comunità che risulta così mutilata nel suo crescere. Quando le donne sono trattate in modo ingiusto, private dei loro diritti e quindi della loro libertà, viene penalizzata l’intera comunità, uomini e donne.

Occorre quindi “favorire l’assunzione di maggiori responsabilità da parte delle donne, incoraggiandole a sentirsi protagoniste del rinnovamento della società su basi paritarie e su criteri di efficienza e meritocrazia”. Con queste parole e con l’obiettivo di rilanciare il ruolo delle donne nel cuore dei processi decisionali – a cominciare dalla diplomazia – il ministro degli Affari Esteri Giulio Terzi ha dato il via alla prima Conferenza Internazionale “Women in Diplomacy” – svoltasi alla Farnesina lo scorso 16 luglio – strutturata sulla scia del “Women in the Public Service Project”, l’iniziativa presentata nei mesi scorsi a Washington dal Segretario di Stato americano Hillary Clinton.

Favorire la carriera diplomatica dell’universo femminile “è un obiettivo del tutto strategico”, ha sottolineato Hillary Clinton nel suo contributo inviato alla Farnesina. “Il mondo si trova oggi a dover affrontare in politica estera problemi molto difficili, sfide cruciali. E mai come oggi, c’è assoluto bisogno, per risolvere questioni così complesse, di donne diplomatiche innovative e ricche di talento in posizioni chiave”. Il Segretario di Stato americano ha inoltre voluto sostenere il nostro ministro degli Affari Esteri, per aver assunto un ruolo di leadership a sostegno di un’iniziativa fondamentale per lo sviluppo della libertà e della democrazia. “Il nostro obiettivo è duplice” – ha affermato Terzi – accrescere la consapevolezza dell’esigenza di una maggiore partecipazione femminile alla governance mondiale, a partire dalla diplomazia, e promuovere la formazione professionale delle donne”.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha invece inviato a “Women in Diplomacy”  il suo messaggio inaugurale sottolineando che “le donne occupano oggi, e non solo da oggi, posizioni centrali e determinanti nelle relazioni internazionali, nella conduzione della cosa pubblica e nel settore privato”. “Naturali portatrici di creatività, solidarietà, empatia, realismo”, le donne – ha ribadito Napolitano – “infondono fiducia nel futuro delle nostre società”. L’ingresso delle donne in diplomazia “è una tendenza inarrestabile” e “il successo di numerose personalità femminili che, al vertice della politica estera e delle Organizzazioni internazionali, hanno lasciato e lasciano un segno positivo e illuminante” deve essere “d’ispirazione ad amministrazioni pubbliche e imprese private”.

Più donne in diplomazia non solo è “la cosa più giusta da fare”, come sostiene Hillary Clinton, ma è anche “la cosa più intelligente: la strada migliore da percorrere”. Non si tratta semplicemente di una questione di equità ma “di far crescere un gruppo di persone ricche di talento e totalmente in grado di affrontare e gestire le sfide e i problemi più delicati e complessi che abbiamo di fronte”.

Quindi spazio al merito e alle capacità individuali, è questa la Rivoluzione liberale da portare avanti. L’obiettivo, in pratica, non è quello di istituire mere quote rosa nella pubblica amministrazione e nei ministeri degli Esteri, bensì di creare per le donne l’opportunità concreta e le condizioni più idonee per poter scegliere questo tipo di carriera, ciò che, in un’ottica liberale, è davvero la via migliore da percorrere: una libertà per le donne non solo garantita ma anche attualizzata.

Come sottolineato dal comunicato dell’ultima riunione ministeriale dei Paesi G8, le donne – ha ribadito il ministro Terzi – sono “potenti agenti di pace, sicurezza e prosperità” anche se “troppo spesso escluse dai negoziati di pace e dai processi di transizione”. Di conseguenza “i processi decisionali in cui la componente femminile è assente o marginalizzata perdono legittimità politica perché trascurano sensibilità, esperienze e prospettive di una parte essenziale della società. Quest’ultima si priva di energie vitali alla sua riconciliazione, stabilità e coesione”. L’inclusione delle donne nei processi decisionali “è allora necessaria non solo all’avanzamento in senso più liberale e democratico della società, ma anche alla sua sicurezza”.

 Nella diplomazia italiana le donne sono comunque ancora molto poche, 168 su un totale di 909 diplomatici, circa il 18,5% del totale. “Tali numeri riflettono in parte un ritardo generazionale – ha affermato il ministro – le donne furono ammesse nella diplomazia solo nel 1964, e per anni in poche cercarono di accedervi; in altra parte, tali dati indicano un fenomeno più generale, che investe la ridotta presenza di donne anche nei vertici delle aziende del Paese. Sono solo il 3,1% le amministratrici delegate nelle società private”. Negli ultimi anni si è però registrata un’inversione di tendenza e nei concorsi diplomatici il 30% dei vincitori è donna. In questo contesto l’obiettivo strategico della Farnesina è quello di “incrementare, in termini assoluti, il numero delle donne diplomatiche in posizioni di responsabilità”, puntando ad un incremento minimo del 4-5% nell’arco del biennio 2011/2012. Un obiettivo da raggiungere anche attraverso l’adozione di “politiche del personale più flessibili che mettano al centro la famiglia”, per consentire di conciliare le esigenze di lavoro con la vita privata. “Vogliamo mettere le donne diplomatiche nelle condizioni di non dover scegliere tra carriera e famiglia”, ha sottolineato il ministro.

Resta comunque ancora molto da fare in termini di parità economica e di affermazione politica; anche il presidente del Consiglio Mario Monti, intervenuto a “Women in Diplomacy”, ha ammesso che nel suo governo avrebbe voluto più donne, ribadendo però che non molti governi hanno delle donne a capo di ministeri “così centrali, cruciali e storicamente maschili come quelli dell’interno, giustizia e lavoro”. In ogni caso, ha puntualizzato il premier, “con la riforma del mercato del lavoro sono state introdotte misure per aumentare l’inclusione delle donne nella vita economica”.

La realtà è però che le donne italiane sono le meno presenti nei luoghi di comando, tra cui i vertici delle maggiori imprese nazionali: solo l’11,9% delle presenze contro il 33% della media europea. In questo contesto l’approvazione in Parlamento della legge 120/2011 – giunta tra l’altro in porto dopo più di due anni di lotte – che obbliga le società quotate (anche quelle in mano pubblica) a riservare alle donne una quota pari al 30% dei posti nei Cda, ha di certo avviato una revisione essenziale in termini di potere nel nostro Paese, ma scardinare le composizioni consolidate, disegnando equilibri di genere nuovi nei luoghi decisionali, è una sfida molto ardua perché è, prima di tutto, una sfida culturale. “Non sarà certo semplice perché i cambiamenti di mentalità richiedono tempo”, ha affermato il Sottosegretario Dassù, in occasione di “Women in Diplomacy”, sottolineando le difficoltà delle donne di conciliare al meglio la famiglia con la propria carriera. Più in generale, ha ricordato il Ministro del Lavoro Elsa Fornero, “le politiche di conciliazione, ossia come conciliare la carriera con la vita familiare, devono essere un fatto ed una caratteristica normale della società, che devono riguardare sia gli uomini che le donne”.

La stessa Unione europea, inoltre, è ben lontana dal resto del mondo: nel 2011 ai vertici delle principali società europee la presenza femminile ha raggiunto appena il 13,7% (un consigliere su sette) – sebbene il risultato si sia rivelato lievemente migliore rispetto all’11,8% del 2010 – e di questo passo Bruxelles stima che ci vorranno circa 40 anni per raggiungere un accettabile equilibrio di genere: entrambi i sessi rappresentati per almeno il 40%.

La piena emancipazione femminile, dunque, oltre che essere una delle sfide principali nel Nord Africa e in Medio Oriente – dove, come ha sottolineato il ministro Terzi, ci si aspetta che “le nuove leadership arabe rispettino i diritti delle donne nelle Costituzioni, nella vita politica e sociale” e dove le donne “sono state protagoniste della primavera araba” – è anche un’importante sfida europea, e ovviamente italiana: “La stretta connessione tra diritti delle donne e stabilità, inclusione e ricostruzione è la bussola con cui orienteremo il nostro sostegno ai processi di transizione”, ha ribadito il nostro ministro degli Esteri .

In sostanza, occorre recuperare una capacità di leadership più umana e quindi più adatta alle donne, che devono necessariamente dividersi tra lavoro e famiglia, ma forse anche più adatta agli uomini e non è escluso che sia proprio questa la forma di leadership migliore – più umana, più giusta, più pluralista e più sicura – in quanto fondata sul rispetto della persona, sul  merito individuale e sulle pari opportunità.

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