Quando il Presidente Sarkozy si é lanciato nell’avventura libica, é stato naturale pensare che lo facesse per sostituirci come principale compratore di petrolio e fornitore di beni e servizi alla nostra ex-colonia, anche se vi erano altre ragioni di politica interna ed internazionale.

L’ambizione di mettere piede nella Libia del dopo Gheddafi, dalla quale il colonnello, ostile alla politica neocoloniale di Parigi in Africa, aveva  tenuto praticamente esclusi i francesi, non era, del resto, di per se condannabile. Molto di piú – e inoltre ben poco realistico – lo sarebbe se si pensasse  di riuscirci a detrimento nostro. Eppure, farsi sgambetti in materia economica é una pratica non inedita (noi stessi, in tempi non troppo lontani, a mettere in angolo interessi francesi in Algeria). E storicamente ricorrente é il misto di gelosia per la nostra crescita nel mondo e di fastidio per le debolezze del nostro sistema politico, che spinge  Parigi (e anche Londra e Berlino) a escluderci in prima battuta dai direttori che ogni tanto rispuntano. Cosa non del tutto ingiustificata quando si tratta dei temi che fanno capo alle residue  responsabilitá di vincitori della Seconda Guerra Mondiale e potenze nucleari, ma inaccettabile quando si tratta di temi ed aree di nostro diretto interesse.

Ne avemmo una prova a metá del 1995, quando si formó il c.d. “Gruppo di contatto” per la ex-Jugoslavia, senza l’Italia che pur sosteneva un grande peso per l’appoggio logistico alle operazioni militari in Bosnia e che all’area balcanica é interessata in modo molto piú vitale di altri Paesi europei, ma con la Germania che nei Balcani non aveva un solo soldato. Per forzare l’entrata nel gruppo, dovemmo fare quello che, alla fine, quasi sempre funziona (ha funzionato di certo nel caso del direttorio a quattro che stava delineandosi per la Libia): appoggiarci sugli Stati Uniti, che sono consapevoli della nostra importanza strategica in certe aree e troppo sicuri della loro posizione nel mondo per nutrire gelosie verso di noi. Ma per convincerli non sempre basta affidarsi al loro buon volere: alle volte occorre metterci qualche adeguata pressione. Nel caso dell’ex-Jugoslavia, col Governo Dini dovemmo inviare agli Stati Uniti (e agli altri alleati) un messaggio chiaro, negando il permesso di atterraggio in Italia agli aerei Stealth che dovevano andare a distruggere i radar dei serbo-bosniaci (e, di passaggio, togliendo agli inglesi l’uso di Gioia del Colle). Fui io stesso, allora Ambasciatore alla NATO, a comunicarlo al Comandante americano in Europa, senza nessun infingimento sulle ragioni della nostra decisione. Il risultato fu che, quarantotto ore dopo, il rappresentante USA per i Balcani, Dick Hoolbrooke, telefonava alla signora Agnelli, nostro Ministro degli Esteri, per invitarla formalmente a partecipare al Gruppo di Contatto che si riuniva a Ginevra. E da allora la nostra particpazione non fu piú rimessa in discussione. Fu forse il primo caso in cui ci scostammo dalla linea, fin troppo timorata e “col cappello in mano”, che caratterizzava la nostra diplomazia, per troppo tempo condotta in stile “doroteo”. In seguito, il Governo Dini e quelli successivi seppero pagare il prezzo del nostro nuovo status colla partecipazione di nostre consistenti forze alle missioni della NATO in Bosnia, in Kossovo, in Afganistan, e col ruolo svolto in Irak e in Libano. Missioni che ora é forse giusto ridimensionare, ma che restano una condizione necessaria per sostenere la nostra posizione nel mondo.

Tornando alla Libia, avvisaglie dei propositi altrui le avevamo avute negli anni Novanta, quando Tripoli era oggetto di un embargo internazionale che proprio la Francia aveva contribuito a mettere in piedi. Allora, nel marzo del 1992, io, da Direttore Generale degli Affari Economici alla Farnesina, fui inviato dal Presidente del Consiglio Andreotti in missione riservata a Tripoli, per convincere i libici, con cui avevo buoni rapporti dai tempi della mia missione alle Nazioni Unite a New York, a rinegoziare il prezzo del petrolio che l’ENI estraeva dai propri pozzi , allora molto piú alto di quello internazionale. Fui accolto con amicizia e calore e il negoziato ebbe pieno successo. Ma, nel corso delle conversazioni, non mi fu nascosta la sorpresa dei libici per quello che ritenevano un atteggiamento troppo supino da parte nostra nei confronti dei nostri alleati, proprio quando questi, francesi e inglesi soprattutto, sotto la copertura dell’embargo, facevano di tutto  per portarsi a casa petrolio e contratti. Ebbi allora la conferma di un fatto che considero una costante nei sentimenti dei libici verso di noi: siamo per loro l’interlocutore naturale e preferito in Europa, l’amico su cui nel fondo si conta. Le  posizioni che, sotto governi di sinistra o di destra, ci siamo riconquistate nella Quarta Sponda,  possiamo perció perderle solo se commettiamo errori davvero madornali.

Il governo Berlusconi stava per commetterne uno imperdonabile all’inizio della crisi, apparendo solidale col colonnello (certo non doveva essere agevole e spontaneo passare repentinamente dai baciamano alle bombe); ma ha poi corretto il tiro allineandosi rapidamente alla coalizione occidentale (e, di passaggio, togliendo protagonismo alla Francia colla intelligente esigenza di una responsabilitá della NATO). Cosí ha protetto i nostri interessi in Libia e la nostra posizione in Europa.

Questo non vuol dire che la Francia debba o possa essere esclusa dalla Libia post-Gheddafi e neppure vista con eccessivo sospetto: se si considera la portata delle riserve petrolifere e delle risorse finanziarie di quel Paese, di spazio ce n’é per tutti (magari a scapito dei cinesi), e la Francia é un partner politico ed economico troppo importante per noi (e reciprocamente) per lasciarci andare a dispetti e scatti d’umore.

Il fatto é che, quando Italia e Francia si muovono in sintonia, sono ambedue piú forti. La strada imboccata dal Governo nei colloqui romani di Sarkozy é dunque quella giusta.

Piú in generale, la morale per un Paese che soffre come il nostro di storici complessi di inferioritá, é che proteggere i nostri interessi e affermare la nostra influenza é possibile, se siamo disposti a pagarne il prezzo in termini di assunzione di responsabilitá e intanto a giocarci le carte che abbiamo in mano, compresa, ove occorre, la nostra capacitá d’interdizione; e sempre, e comunque, parlando forte e chiaro agli alleati: senza petulanza, senza sguaiatezza, ma fermamente, da grande Paese quale siamo, e se possibile, con sintonia di fondo tra il Governo, la sua maggioranza e anche l’opposizione. Il resto (a cominciare dal ricorrente e abbastanza ingenuo rifugiarsi nell’invocazione a un’Europa che politicamente non esiste ancora), per chi sa come funziona la politica internazionale, sono diatribe a uso interno o favole da educande.

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