Nell’ottobre del 2009 il Segretario della Marina statunitense, Ray Mabus, presentòla Great Green Fleet,la Grande Flotta Verde, un progetto epocale che avrebbe dovuto portare la Marina ad utilizzare fonti di energia rinnovabile e biocarburanti per una quota pari ad almeno il 40% del fabbisogno annuale entro il 2020.

Una vera e propria rivoluzione energetica che avrebbe non solo diminuito – di circa 150 milioni di dollari all’anno – i costi operativi della Marina, ma che avrebbe anche permesso agli USA di mettere fine, almeno in questo ambito, alla sempiterna dipendenza dal petrolio estero e quindi alla vulnerabilità data dalle sue oscillazioni di prezzo: un dettaglio non superfluo quando un aumento di un solo dollaro per barile di petrolio si traduce in 30 milioni di dollari di spesa in più.

Inoltre, con un cliente che consuma 6 miliardi di litri di carburante all’anno, si ipotizzava che la stessa industria dei biocarburanti avrebbe ricevuto un immenso stimolo alla crescita ed all’investimento in ricerca, che a loro volta avrebbero abbassato i costi medi e messo le basi per la creazione di un nuovo settore produttivo “made in Usa” pronto a competere sul mercato internazionale.

Ma la realtà ha preso un corso diverso. Il principale problema con cui l’ambizioso progetto si è scontrato è stata la scarsità dei biocarburanti sul mercato americano, la cui produzione avrebbe dovuto raggiungere i due miliardi di galloni all’anno (poco meno di 6 miliardi di litri), secondo l’obiettivo posto dallo stesso Congresso nel 2007, e che invece arriva oggi a 40 milioni di galloni, appena il 2% di quanto auspicato.

Con la conseguenza che i costi medi per gallone di etanolo, o di biocarburante simile, si attestano ancora oggi sui 26$ contro i 4$ del carburante tradizionale, un sovrapprezzo insostenibile che porterebbe la Marina, qualora intendesse onorare gli impegni presi, ad una spesa extradi 2miliardi di dollari all’anno, ipotesi che ha spinto il comitato sulle forze armate alla Camera a stabilire, lo scorso maggio, il divieto di acquistare biocarburanti che costino più dei combustibili fossili.

Ai massicci problemi tecnici di spesa per consumi si affianca poi la questione etica dei biocarburanti, che nell’ultimo quinquennio si sono dimostrati estremamente dannosi per il mercato dei beni agricoli: sono stati innumerevoli i casi di colture tradizionali convertite in colture di materie prime per i biocarburanti, decisamente più redditizie, fatto che ha spinto i prezzi dei primi alle stelle per la minore offerta sul mercato, con conseguenze disastrose per le popolazioni più povere.

Ciononostante, nel corso della RIMPAC dello scorso mercoledì (la più grande esercitazione navale internazionale), la Marina americana ha fatto sfoggio della nuova – e già antica – Grande Flotta Verde, sotto l’attento sguardo dell’inflessibile Mabus , ancora convinto della fattibilità della sua idea.

Ma, verosimilmente, ciò che rimarrà nella storia di questo progetto saranno gli studi sul risparmio di carburante promossi in questi anni, nonché le nuove tecnologie varate, applicabili a tutti i mezzi della forza navale, che dovrebbero comunque portare ad un risparmio energetico nell’ordine del 10%. Ma che soprattutto servono a dimostrare ancora una volta come questo genere di progetti, perfino se fallimentari, forniscano uno stimolo all’innovazione tutt’altro che indifferente ed aprano, nel lungo termine, nuovi percorsi di sviluppo che altrimenti sarebbero rimasti impensabili. 

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