Dopo il Consiglio Europeo di fine giugno, pareva che l’ipotesi di elezioni in autunno si fosse definitivamente allontanata. Negli ultimi giorni, tuttavia, questa ipotesi è tornata ad affacciarsi con sorniona insistenza. I tre partiti della maggioranza fanno a gara a smentirla, dichiarando lealtà al Governo Monti e definendo elezioni a breve termine una prova di irresponsabilità. E tuttavia, tra i principali commentatori politici, che hanno un polso abbastanza diretto degli umori dentro ai  partiti, l’ipotesi trova non poco credito. Il ragionamento alla base non è privo di logica: il Governo dei tecnici, nonostante tutto quello che ha fatto, non è riuscito fino ad ora a calmare la speculazione dei mercati, né a smuovere veramente una risposta europea. Il feroce attacco speculativo contro di noi deriva, certo, in parte dal contagio spagnolo e dalle esitazioni europee, ma molto anche dall’incertezza sul nostro futuro politico, al di là di un governo rispettabile e rispettato ma, comunque, a orizzonte limitato. Chi dall’esterno assiste giorno dopo giorno all’osceno teatrino della demagogia, del  populismo, dell’avventurismo, che occupa la scena da noi, non può certo sentirsi rassicurato. E allora, si ragiona, meglio accorciare il periodo d’incertezza puntando sin da novembre sulla formazione di una maggioranza in grado di sviluppare con autorevolezza un programma di risanamento e di ripresa. Inoltre, PDL e PD ritengono di aver perso e star perdendo consensi a causa dell’appoggio dato a Monti e temono che un’ulteriore emorragia nei prossimi mesi, se non si provvede a tamponarla subito, porti il consenso per i tre maggiori partiti (già scesi ad un complessivo 54%) al di sotto del 50%, rendendo inutile anche una nuova “grande coalizione” e consegnando l’Italia nella mani dei vari Grillo, Vendola, Di Pietro, Maroni. Meglio dunque, si ragiona, tamponare la situazione ora.

Non sono argomenti inediti e neppure fantasiosi: la novità starebbe nel fatto che ad essi non si mostrerebbero insensibili  lo stesso Premier e il Capo dello Stato, preoccupati come sono del bene del Paese e soltanto di questo.  Ad essi si intrecciano calcoli più personali: i leader di PD e PDL, con elezioni a breve termine, vedrebbero per forza di cose quasi automaticamente confermata la propria leadership, senza dover affrontare pericolose “primarie”. Questo insieme di ragioni potrebbe acquistare una valenza molto più cogente e immediata se nel corso del mese di agosto, come molti temono, la crisi delle borse e dello spread dovesse ulteriormente aggravarsi e divenire insostenibile e la risposta europea dovesse tardare o rimanere debole e insufficiente.

E tuttavia, neppure la prospettiva di elezioni autunnali può darsi per scontata, né di per sé risolutiva della crisi italiana (se lo fosse, non si dovrebbe esitare a sostenerla). Sulla sua strada resta il pesante macigno della legge elettorale da rifare e tuttora in discussione tra le quinte dei maggiori partiti. Tutto porterebbe a condurre questi ultimi su un percorso obbligato: una legge che riduca il frazionamento eccessivo delle forze politiche, tagli fuori le estreme, consenta maggioranze solide e restituisca agli elettori il diritto di scelta degli eletti. I modelli proposti dalla pratica delle maggiori democrazie non sono poi tanti: c’è l’uninominale secca, all’inglese e all’americana, l’uninominale a doppio turno, alla francese, e il sistema misto alla tedesca, su cui è forse probabile trovare convergenze. È da ritenere che i tre maggiori partiti condividano interessi comuni che, al tempo stesso, coincidono con quelli del Paese: eppure finora, nonostante gli inviti del Capo dello Stato e dei Presidenti delle Camere, non è venuta alcuna fumata bianca; anzi, il PDL si è lanciato in un progetto di riforma, come quella dell’elezione diretta del Capo dello Stato (di per sé del tutto legittima, s’intende, e non priva di seduzione) sicuramente difficile da far passare in uno scorcio di legislatura e senza maggioranza predefinita alla Camera. Uno dei più autorevoli politologi del Corriere ha scritto di recente – credo giustamente – che occorrerà guardare a quello che accadrà prima delle ferie parlamentari di agosto: se sarà effettivamente presentato un progetto comune di legge elettorale, sarà il segno che i tre partiti contemplano ora la prospettiva di elezioni autunnali.

Una buona ed efficace legge elettorale, tuttavia, se pure necessaria, non è di per sé sufficiente a garantire il futuro. Nessuno può dare oggi la certezza che dalle elezioni uscirà una maggioranza capace di governare efficacemente (le esperienze del passato sono, a questo riguardo, del tutto negative). Inoltre, non solo i mercati ma tutti gli italiani responsabili hanno il diritto di sapere con che tipo di programma governerebbe una nuova maggioranza, che sia di destra o di sinistra: porterà avanti con risolutezza il programma di risanamento finanziario e di crescita economica avviato dai tecnici e che, a nostro avviso, resta il solo percorribile per salvare il Paese? O si lasceranno andare agli inviti di una facile demagogia, propiziando disastrose fughe in avanti nell’irresponsabilità della finanza facile e delle promesse di “tutto a tutti”? Non ci illudiamo, basta leggere i commenti dei lettori dei principali quotidiani per rendersi conto che un pericoloso qualunquismo sta dilagando nell’opinione pubblica, e che rimedi fallaci come il ritorno alla lira, la svalutazione etc. non sono richiesti solo da irresponsabili isolati.

Vi è naturalmente l’ipotesi che le elezioni, se non dessero una chiara maggioranza, portino alla formazione di una nuova “grande coalizione”, con o senza Monti (probabilmente senza). Questa è l’ipotesi a cui lavorerebbero alcuni nel  PDL e che non escluderebbe del tutto  il PD (quanto al’UDC, tutti sanno che vi è da sempre favorevole). Se un accordo del genere potesse essere raggiunto ora dai tre partiti, vi sarebbe dunque una specie di crisi “pilotata”: Monti si staccherebbe la spina da solo e il Capo dello Stato convocherebbe nuove elezioni a breve termine; il Paese saprebbe che, se anche i protagonisti della contesa politica non lo dicono esplicitamente e in anticipo, dietro l’angolo vi è un lungo periodo di rinnovata collaborazione nell’interesse generale. È possibile immaginare uno scenario del genere? Sarebbe la vittoria della politica sull’antipolitica, della responsabilità sull’avventurismo: perciò confesso di dubitarne un po’. E allora forse sarebbe saggio non distruggere quel poco che abbiamo (ricordo sempre una bella poesia di Leonardo Sinisgalli che dice: ”Non spezziamo quello che è intero, diventa zero”) e lasciare Monti portare avanti il suo programma, sperando che le elezioni si tengano in un momento in cui esso cominci a portare frutti che convincano una fetta sufficiente dell’elettorato a respingere le lusinghe dei pifferai di turno.  Ci sono situazioni in cui aprire l’ombrello e lasciar passare il temporale è la scelta più naturale e, probabilmente, la più saggia.

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