La Giustizia italiana continua ad essere una questione di straordinaria amministrazione. Anche dopo il mutamento della compagine governativa, la gestione dell’intero sistema mantiene un carattere spiccatamente emergenziale.

Sebbene la convinzione circa la necessità di mettere mano ad una vera e propria ristrutturazione del settore sia corale, facendosene portavoce istituzioni, partiti politici, associazioni professionali e popolari, il dibattito è annoso, le “ricette” proposte sono molte, gli interventi legislativi, passati e presenti, si sono rivelati pochi, intempestivi, inadeguati e, a volte, anche inopportuni.

Se il disappunto generalizzato non bastasse per rendersi conto della cronicità dell’affair giustizia, è sufficiente leggere i dati resi noti dal Ministero stesso e le relazioni annuali delle Corti superiori. D’altra parte, senza bisogno di perdersi in letture tecnicistiche – e parecchio noiose – le azioni di governo, scevre dalle mistificazioni di rito, mostrano la miopia delle misure adottate e la loro lontananza rispetto a soluzioni definitive.

Sul punto è ampiamente esemplificativo il piano di riorganizzazione – rectius soppressione – dei tribunali e delle procure italiane. Sebbene, infatti, il ministro Severino lo abbia strategicamente presentato come l’attuazione di una riforma strutturale, appare evidente – e non solo agli addetti ai lavori – come tale intervento sia stato primariamente volto a fare fronte alle contingenti esigenze di contrazione della spesa pubblica, piuttosto che ispirato ai tanto invocati criteri di efficienza ed efficacia dell’amministrazione della giustizia.

Per non parlare delle dispute infiammate e mai sopite, dentro e fuori le Camere parlamentari, sul tema delle intercettazioni, della previsione di nuove fattispecie di reato, dell’adozione di misure deflattive del contenzioso civile, dell’uso distorto della custodia cautelare in carcere, della certezza della pena, del sovraffollamento delle carceri. Di fatto, non si può non rilevare come tutte le questioni sul tappeto siano sempre e comunque di estrema attualità, ma mai oggetto di provvedimenti di ampio respiro.

Buona parte delle risorse economiche vengono ancora utilizzate per la captazione di conversazioni, anche in maniera illegale, con sempre maggiore arretramento dei metodi tradizionali di indagine; il Parlamento non riesce a partorire la novella legislativa in materia di corruzione; il numero delle cause civili non arretra e la loro durata non decresce, con consistente immobilizzazione di denaro, beni, attività produttive; le carceri sono ormai perennemente in rivolta e letteralmente esplose di soggetti in attesa di giudizio, mentre i condannati sono a piede libero.

Nonostante i proclami, nessuna svolta epocale, dunque, ma solo misure sorrette da ragioni meramente contingenti e senza seria prospettiva di riforma in un comparto dell’apparato statale nell’ambito del quale dovrebbero trovare attuazione, grazie a uomini e risorse, fondamentali valori costituzionali, quali il principio del giusto processo, della garanzia del diritto di difesa, della certezza del diritto.

Sulle ragioni di tanto sfacelo i commenti si sprecano, ma la strada verso il cambiamento appare davvero lontana. Ciò è reso evidente dalla sconfortante considerazione che non si leva alcuna voce di assunzione di responsabilità che non sia una mera clausola di stile.

Di certo, la problematica è talmente complessa ed articolata che è illusorio pensare che si possano attuare soluzioni miracolose. Probabilmente, una corretta e lungimirante prospettiva di riforma deve ripartire dalla Carta Fondamentale e dai principi in essa codificati, per poi passare a coerenti e concrete misure di attuazione, nella consapevolezza che anche una efficiente amministrazione della giustizia può essere il volano per la ripresa economica della nostra povera, bistrattata, cara Italia.

© Rivoluzione Liberale

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2 COMMENTI

  1. Giustissimo! I mali della Giustizia sono sotto gli occhi di tutti (ma non dimentichiamo neppure l’insostituibile servizio che prestano al Paese quei magistrati che combattono una corruzione che altrimenti ci soffocherebbe del tutto, e l’esempio di Paesi come l’Argentina, dove la magistratura é sottomessa all’esecutivo, lo insegna). Non credo peró che si possa far colpa al governo Monti di non aver affrontato in modo strutturale un problema che ci affligge da sempre e che richiede un vasto e profondo consenso parlamentare. Chi potrá farlo in futuro? Qualcuno che abbia forza politica e legittimitá morale tali da affrontare senza paura le vendette della corporazione, da Di Pietro in giù. Da dove partire? Personalmente ritengo che il punto chiave sia una riforma del Consiglio Superiore che restituisca il controllo della Magistratura a un corpo di persone veramente estranee, sia dalla Magistratura stessa che dal potere politico.

    • Certo, il problema della giustizia è un tema dibattuto già da molti anni. la responsabilità non è solo dell’attuale governo, ma della politica miope di decenni e decenni. Pare, però, che nessuno voglia mettere mano ad una riforma strutturale seria. Il compito, evidentemente, è troppo arduo e complesso o, forse, troppo scomodo. Credo, infine, che si debba affrontare l’affair a 360°: il problema della giustizia non è soltanto il problema della Magistratura. L’amministrazione della giustizia è affidata anche ad altri operatori, tra i quali avvocati e sistema carcerario. Dimenticarlo e addossare tutte le responsabilità alla magistratura è il solito “scaricabarili”. D’altra parte, la “corporazione” esercita il potere che la legge le attribuisce. Tutto parte dall’esercizio del potere democratico che si consuma in Parlamento, spesso senza, competenza, senno e coscienza.

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