L’incrollabile macchina tedesca, roccaforte di investimenti, stella polare della stabilità finanziaria, che fin dall’inizio di questa crisi ha trattato con le altre Nazioni come fosse posta di diritto su un gradino più alto, intoccabile dalle difficoltà economiche, sta iniziando ad incrinarsi.

La stampa internazionale ne parla poco, come fosse un ultimo tabù che nessuno vuole infrangere. Ma la paura sta lentamente crescendo anche nel cuore produttivo dell’Europa.

Ad esempio, i dati riportati da Siemens, il gigante tecnologico, evidenziano un calo degli ordini del 23% nell’ultimo anno, ed un programma di taglio dei costi è già stato annunciato per il prossimo futuro. La ThyssenKrupp, l’azienda più importante d’Europa nel settore siderurgico, che occupa 190’000 persone in 80 Nazioni del mondo, e che nel 2009 portava a casa un utile di 40 miliardi di euro, ha a sua volta annunciato il taglio di almeno 2000 dipendenti a causa del calo della domanda interna europea.

BASF, la più grande compagnia chimica al mondo, ha visto i profitti ridursi del 16% nel secondo quadrimestre del 2012, mentre la Daimler (produttrice di automobili) dell’11%. Molte altre stanno in questi giorni segnalando un costante calo della domanda e pertanto provvedendo a rivedere tutte le proiezioni di crescita per il futuro.

Sebbene buona parte della stampa tedesca non abbia perso tempo a riversare fiumi d’inchiostro per evidenziare la capacità di resilienza dell’industria nazionale di fronte ad un calo della domanda europea che perdura da tempo, i più accorti sono andati oltre questa difesa ad oltranza chiedendosi se il germe della crisi non sia finalmente arrivato alle porte di Berlino.

Mentre il Financial Times Deutschland ricorda ai manager locali l’importanza del mercato asiatico, che potrebbe assorbire la diminuzione di domanda del vecchio continente, quasi quest’ultimo fosse già dato per perso, il quotidiano Die Tageszeitung chiede ai suoi lettori di ‘svegliarsi dal letargo’. E scrive: “E’ una buona notizia che il boom economico tedesco stia mostrando una fine, perché quanto prima la crisi avrà un impatto diretto, tanto prima Berlino sarà costretta ad abbandonare il suo mondo di fantasia; se ogni Nazione agisce per il proprio tornaconto, l’economia si sfalderà, […] perché un Paese che vive di export come la Germania non può essere risparmiato se i suoi partner commerciali collassano”.

Ed il quotidiano Bild rincara la dose: “Non esiste un isola beata nel mare della crisi: se i nostri vicini affondano, ci troveremo ben presto anche noi con l’acqua alla gola, ed allora non potremo contare su nessuno che venga a salvarci.”

Per la gran parte della popolazione questa realtà è ancora troppo dura da gestire, troppo amara e scomoda, come la definisce il Die Spiegel, prova ne sia che l’indice di fiducia dei consumi è tuttora in aumento, ma le previsioni di crescita (al momento pari allo 0,5% ma in calo) ed i pessimi dati annunciati dalle maggiori aziende non ci metteranno ancora molto a scalzare l’orgoglio teutonico. Forse, quando giungerà quel momento, la Germania vedrà sotto una luce diversa il concetto di solidarietà, e allora si avranno finalmente le condizioni adatte per fare fronte unito e compatto in difesa degli interessi europei più che di quelli nazionali, ad essi così profondamente connessi.

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