La Spending Review è stata approvata ed appare come un primo, forse ancora timido, tentativo di ridurre i costi strutturali dell’apparato statale. La revisione della spesa però non dovrebbe essere solamente rappresentata da tagli alla spesa pubblica, ma dovrebbe essere anche, e soprattutto, un indirizzo su come cambiare il modo di spendere dello stato, magari a vantaggio dello sviluppo dell’economia.

Che ci sia una spesa pubblica improduttiva ed una invece produttiva lo si apprende facilmente studiando i bilanci, per esempio, di un ente locale ed è per questo che è fondamentale per chi desidera avventurarsi in politica fare una esperienza da amministratore, magari nel proprio comune. Da consigliere comunale infatti ho potuto, anche se sempre dai banchi dell’opposizione, osservare i meccanismi di bilancio del mio comune per due legislature, 10 anni nei quali è diventato sempre più chiaro che non è solo il quanto si spende che conta, ma assai di più lo è il come.

In generale la parte improduttiva della spesa pubblica è quella corrente, che è anche però quella più difficile da comprimere ed anzi negli enti pubblici, sia locali che nazionali, tende normalmente a crescere di anno in anno insieme con la produzione di leggi e norme e con la complessità crescente della macchina burocratica.

La spesa invece produttiva, ovvero che produce più sviluppo, più ricchezza e più patrimonio per la comunità, è quella per gli investimenti e per le opere pubbliche.

Fin qui tutto facile, in teoria, ma se si entra nel merito di come gli amministratori hanno sfruttato queste possibilità di spesa si capisce come sia difficile invertire una rotta che, in linea generale e non solo nel caso del mio piccolo comune, ha portato la spesa corrente a diventare fonte di clientelismo e acquisizione di consenso politico e quella per investimenti e opere pubbliche spesso come fonte di finanziamento per la politica stessa.

Ecco quindi che occorre che le norme di controllo della spesa impongano allo Stato, e agli enti locali, di ridurre e mantenere ad un livello essenziale la struttura burocratica che non si autoalimenti e non cresca in modo incontrollato come ha fatto nei decenni passati e come tende fisiologicamente a fare. Non si può neppure pensare che siano gli enti stessi a autoregolamentarsi su questo, non ne hanno nè la tendenza né l’interesse, ma deve esserci una imposizione che può venire da una legge prioritaria di spesa, alla base di ogni manovra finanziaria dello stato, o da una norma costituzionale. La spesa corrente infatti non si può ridurre semplicemente tagliando i finanziamenti, senza intervenire strutturalmente sull’apparato pubblico, in questo modo si riducono solo i servizi e si peggiorano di qualità, spesso senza neppure un grande risparmio effettivo, dato che quello che tagli oggi poi te lo ritrovi da pagare doppio domani. Questo è avvenuto con le manovre stataliste e un po’ da socialismo reale di Tremonti degli ultimi anni. La spesa corrente si tiene sotto controllo agendo sulle strutture che la producono, sugli apparati burocratici, sulle infrastrutture pubbliche e sulle attività che queste svolgono, qui è dove si può e si deve agire per ottenere un vero controllo della spesa improduttiva.

Il pubblico, in genere, non dovrebbe mai fare ciò che più efficacemente può essere fatto da privati, un principio che viene spesso chiamato “sussidiarietà” e che è senz’altro un principio liberale nel senso più puro.

In un simile quadro lo Stato (o l’ente pubblico in genere) deve mantenere invece la sua funzione di controllo e di arbitrato che non può svolgere pienamente e con obiettività se è parte in causa come gestore o comproprietario delle attività su cui deve svolgere il controllo.

Quale controllo si può sperare che svolgano, per esempio, i sindaci emiliano romagnoli su Hera, la holding multi servizi regionale, quando sono soci della stessa (per almeno il 52%) e da questa ricevono dividendi a fine anno? Senza parlare poi del fatto che nella Holding, e nella miriade di aziende partecipate e controllate, questi stessi sindaci nominano una moltitudine di ben pagati amministratori, direttori generali, presidenti e sindaci revisori. Il conflitto d’interesse è così evidente da escludere qualunque serio controllo sulla qualità ed economicità dei servizi erogati, tra l’altro, in regime di monopolio.

Meno spesa corrente quindi e più per investimenti, ma anche una spesa per investimenti più “virtuosa”, qualità essenziale perché sia davvero fonte di sviluppo. Gli investimenti devono essere infatti effettivamente utili e necessari alla comunità, eseguiti a regola d’arte e a prezzi di mercato. Anche qui la separazione tra chi controlla e chi esegue gli interventi deve essere cristallino e le regole, ad esempio per gli appalti, devono essere poche, chiare e inappellabili. Nelle pieghe di legislazioni e normative confuse e intricate si nasconde infatti la corruzione, un male che pervade purtroppo la spesa per investimenti nel nostro Paese e che recentemente il presidente della corte dei conti ha quantificato in un aumento non dovuto dei costi delle opere pubbliche del 40% a carico dei contribuenti italiani.

Spending Review quindi che riduca la spesa, ma che semplifichi innanzitutto le leggi e le norme, le renda chiare e inappellabili e che divida nettamente i compiti di chi gestisce da quelli di chi controlla, perché il risparmio e la possibilità di ridurre la tasse passano anche da qui.

© Rivoluzione Liberale

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