La cittadinanza liberale non è esclusivamente un vincolo di diritti e di doveri che intercorre tra l’individuo e lo Stato, ma  uno strumento di relazione e di integrazione politica, sociale e culturale, che mette in pratica l’effettiva libertà e l’eguaglianza sostanziale di tutti gli individui all’interno di una società civile. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (art. 15) sancisce inoltre che “ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza”.

Per il pensiero liberale la società civile precede lo Stato. Le origini di questo pensiero risalgono all’opera di John Locke (1632-1704) che, muovendo da premesse giusnaturalistiche, nel “Secondo trattato sul governo civile” (1690) prefigura uno stato di natura originario dell’uomo come uno stato di perfetta libertà e uguaglianza, governato da una legge di natura la quale “insegna agli uomini […] che, essendo tutti eguali e indipendenti, nessuno può nuocere ad un altro nella vita, nella salute, nella libertà e nei beni”. In questo contesto il “contratto sociale”, al quale gli individui ricorrono per far sì che siano garantite le loro libertà, pone le condizioni per l’edificazione di uno Stato in grado di assicurare la civile convivenza fra gli uomini. Il “contratto” che i cittadini instaurano con lo Stato segna il passaggio dallo stato di natura allo stato civile: “Coloro che son congiunti in un sol corpo e hanno una comune legge vigente e una sola magistratura a cui appellarsi […] sono reciprocamente uniti in una società civile”. Lo Stato sorge infine per volontà degli stessi individui e non può violarne i diritti fondamentali: il diritto alla vita, il diritto alla salute, il diritto alla libertà e il diritto alla proprietà. John Locke getta le basi della moderna cittadinanza che si affermerà poi definitivamente con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nel 1789.

La grande funzione che la cittadinanza assume nello Stato liberale le deriva dalla valorizzazione del principio di eguaglianza formale, l’eguale soggezione alla legge – le leggi proteggono i diritti e le libertà di ciascuno, per contro  esse creano l’obbligo per ciascuno di rispettarle – e da un forte senso della giustizia e della tolleranza, colonne portanti del pensiero liberale storico. Attraverso la cittadinanza, neutralizzata e depurata della sua valenza politica, lo Stato liberale ha quindi l’ambizione di realizzare l’integrazione nazionale delle etnie, il superamento delle appartenenze particolari (di tipo biologico, sociale o culturale) e delle specificità religiose.

Nel  multiculturale mondo contemporaneo, in cui il pluralismo valoriale non è semplicemente congiunturale ma strutturale, il rapporto tra cittadinanza e nazionalità è destinato a mutare perché la nazionalità non corrisponde più ad un focus adeguato di identità. In pratica, The collective identity of modern democratic states should rather be based upon more abstract and universalistic political and legal principles that transcend cultural difference.l’identità collettiva dei moderni Stati liberali e democratici dovrebbe essere basata su principi politici e giuridici più astratti e universalistici che trascendono le differenze culturali, ristrutturando così il This debate brings to the fore differing assessments of the role that citizenship can play in contemporary societies characterized by a high degree of complexity and internal diversity.ruolo svolto dalla cittadinanza in una società caratterizzata da un elevato grado di complessità e di diversità interna e in cui appare sempre più necessario il superamento  dei pregiudizi senza annullare le differenze o dissipare le tradizioni.

Isaiah Berlin (1909-1997) sostiene che, nonostante il pluralismo di valori, nella società contemporanea tali valori fanno certamente riferimento tutti all’uomo, e quindi è possibile costruire un ‘equilibrio sociale’ che non comporti prese di posizione e che abbia come fine il riunire le diverse visioni del mondo. I ‘diritti di cittadinanza’, ad esempio, o si difendono coralmente in tutti gli Stati o rischiano di essere corrosi dai processi economici e dalla crisi globale. Ciò significa battersi per le questioni riguardanti la libertà e la rappresentanza in campo economico, la violazione dei diritti quali la qualità della vita, la difesa del diritto alla salute, la conservazione dell’ambiente, la libertà religiosa e di pensiero.

In ambito europeo, ad esempio, se la cittadinanza viene interpretata come un vincolo di diritti e di doveri che intercorre tra Stato e individuo, non appare possibile pensare all’Unione europea come ad uno Stato in termini tradizionali o ad una cittadinanza di tipo convenzionale. È quindi necessario prevedere nuove forme di appartenenza per il cittadino europeo che, attraverso il superamento di tutte le divisioni nazionalistiche, mirino a fronteggiare i nuovi processi economici e politici conferendo ad essi innovativi significati di integrazione e di coesione sociale.  In pratica sono necessarie nuove modalità di intendere e di comporre l’identità europea con l’identità nazionale, non accontentandosi di un’Europa integrata solo a livello di mercato ma costruendo un’Unione che sia in grado di sviluppare un agire etico europeo.

In questo contesto viene recuperato il rapporto tra le ragioni dell’economia di mercato e l’intervento dello Stato, regolatore o controllore, non certo prevaricatore dell’iniziativa individuale o instauratore di un pensiero unico. Lo Stato democratico e liberale è invece caratterizzato dall’ambizione di costruire una forma qualitativamente migliore di democrazia che, ancorata al valore pratico della libertà, sia capace di realizzare nei diritti di cittadinanza gli ideali di giustizia sociale, stabilità e crescita economica.

Riflettere sul carattere liberale della cittadinanza vuol dire anche riconoscere il ruolo dello Stato che si rivela funzionale al mantenimento dell’ordine e alla costruzione di reali livelli di sicurezza. Occorre però non limitarsi a disegnare dei confini, accogliendo una visione pluralistica dei valori e, soprattutto, condividendo l’ideale pratico della giustizia, fondato sulle uguali opportunità. Come afferma John Rawls (1921-2002), in una società giusta vigono eguali libertà di cittadinanza e i “diritti garantiti dalla giustizia non possono essere oggetto né della contrattazione politica né del calcolo degli interessi sociali”. La cittadinanza liberale è, in definitiva, una cittadinanza in movimento, in azione, che mira a rinnovarsi costantemente, plasmando la contemporaneità, senza però dimenticare le sue fondamenta strutturali: la libertà, l’eguaglianza, la sicurezza, la solidarietà, la giustizia e l’equità sociale.

In questa prospettiva assume una particolare importanza la sicurezza, che Thomas Humphrey Marshall (1893-1981) considera una componente naturale della dotazione di garanzie dell’individuo, intesa principalmente nel senso di protezione sociale – reale veicolo dell’inclusione sociale – e diritto a pieno titolo a fianco delle consolidate garanzie di tipo civile e politico, il cui “obiettivo è rimuovere le disuguaglianze che non possono essere considerate legittime” (Marshall, 1976): principi contenuti nel moderno concetto di cittadinanza in larga parte ancora disattesi. La suddetta sicurezza si sostanzia nei diritti tipici del Welfare State, ovvero  nei sussidi contro la disoccupazione e nella protezione pensionistica e sindacale, nella creazione di un servizio sanitario e di un sistema di istruzione, che sono pubblici, tendenzialmente gratuiti e garantiti a ciascun cittadino. Si concretizza così una cittadinanza che, ormai sicura della sua dimensione politica, mira ora a perfezionare la partecipazione e il sostegno materiale dell’individuo alla vita attiva.

Alle garanzie dell’autonomia, come espressione della libertà individuale, si sommano così quelle del benessere personale, come tensione verso l’uguaglianza, secondo una visione decisamente moderna dell’idea di cittadino ispirata agli ideali di giustizia e di equità sociale. Una società equa e giusta corrisponde, come sostiene Rawls, ad uno schema di cooperazione stabile nel tempo, plasmato da un principio base di reciprocità di cittadinanza.

In quest’ottica, in una società civile sempre più ampia e multiforme si acuisce la domanda di differenziazione piuttosto che quella di assimilazione o omologazione. Come affermano Kymlicka e Norman (1995) la cittadinanza non viene più concepita come strumento equalizzatore ma come ‘conferimento di identità’. L’inserimento de diritti culturali nel novero delle garanzie della cittadinanza  sembra ad esempio rispondere alle innumerevoli sollecitazioni che derivano da una società sempre più differenziata. La salvaguardia delle radici culturali diventa così la precondizione fondamentale per l’inclusione sociale di gruppi etnici e culturali minoritari e la tutela delle minoranze culturali (o di altro genere) rappresenta una questione fondamentale – insieme alla questione della ‘coesione sociale’ – in quanto luoghi di realizzazione dell’autonomia individuale, e quindi di una reale pratica della cittadinanza. In fondo, come sottolinea Bertrard Russell (1872-1970), “la maggiore condizione di progresso è la diversità tra gli esseri umani”.

In questo scenario dal carattere essenzialmente ‘evolutivo’, le istituzioni, e quindi anche la cittadinanza, nascono da un’esigenza ‘sentita’ come primaria e perdono gran parte della loro artificiosità per tramutarsi in un reale prolungamento dell’azione umana. Come sottolinea David Hume (1711-1776) nei “Saggi morali e politici” (1742), la costruzione della società e delle sue istituzioni è il risultato di un processo graduale, particolarmente attento alle dinamiche di matrice storico-culturale, che comporta continue correzioni e il cui fine è un perenne e progressivo miglioramento. Questo passaggio fondamentale del pensiero di Hume permette di comprendere come le valutazioni politiche riguardanti la cittadinanza debbano essere inquadrate all’interno di una dottrina morale che risiede nell’uomo. In fondo “senza una morale civica le comunità periscono” ma “senza una morale personale la loro sopravvivenza non ha alcun valore”, ammonisce Bertrard Russell.

 Sulla base delle premesse comunemente accettate, si potrà così trovare l’ispirazione per fissare i principi costituenti il ‘contratto sociale’, ovvero forme più eque di cittadinanza, che, per dirla con Rawls, si ergono su due principi di giustizia essenziali: “Il primo richiede l’uguaglianza nell’assegnazione dei diritti e dei doveri fondamentali, il secondo sostiene che le ineguaglianze economiche e sociali, come quelle di ricchezza e di potere, sono giuste soltanto se producono benefici compensativi per ciascuno, ed in particolare per i membri meno avvantaggiati della società”.

La cittadinanza, quindi, è oggi un luogo di solidarietà, di educazione e di formazione. L’educazione, sottolinea Russell, “ha due scopi, da una parte forma lo spirito, dall’altra prepara il cittadino”, il ‘buon’ cittadino, sociale, cooperativo e rispettoso delle leggi. Lo status di cittadino, inoltre, non è più esclusivamente lo status di appartenenza allo Stato (anche se questo rimane il significato fondamentale ed estremamente radicato) ma si riferisce al riconoscimento ‘liberale’ ed universale dei diritti fondamentali: l’educazione, aggiunge Russell, dovrebbe “inculcare l’idea che l’umanità è un’unica famiglia con interessi comuni”.

Tutto ciò conduce all’edificazione di un progresso etico e morale in grado di realizzare una società civile più umana e più aperta, in cui si afferma la cittadinanza liberale vissuta come corresponsabilità: “Sino ad un determinato punto siamo tutti corresponsabili del governo – afferma Karl Popper (1902-1994)– sebbene noi non governiamo. Ma la corresponsabilità esige libertà […] libertà di parola; libertà di accesso alle informazioni e libertà di poter dare informazioni; libertà di stampa e molte altre ancora”.

Esclusi i diritti direttamente connessi alla partecipazione politica in senso stretto, i diritti fondamentali sono in genere garantiti (dalle Costituzioni nazionali, dalla Dichiarazione internazionale di diritti dell’uomo e da numerose Convenzioni internazionali) a tutti gli esseri umani, siano essi cittadini o stranieri in senso giuridico. Questi diritti fondamentali, in particolar modo i ‘diritti sociali’, vengono molto spesso definiti ‘diritti di cittadinanza’, locuzione che ha una sua giustificazione storica: una delle grandi conquiste politiche del Novecento è stata infatti l’affermazione del principio secondo cui la cittadinanza non è soltanto la passiva soggezione allo Stato, ma un insieme di attive posizioni sociali e civili (prima ancora che politiche), che fanno dell’individuo un fine e non un mezzo dell’intero ordine statuale (l’allargamento del suffragio universale alle donne è un esempio).

Con l’espressione ‘diritti di cittadinanza’ vengono quindi indicate tutte quelle nuove condizioni giuridiche che hanno trasformato il rapporto tra l’individuo e l’autorità, tra cui l’insieme di diritti e di prestazioni sociali (il moderno Welfare), ossia una ‘cittadinanza sostanziale’ fondata sulla protezione, la sicurezza e la libertà dell’individuo, che in un’ottica propriamente liberale distingue il ‘cittadino’ dal ‘suddito’ e trascende, nel contempo, l’idea della cittadinanza come “appartenenza nazionale”, per identificarsi piuttosto con l’idea universale di “dignità dell’uomo”. 

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