Su Il Foglio di sabato scorso Roger Scruton, importantissimo filosofo inglese – è lui l’autore della “bibbia tacheriana” The Meaning of Conservatorism – boccia sonoramente, nel pieno della crisi dell’euro, le istituzione europee considerandole degne della peggior burocrazia sovietica. Secondo Scruton l’Unione sta percorrendo la strada già battuta da Lenin, il quale “abolendo ogni istituzione ha distrutto i mezzi con cui correggere gli errori. Il suo partito Stato, governato con piani imposti dall’alto, era una macchina senza programma che non appena è stata messa in movimento è finita fuori controllo”. Secondo Scruton l’errore delle élite europee, dunque, è di chiedere un Europa più centralizzata, un percorso che porterà al collasso.

Ora, lungi da voler criticare o considerare erronee certe affermazioni, si può da esse prendere spunto per compiere qualche riflessione agostana sull’Europa, senza addentrarsi nei tecnicismi degli ultimi vertici europei. È vero che la burocrazia di Bruxelles a volte può sembrare oppressiva, ma la cessione di potere verso Bruxelles non può essere considerato un errore, ma l’unica strada da percorrere se si vuole uscire dalla crisi. Per di più su questo punto l’accordo tra i paesi europei è quasi unanime. La realtà è che a settembre non ci sarà alternativa all’unione bancaria e fiscale e questi passi si possono realizzare soltanto cedendo sovranità e centralizzando, se si rinuncia a ciò si rinuncia al progetto europeo nel suo insieme.

Poi nella sua critica al sistema europeo Scruton continua affermando che il sistema collasserà perché i politici europei chiedono sacrifici e si aspettano che i propri elettori li facciano, ma non si sono accorti che non si può pretendere ciò se non esiste un certo senso di appartenenza. Dunque si ripropone la questione della sovranità come tema centrale del dibattito sulle istituzioni europee. Su questo stesso tema, ma con un diverso punto di vista si propone Hurgen Habermas nel suo saggio: “Questa Europa è in crisi”: il filoso tedesco, in tema di legittimazione, suggerisce una cittadinanza divisa tra cittadini e Stati e la pone su due livelli, uno istituzionale e uno a livello di cittadinanza.

Sul primo punto Habermas sottolinea come la “cittadinanza divisa” si noti dal punto di vista istituzionale perché il Parlamento europeo è incluso, sebbene in misura limitata, nella procedura di cambiamento dei Trattati e affianca il Consiglio europeo; dunque è organo paritetico. Il secondo punto di vista è quello della cittadinanza. Se si guarda il tutto da un punto visuale “teorico-democratico” il nuovo elemento della divisione del soggetto costituente tra cittadini e Stati risulta essere molto importante, soprattutto perché si traduce in una sorta di doppia cittadinanza. I cittadini infatti partecipano in modo duplice al processo democratico dell’Unione, sia nel loro ruolo di futuri cittadini dell’Unione, sia come appartenenti ad uno dei rispettivi Stati e per questo motivo, conclude Habermas, l’Unione europea conserva come tutti gli ordinamenti un carattere individualistico che si basa sui diritti soggettivi dei cittadini.

Euroscettici contro europeisti, chi crede che i costi dell’Unione superino i benefici e chi invece è convinto del contrario. In ogni modo, crisi o non crisi, il dibattito sul futuro dell’Unione non è mai stato così importante e dobbiamo sperare che continui ad essere florido e con posizioni contrastanti, al fine di creare o poter contribuire a creare soluzione intermedie che partecipino ad una collettiva risoluzione della crisi. 

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