Parlare di autunno difficile non mi pare colga la vera portata dei problemi strategici che l’Italia, l’Europa ed il mondo hanno di fronte. Problemi che hanno radici profonde e la cui soluzione non è, se non in parte, in mani italiane ed europee.

Gli accordi di BrettonWood, alla fine della seconda guerra mondiale, sono stati la cornice di regole economiche e monetarie che hanno sostanzialmente governato il mercato globale fino agli anni ’80. Gli Stati Uniti ne erano il garante/beneficiario e il resto del mondo li ha condivisi, accettati o subiti. Ma non vi erano scenari alternativi possibili e/o credibili.

Il sistema ha funzionato grazie ad una relativa moderazione dovuta anche al timore che il “mondo comunista” rappresentava, la finanza non soverchiava l’economia reale, la normativa bancaria USA era ancora quella riconducibile al Glass-Stegall Act del 1933 che, dopo la grande depressione, aveva separato il ruolo delle banche commerciali da quello delle banche d’affari. Gli USA e l’Europa hanno, negli anni di crescita del dopoguerra, sviluppato strategie diverse in materia di politiche sociali e industriali. Diversità, se vogliamo, non solo basate su fattori storici e culturali ma anche dipendenti dal differente ruolo assegnato e giocato sui grandi scenari geopolitici.

Al di là dei rilevanti casi di malpractices, l’Europa ha sviluppato un forte modello di welfare basato sull’indebitamento pubblico. Tale scelta ha contribuito al benessere dei ceti bassi e medio-bassi ma ha contribuito anche, consapevolmente, a generare, specie in Italia, un crescente debito pubblico e costanti deficit annuali in parte dovuti agli interessi gravanti sul debito. Ma finché c’era crescita, poche le perplessità.

Negli Usa il welfare è, al contrario, consistito nell’agevolare l’indebitamento privato della c.d. “middle class”per un consumo di massa capace di trasmettere un senso di sazietà ed ottimismo alla società nel suo insieme in armonia col “sogno americano”. Ciò peraltro non ha impedito il formarsi di un colossale debito pubblico federale dovuto al necessario (non sempre) ruolo di gendarme internazionale che l’America ricopriva e, sia pure in misura diversa, ha continuato a ricoprire nel tempo e fino ai giorni nostri.

Ma col finire degli anni ’80 gli scenari sono radicalmente cambiati. La caduta del comunismo e la rivoluzione informatica-tecnologica hanno prodotto conseguenze divenute col tempo inevitabili quanto esplosive. La nuova legislazione bancaria americana del 1999 (Gramm-Leach-Biley Act) firmata dal democratico Clinton (le distinzioni orizzontali destra/sinistra hanno davvero poco senso) costituisce l’esempio più illuminante di quanto stava accadendo di nuovo nel mondo.

Globalizzazione economica alla irresistibile velocità dell’informatica, assenza di alternative (credibili o meno che fossero) all’economia di mercato, nuove tecnologie capaci di generare ricchezza senza creare posti di lavoro, libera circolazione dei capitali e finanziarizzazione dell’economia sostanzialmente deregolata, nuovo ruolo della Cina (e degli altri paesi c.d. BRIC, il cui successo è fatto di un mix di grandi risorse naturali, enorme forza lavoro a basso costo e governance politica, in mano ad elite fondamentalmente capaci e spesso spietate, diversificata nei suoi modelli ma, comunque e sempre, ben lontana dal nostro bellissimo ma faticoso modello di democrazia) hanno innescato fenomeni che neppure il Governo USA, che li ha avviati, sembra più in grado di potere o volere gestire in termini accettabili.

Quanto all’Europa, non dimentichiamo che il Trattato di Maastricht, premessa e preparazione all’unione monetaria è del 1992. E’ lì che si rinvengono i parametri Debito/Pil e Deficit/Pil che tanto ci tormentano negli ultimi anni. E’ da allora che si doveva partire coi processi di aggiustamento delle economie reali che 10 anni dopo si sarebbero dotate di una moneta unica.

E’ da allora che occorreva accompagnare il processo economico-monetario a quello dei cambiamenti inevitabili che ne sarebbero derivati in termini di delimitazione delle sovranità nazionali, di governance democratica delle istituzioni europee, di nuovo ruolo dell’Europa, in un mondo non più bipolare, quale specchio e conseguenza del nuovo ruolo USA in termini politici ed economici. Questa è la nuova politica di cui era necessario dotarsi a partire dalla fine degli anni ’80. Non ce ne siamo accorti – o abbiamo preferito non pensarci – ed abbiamo allungatola catena. Lafinanza ne è stata uno dei principali strumenti. Ha mascherato una sindrome curabile trasformandola in malattia acuta. E la cura oggi non può che essere molto radicale, sia che la si veda da destra, sia che la si veda da sinistra.

In queste premesse asistematiche e di carattere generale viene anche naturale una banale constatazione sul tormentato tema Debito-Deficit. L’Italia ha un debito del 120% sul Pil ed un deficitdel 3,6%. La Grecia è rispettivamente al 144% ed al 9%, la Spagna al 61% ed al 9,3.La virtuosa Germaniaall’83,2 e sotto il 3% (ma i dati sono assai incerti). Ma, quanto al debito, gli USA sono al 140% circa, se si considera la somma del debito federale e di quelli statali, Singapore al 102,40 mentre la Zambia è al 31,50% ed il Bangladesh al 35,20%. E, quanto al deficit, gli USA sono al 10% e l’Inghilterra al 9%

Vi è una logica in tutto questo? Certo occorre considerare altri fattori per valutare l’economia di un paese, ad esempio la bilancia commerciale, la produttività qualitativa e quantitativa, la competitività sistemica. Certo occorre considerare il ruolo militare, l’influenza geopolitica ed il peso e manovrabilità delle monete sovrane.

Ma tutto considerato, resta difficilmente comprensibile, sul piano strettamente tecnico, il perché alcuni paesi europei debbano essere considerati in situazione prefallimentare ed altri, europei e non, abbiano diritto di lamentarsene indicandoli quale causa prima dei loro mali.

E questa è politica, al livello più alto, dove si fonde con l’economia e, negli ultimi venti anni almeno, con la finanza che se ne è impadronita in buona parte.

Ed è a quel livello alto della politica che occorre i popoli europei, e l’occidente in generale, tornino a pensare. Non credo affatto ad una congiura dei “grandi gnomi”, né penso che le istituzioni nazionali e sovranazionali debbano tornare a sistemi fortemente pubblicistici. Non credo alla Spectre e neppure a vincoli stringenti sulla vita dei privati da parte degli Stati o delle loro Confederazioni. Sarebbe assai riduttivo, ed anche più facilmente risolvibile.

Penso anzi che fenomeni quali quelli cui assistiamo in ambito finanziario, da anni e quotidianamente, siano espressione di un sistema che ha fatto previsioni sbagliate e penso che le istituzioni politiche nazionali e transnazionali debbano intervenire in termini chiari, essenziali e globali per governare l’equilibrio del sistema mondiale ormai interconnesso al fine di evitarne un tracollo del quale tutti e nessuno sembrano sentirsi responsabili proprio per la assoluta generalità e presunta ineluttabilità del fenomeno.

Riportare la finanza al servizio dell’economia renderebbe utili ed accettabili i sacrifici finalizzati a ristabilire rapporti corretti fra debiti-deficit e Pil in Europa e non solo. Tali sacrifici temo che in questo contesto servano solo a prendere un po’ di tempo senza incidere sulla sostanza delle cose.

L’Europa è una strada obbligata ma dire quale Europa vogliamo è cosa diversa e più complessa. Soprattutto se si parla di una Europa dell’Euro che è passaggio storico assai più impegnativo di un mero aggregato economico.

Continuare a discutere di perdita della sovranità nazionale dopo aver firmato e ratificato i Trattati MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) del febbraio 2012, e TSCG (Trattato sulla Stabilità, sul Coordinamento e sulla Governance, c.d. Fiscal compact) del marzo 2012, è cosa puerile. Non lo è affatto domandarsi come e in che tempi ciò porterà alla Federazione dei paesi Euro, quali saranno le istituzioni politiche, amministrative, bancarie e giudiziarie che li governeranno, quale il ruolo dei parlamenti nazionali a supporto di quello europeo così come, d’altronde, è dato intravedere già negli attuali Trattati di Lisbona (TUE e TFUE) e nei recenti Trattati MES e TSCG che all’art.13 attribuisce ai parlamenti nazionali una funzione, sia pure consultiva, a supporto del parlamento europeo per la discussione delle politiche di bilancio armonizzate a livello di Unione.

Questa è politica: interrogarsi sul ruolo dell’Italia in seno alla Federazione dell’Euro, sulla base di una forte e durevole capacità economica e di proposta politica ed interrogarsi sul ruolo dell’Europa in un mondo in cui solo dagli USA , su forte pressione europea, può ripartire una politica di “ordine pubblico economico-finanziario globale”. Auguri Mr. Monti e, ancor più, auguri Mr. Obama. In questi mesi, ed entro novembre, si gioca una partita che segnerà la vita di generazioni di uomini. La soluzione dei Tea party non è auspicabile, quella “democratico-liberale”è altra cosa.

© Rivoluzione Liberale

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