Una società liberale in cui prospera il bene comune è una società equa e giusta. In essa gli individui, esseri razionali liberi ed eguali, agiscono a partire da determinati principi di giustizia che, come afferma John Rawls, “significa agire a partire da imperativi categorici, nel senso che essi si applicano al nostro caso indipendentemente dai nostri scopi particolari”. L’imperativo morale kantiano è categorico proprio perché prescinde da scopi o desideri personalistici e particolaristici. In quest’ottica il bene comune è un imperativo categorico.

La politica liberale – votata alla promozione della libertà dell’uomo e alla concretizzazione del benessere comunitario – mira, nello specifico, a potenziare l’accesso effettivo ai diritti di cittadinanza, la tutela delle diverse identità culturali, un’ampia diffusione delle conoscenze e dei saperi, una giustizia efficace. L’idea di bene comune è inoltre subordinata ad un principio morale generale: in una ‘società equa’ il principale obiettivo dell’etica pubblica consiste nell’attualizzazione di ‘un ordine giusto’ in tema sia di riconoscimento, manifestazione e soddisfazione dei bisogni sia di riconoscimento ed apprezzamento dei meriti.

In questa ottica, occorre sottolineare che la sfera pubblica non è l’unica responsabile della costruzione del bene comune, bensì tutti i cittadini, e quindi l’intera società civile, è chiamata allo sforzo corale di realizzare il bene comune, un bene che nella società contemporanea assume sempre più le caratteristiche di un ‘bene relazionale’, metaforicamente paragonabile al prodotto di una moltiplicazione i cui fattori rappresentano i beni dei singoli individui (o dei gruppi) della società civile; qualora uno dei fattori è zero il prodotto diventa nullo.

Il fulcro di una società liberale è l’interesse per il bene comune inteso come esercizio della libertà e della giustizia da parte di cittadini ‘virtuosi’. La “virtù”, sostiene Montesquieu (1689-1755) nella sua celebre opera Lo spirito delle leggi, corrisponde all’espressione del cittadino cosciente e libero che mette da parte il suo interesse particolare per il bene della comunità.

La concezione di giustizia ‘rawlsiana’ si fonda, a sua volta, sull’idea che tutti i beni sociali principali devono essere distribuiti in modo eguale, e ‘una distribuzione equa’ può esserci solo se favorisce i più svantaggiati. Una società in cui prospera il bene comune si fonda sull’uguaglianza dei punti di partenza, e quindi delle opportunità; le disuguaglianze di reddito legate alle capacità d’iniziativa e alla bravura di ogni singolo individuo, e quindi al merito, si possono ritenere giuste, ma non sono ugualmente giuste le disuguaglianze immeritate legate a condizioni irreversibili, sia sociali sia naturali. Rawls ritiene quindi che una ‘giustizia distributiva equa’ deve tener ampiamente conto delle disuguaglianze immeritate creando, in questo modo, un sistema dove i meno avvantaggiati possono comunque disporre di alcuni beni principali fondamentali quali la salute, la libertà, il reddito. Rawls si rende conto che gli individui di una società hanno obiettivi e fini diversi; ma proprio per questo ritiene necessario che gli uomini raggiungano un comune accordo sui criteri della ‘equa distribuzione dei beni essenziali’. In sostanza, è necessario stabilire in via preliminare una “pubblica concezione di giustizia”, che formi “lo statuto fondamentale di un’associazione umana bene-ordinata”.

A differenza dei beni privati che instaurano dinamiche di competizione con l’Altro, il bene comune, in quanto bene relazionale, richiede alti livelli di cooperazione e di solidarietà. In pratica, il bene comune dovrebbe rispecchiare un adeguato spirito di collaborazione e di “fiducia sociale”, capacità ampiamente diffuse in società civili avanzate. “L’abitudine ad avere una fiducia di tipo sociale e a collaborare reciprocamente  -afferma Novak – costituisce una parte importante nell’ecologia della libertà. […] Di fatto queste attitudini rappresentano una grande conquista culturale, nata dal rispetto reciproco e da una lunga verifica della forza intrinseca del lavoro di squadra”.

Dopo aver chiarito le posizioni di fondo sulla giustizia (e sul primato della libertà individuale) il pensiero liberale pone l’accento sulla necessità di fondare su basi razionali alcuni essenziali criteri di giustizia che possano valere per tutti gli uomini, kantianamente intesi come esseri razionali interessati a cooperare tra loro, ciò che per Rawls corrisponde alla ‘posizione originaria’ e quindi alla condizione “velo di ignoranza”: i singoli individui scelgono i princìpi di giustizia in una condizione di assoluta eguaglianza, la cosiddetta ‘posizione originaria’. I soggetti della scelta sono inoltre dotati di uguale libertà, sono individui razionali e, soprattutto, sono reciprocamente disinteressati. Gli individui, in pratica, sono coperti da un “velo di ignoranza” in quanto non conoscono la loro specifica condizione sociale. Infatti, nota Rawls, coloro che fossero a conoscenza di essere ricchi potrebbero considerare ingiuste eventuali imposte a scopo assistenziale, mentre coloro che fossero a conoscenza del loro stato di povertà sarebbero molto probabilmente a favore di quelle stesse imposte. Il “velo di ignoranza” rappresenta una apposita “finzione teorica” che ha il compito di escludere la conoscenza di quei fattori contingenti che porrebbero gli uomini in conflitto tra loro, rendendo impossibile qualsiasi accordo sui princìpi di giustizia e quindi qualsiasi tipo di realizzazione del bene comune. Tutti hanno gli stessi diritti nella procedura di scelta dei suddetti princìpi e ogni individuo può avanzare proposte razionali da sottoporre al giudizio e all’accordo altrui contribuendo, in questo modo, alla costruzione effettiva del bene comune.

In una prospettiva liberale il bene comune corrisponde quindi alla realizzazione di uno Stato ‘equo’ e ‘giusto’. “La giustizia è la prima virtù delle istituzioni sociali”, afferma John Rawls: “leggi e istituzioni, non importa quanto efficienti e congegnate, devono essere riformate o abolite se sono ingiuste”. Il referente principale del governo civile – soprattutto nella sua attività legislativa  – sarà l’individuo, secondo l’intreccio di bisogni e desideri che lo costituiscono. L’accordo sui principi di giustizia deve però essere non solo il frutto di una scelta razionale, da parte di ipotetici cittadini, ma anche di una scelta morale individuale e collettiva:la giustizia. Lasituazione di scelta deve inoltre essere specificata in modo da garantire l’equità delle condizioni che, a loro volta, garantiranno l’equità della scelta stessa. I princìpi di giustizia che scaturiranno dalla scelta  saranno il risultato di un accordo equo, proprio perché conseguito in una condizione di equità iniziale (“velo di ignoranza”). In questa prospettiva la teoria rawlsiana può legittimamente definirsi una “teoria della giustizia come equità” e rappresenta una delucidante configurazione liberale del bene comune.

La giustizia come equità corrisponde alla massima espressione del bene comune in una società liberale in cui, in condizione di eguaglianza iniziale, gli individui razionali selezionano i principi di giustizia senza che nessuno sia manifestamente avvantaggiato o svantaggiato da contingenze sociali o naturali. Rawls attribuisce a Kant l’ispirazione della sua teoria. Come l’etica kantiana è sostanzialmente fondata sulla scelta autonoma di persone razionali, libere ed eguali, così quella di Rawls, grazie al “velo di ignoranza”, fa discendere la scelta dei principi di giustizia dall’accordo di persone libere e indipendenti, in quanto non determinate da motivi egoistici e contingenti. Si tratta di un’etica dell’autonomia, che esclude ogni eteronomia morale, come spiega chiaramente Rawls: “Credo che Kant abbia sostenuto che una persona agisce autonomamente quando i princìpi della sua azione sono scelti da lui come l’espressione più adeguata possibile della sua natura di essere razionale libero ed eguale. I princìpi in base ai quali agisce non vanno adottati a causa della sua posizione sociale o delle sue doti naturali, o in funzione del particolare tipo di società in cui vive, o di ciò che gli capita di volere. Agire in base a questi princìpi significherebbe agire in modo eteronomo. Il velo di ignoranza priva le persone nella posizione originaria delle conoscenze che le metterebbero in grado di scegliere princìpi eteronomi. Le parti giungono insieme alla loro scelta, in quanto persone razionali libere ed eguali, conoscendo solo quelle circostanze che fanno sorgere il bisogno di princìpi di giustizia”.

Il dispositivo del “velo di ignoranza” trasforma individui mediamente egoisti in persone morali nel senso kantiano, mosse cioè non da interessi privati, ma solo da considerazioni universali, e quindi predisposte alla realizzazione concreta del bene comune. Nessuno sa quale sarà il suo piano di vita, ma quale che esso sia richiederà comunque determinate risorse fondamentali (beni principali) quali la salute, la libertà, un reddito adeguato, certe competenze e una sufficiente dose di autostima. A ciascuno dei soggetti della scelta dei principi di giustizia apparirà razionale (e quindi naturale) massimizzare i beni principali e, dato che ognuno non conosce la posizione sociale che ricoprirà, è razionale optare, come criterio di distribuzione dei beni, per il ‘principio di maximin’ – abbreviazione di maximum minimorum – in base al quale bisogna migliorare il più possibile la situazione delle posizioni più svantaggiate: “le ineguaglianze sono ammesse quando massimizzano, o almeno contribuiscono generalmente a migliorare, le aspettative di lungo periodo del gruppo meno fortunato della società”.

Referenti fondamentali del bene comune in una società liberale sono le comunità all’interno delle quali l’individuo si esprime e si forma, al di là delle mere pretese individuali. “Che cos’è il liberalismo?”, si domanda Röpke. “Esso è umanistico […] esso parte dalla premessa che la natura dell’uomo è capace di bene e che si compie soltanto nella comunità, che la sua destinazione tende al di sopra della sua esistenza materiale e che siamo debitori di rispetto ad ogni singolo, in quanto uomo nella sua unicità, che ci vieta di abbassarlo a semplice mezzo”.

In quest’ottica la società liberale non corrisponde alla mera somma di individui solitari ma è il prodotto delle loro relazioni; l’associazionismo, in particolare,  rappresenta un terreno fertile per la crescita del bene comune dato che prende forma all’interno di realtà collaborative che, come sottolinea Hayek, nascono “non soltanto per gli scopi particolari di coloro che condividono un interesse comune ma anche per fini pubblici nel vero senso della parola”. Dello stesso avviso è Karl Popper, il quale sostiene che “una delle caratteristiche della società aperta è di tenere in gran conto, oltre alla forma democratica di governo, la libertà di associazione e di proteggere e anche di incoraggiare la formazione di sotto-società libere, ciascuna delle quali possa sostenere differenti opinioni e credenze”.

In una società liberale lo Stato non è l’unico creatore del bene comune; al contrario, esso fornisce soltanto il quadro di riferimento essenziale per una crescita spontanea della libera iniziativa individuale, non solo in campo economico bensì in ogni campo dell’esistenza. Lo Stato liberale non si prende cura di tutti i bisogni che, come afferma Hayek, “possono essere soddisfatti solo dallo sforzo concentrato di molti”. “L’attuale tendenza dei governi a portare tutti gli interessi comuni di vasti gruppi sotto il proprio controllo tende a distruggere il vero spirito pubblico. Come risultato, un numero sempre crescente di uomini e di donne si sta allontanando dalla vita pubblica, a cui in passato avrebbe dedicato molte energie”.

“Com’è possibile – si chiede infine Rawls – che esista e duri nel tempo una società stabile e giusta di cittadini liberi e eguali profondamente divisi da dottrine religiose, filosofiche e morali incompatibili, benché ragionevoli?”. Il liberalismo politico si rivelerebbe la risposta più funzionale all’esigenza odierna di una società ‘plurale’ bene ordinata, in cui l’attribuzione ad un individuo di un sistema pienamente adeguato di uguali diritti e libertà fondamentali deve essere compatibile con la sua attribuzione a tutti.

Coerentemente con questa caratterizzazione della costruzione sociale e civile del bene comune tutti hanno uguale diritto alla più estesa libertà compatibile con quella altrui. Questo principio di giustizia è prioritario in quanto dalla libertà dipendono la possibilità di scegliere il proprio piano di vita e il rispetto di sé. “Tutto ciò che contribuisce alla felicità della società si raccomanda direttamente alla nostra approvazione e alla nostra buona volontà”, sottolinea Hume, e “la nostra approvazione spesso si estende oltre l’ambito del nostro interesse”.

Come l’uomo di Hume, l’homo liberalis si forma attraverso il sentimento di umanità e, in questo modo, forgia dentro di sé l’idea pratica di bene comune: “Abbiamo forse qualche difficoltà a comprendere la forza del sentimento di benevolenza e del sentimento di umanità? O a concepire che la semplice vista della felicità, della gioia, del benessere reca piacere, mentre quella del dolore, della sofferenza e dell’affanno genera inquietudine?” (Hume, Trattato sulla natura umana). La predisposizione alla costruzione del bene comune è quindi una componente essenziale della natura umana e razionale.

Oggi, più che in altri tempi è necessario individuare nuovi modelli di sviluppo del bene comune e nuovi modelli di benessere attenti ai principi di equità, giustizia e solidarietà liberale; la tutela dell’interesse generale non può prescindere da tali principi che sono i pilastri di una società più civile e più umana. Tutto ciò significa concretizzare il bene comune rendendo praticabili dei beni comuni fondamentali: salute, istruzione, lavoro, realizzazione individuale, reddito sostenibile, uguaglianza delle opportunità. In pratica, significa rendere concreta la libertà, il bene relazionale per eccellenza – la libertà si vive e si sperimenta solo nella relazione con l’Altro – che accomuna tutti gli uomini.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. Sono un liberale che per esperienza di vita ha sperimentato la “idealità e non implementabilità ” dei principi liberali sopra espressi, nel senso che l’uomo da solo con le proprie forze ed i propri principi, tutti buoni, non riesce a realizzare quella società liberale che vorrebbe.

    Credo profondamente nella necessità, accanto alla buona volontà dell’uomo, dell’aiuto della Grazia che sola viene a noi da Dio. I principi liberali sono scritti nella coscienza dell’uomo, tant’è che li persegue con ogni energia, ma i risultati sono sotto i ns occhi, purtroppo.

    E risulta vano ogni agitarsi credendo troppo nelle proprie capacità. Da Kant ad oggi troppe guerre ed ingiustizie sociali rendono il mondo sofferente. Ma l’uomo continua pertinacemente a credere unicamente in se stesso. Credo sia finita l’epoca degli eroi. Spero unicamente nella virtù dei santi.

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