Ha fatto scandalo in Emilia Romagna la notizia che molti consiglieri regionali “comprassero” con denaro pubblico la propria comunicazione, comprese interviste, sulle emittenti televisive locali, uno “scandalo che ha visto coinvolti consiglieri del Pdl, Pd, Udc e persinodi M5S, ma il vero scandalo forse stavolta non è solo nel campo politico, bensì anche in quello di certo giornalismo televisivo.

Intendiamoci, che politici ed amministratori (dato che la pratica è molto diffusa anche tra sindaci, presidenti di provincia ed altro ancora) acquistino spazi, usando non tanto denaro proprio, ma contributi pubblici per apparire in tv, specialmente sulle emittenti locali, è cosa assodata da tempo e certamente non è una pratica limitata all’Emilia Romagna né è una abitudine lodevole o imparziale, dato che chi non ha accesso a finanziamenti pubblici ne è escluso, ma credo che in questo particolare caso è certamente più criticabile, dal punto di vista deontologico, chi passa sulle proprie emittenti “propaganda politica” a pagamento presentandola come “informazione”. Spesso infatti interviste e servizi acquistati dal politico di turno finiscono nei programmi di “informazione”, nei notiziari e nei tg delle televisioni locali, senza alcun avviso al pubblico che si tratti in effetti di pubblicità.

Il tariffario di questi “servizi” varia da una emittente televisiva all’altra, ma generalmente si aggira intorno ai 200-300 Euro per una intervista, ma anche molto di più per un servizio completo, magari a copertura di una manifestazione. Io stesso alcuni anni fa feci pubblicare sulla stampa le fatture di spesa che l’allora sindaco di Cesena pagava per servizi ed interviste che poi andavano nei telegiornali e nei notiziari delle emittenti locali.

Le emittenti televisive, moltiplicatesi di recente in numero e canali col digitale terrestre, hanno infatti l’obbligo di legge di riservare spazi all’informazione, ma la tendenza è quella di “vendere” comunque anche questi spazi, che inevitabilmente vengono occupati da chi, ed i politici la fanno da padrone, ha contributi pubblici da spendere sotto la voce “comunicazione”. Questo provoca un danno all’utente, ovvero al telespettatore, che viene ingannato dato che riceve messaggi pubblicitari spacciati per informazione, ma provoca un danno anche a chi l’informazione la fa davvero e gratis  come la carta stampata, ma anche i web magazine o emittenti radio, che appunto l’informazione la fanno, più o meno bene, ma gratuitamente e pubblicando gli interventi dei politici in base all’interesse che questi generano nei loro lettori e non in cambio di denaro.

Diverso sarebbe il caso di trasmissioni apertamente e dichiaratamente sponsorizzate o se sul video dell’intervista acquistata apparisse la scritta “pubblicità politica” o simile, ma questo non avviene quasi mai.

Insomma, nella comunicazione politica questa pratica di confondere la pubblicità con l’informazione, adottata dalle tv private, porta ad una concorrenza senz’altro sleale tra politici con disponibilità di fondi pubblici per accedere a tali servizi e chi invece questi fondi non ha, ma è anche competizione giornalistica sleale e falsata, una situazione su cui l’ordine professionale dei giornalisti dovrebbe intervenire con fermezza. In caso contrario si rafforzerebbe l’opinione di quelli che auspicherebbero l’abolizione degli ordini professionali, non ultimo quello dei giornalisti.

© Rivoluzione Liberale

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2 COMMENTI

  1. Pienamente d’accordo. Tra le tante cose che vanno fatte in questo Paese é un codice di etica per la comunicazione politica, ma dubito che i padroni del vapore abbiano interesse a farlo. E allora dovrebbe essere l’ordine dei giornalisti a elaborarlo, con poche, precise e chiare norme come ad esempio una: ogni informazione pagata deve apparire inequivocabilmente come tale.

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